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Poche Chiacchiere: Uomo schizoide del Ventunesimo secolo

Uomo schizoide del Ventunesimo secolo

Zampa di gatto artiglio di ferro
neurochirurghi gridano “ancora”
alla porta avvelenata della paranoia
Uomo schizoide del Ventunesimo secolo
—————-
Ruota di tortura, sangue, filo spinato
pire funerarie di uomini politici
innocenti violentati dal napalm
Uomo schizoide del Ventunesimo secolo
——————
Semi di morte, avidità del cieco
poeti affamati, bambini feriti
nulla di ciò che possiede gli serve davvero
Uomo schizoide del Ventunesimo secolo

Questo brano, del 1969, riveste un’importanza storica enorme nelll’ambito del Rock, in quanto pezzo d’apertura del primo LP dei grandissimi King Crimson, i quali scelsero di presentarsi al mondo con le note dell’inquietante riff di Schizoid Man.
Molti ritengono che anche il filone Progressive sia iniziato qui.
Sul versante musicale, si potrebbero scrivere pagine e pagine solo su questa canzone, tante sono le novità che propone, dalla chitarra di Fripp (assolutamente inedita per l’epoca) agli interplays fra batteria, basso, sax, chitarra, ora liquidi, ora spezzettati in nervosi fraseggi scattanti che hanno aperto mille strade, tanto nel prog che nell’hard rock.
Riguardo al testo ho delle sensazioni contrastanti: come tipologia lo trovo alquanto datato, con le metafore, come quella iniziale, che lasciano un po’ il sospetto di essere inserite più per la sonorità che per il contenuto. Il paroliere, Pete Sinfield, ha fatto di meglio successivamente, benché abbia continuato ad abbondare con quel genere di immagini. Intendiamoci, non ho nulla contro l’immagine poetica, ma alcune risultano più riuscite di altre (al gusto personale). Inoltre, essendo questo un testo abbastanza descrittivo, non capisco il perché la seconda strofa inizi con un’immagine “comprensibile” e legata al testo, mentre la prima no, e la terza poco.
Però... c‘è un però: oggi siamo in quel Ventunesimo secolo che allora sembrava ancora lontano, e (purtroppo) le liriche suonano di scottante attualità, più di tante altre dell’epoca. E’ vero, è una canzone tipica del filone “anti-war songs”, ci sono scontati riferimenti al Vietnam, Lake in un concerto la dedicò a Spiro Agnew… il tutto la farebbe presupporre impietosamente datata, eppure così non è, perché dal 1969 l’umanità non sembra aver fatto passi avanti verso l’armonia.
Per di più, alcune frasi (“nothing he’s got he really needs”-“neurosurgeons scream for more”) sembrano attagliarsi più ai nostri giorni che al periodo in cui fu scritto il testo. In rete c‘è chi la definisce come una sorta di sinistra profezia, ma non c‘è bisogno di scomodare doti medianiche: anche allora sapevamo bene (tutti) quali fossero i pericoli per l’umanità, e le scelte fatte in 40 anni non sembrano aver tenuto conto di tali capacità di preveggenza.
“Nulla di ciò che possiede gli serve davvero”. Pensiamo ai nostri mille gadgets, telefonini, blackberry, agli status symbol che non ci danno la felicità, alle nostre auto e SUV sempre più mostruosi; pensiamo alla volgarità imperante in TV, all’inevitabile Grande Fratello (e non mi riferisco a Orwell…). Pensiamo ai tanti morti per lo sballo, per il divertimento estremo di una notte passata nella ricerca spasmodica di scacciare noia e frustrazione.
E consideriamo, all’altra estremità, che innocenti di tutti i colori sono ancora violentati dal fuoco, in ogni parte del mondo.

Inserito il 23/01/2009 da Glauco Cartocci | ci sono 16 commenti

A voi la parola

“Oh, Barbara, quelle connerie la guerre…”
Ricordo l’imbarazzo del professore nel tradurre questi celebri versi, e se ne uscì con un “bestialità”, secondo lui più adatto alle nostre orecchie. A parte che il nostro linguaggio era quello di tutti i ragazzi, perciò comunque dissacrante e certo non alieno dall’uso di termini volgari, semmai ci fu un caso in cui la traduzione letterale di quel “connerie” si adattasse perfettamente al concetto era quella, qualcosa di brutalmente stupido, e forse nell’attimo in cui dico questo penso che al di là dell’accezione comune forse è altrettanto ingiusto poi attribuire l’idea di stupidità e brutalità ad un istinto certamente cieco ma finalizzato alla vita, almeno senza la perversione della volontà capace di trasformarlo in distruzione, violenza, sacrilegio. Forse è quello che abbiamo perduto tutti, che ha perso l’uomo dei Crimson. L’idea della sacralità del corpo e della vita, e persa quell’idea ne consegue che tutto sia in qualche modo rappresentazione e non essenza, tutto sostituibile, tutto vagamente irreale. Ci sono delle vignette satiriche di Novello, come si muore per la patria sui monumenti, e come nella realtà, che di umoristico a ben pensarci hanno pochissimo. Come pure “l’obiettivo è stato raggiunto”, visto dalla stanza dei generali e visto dal fante. In verità chi andava a combattere ad Hastings o a Waterloo, sapeva bene cos‘è l’odore del sangue, le urla, i corpi devastati, come l’hanno saputo quelli che sono andati in Vietnam o in Afghanistan. Quelli che non lo sanno più sono quelli che la guerra la guardano dagli schermi, mentre mangiano la pastasciutta e il bambino vuol vedere i cartoni, invece. E’ tutto astratto e lontano, come un film. Ci si abitua all’orrore, e non si impara niente.

scritto da Leila Mascano · 24 gennaio 2009, 15:12 · #

Piano con i ricordi, Glauco, va pian, se no qui ci vuole poco ad aprire il rubinetto delle lacrime.
Conobbi i King Crimson nel 1970, avevo 23 anni ed ero ancora alla ricerca di una esatta dimensione culturale. Ogni tanto frequentavo il Polo Nord, una piolaccia abbastanza decadente, già in zona Crocetta ma che guardava, oltre al ponte della ferrovia, il mondo operaio di Borgo San Paolo. Io abitavo lì, in un condominio moderno stretto da due enormi convitti universitari del Politecnico che ospitavano studenti provenienti da ogni parte d’Italia. Il Polo Nord era diventato il buen refugio di chi voleva scrollarsi di dosso un po’ di numeri e di tabelle e, nel mio caso, un po’ di storia della letteratura. Si parlava di tutto, come avviene di solito tra i giovani: politica, scuola, donne, amori difficili e di musica. Allora, in Italia, il melodico faceva ancora resistenza, anche se bagliori di suono diverso proveniente da oltre oceano si insinuavano sempre di più nel gusto giovanile. Beatles e Rollin Stones su tutti, anche se questi già stavano per essere surclassati da altri gruppi che facevano fare alla musica qualche passo più in la. Un giorno,parlando proprio della prospettiva di decadenza degli “scarafaggi” un nostro amico, prossimo alla laurea, che aveva fatto, a sue spese, un master (allora si diceva aggiornamento) in Inghilterra e precisamente a Nottingham in una azienda di elettronica, ci parlò, in termini entusiasti di un nuovo gruppo musicale inglese che faceva fare alla musica non solo dei passi da gigante ma degli slalom azzardati tra i paletti delle note. “I King Crimson sono dei diavoli, ragazzi”, disse e lo erano veramente, non soltanto dal punto di vista etimologico. Li ascoltai nel chiuso della sua cameretta, all’ultimo piano del convitto. Il vinile girava su un piatto della Philips. Dalle casse, manomesse per migliorare il suono, uscivano note stridenti ma vivide, accese da micidiali assoli di sax e di deliranti passaggi della chitarra elettrica. Fu uno shock per chi come me aveva ancora le orecchie abituate a musica più rilassante, ma ci volle poco per definire quel disco straordinario. Fu il miscuglio tra i vari generi musicali a colpirmi maggiormente: Sinfonica, jazz,rock,folk medioevale, psichedelica si avventavano su di me come bora che toglie il fiato. Eppure lì tutto era avanti,fin dal brano iniziale “21st Century Schizoid Man” che stordiva con le sue note sincopate. Un brano da prendere con le molle visto la complicanza del melange. Ma lì, tra tanti gioielli, sei perle luminescenti, ce n’era uno che ci mise poco a far breccia nel mio cuore: “Talk to the Wind”.
Qui, a differenza del primo emergono sfumature delicate, note disarmanti, atmosfera sofisticata impressa dalla dolcezza dell’oboe.
Non conoscendo ancora la lingua d’Albione mi feci tradurre i testi, forse solo per dar valenza ai miei studi, che caspita. Anche qui sorprese, anche qui teste pensanti, che usavano un linguaggio moderno completamente avulso da ridondanze rimate. Amore, cuore, lasciavano il posto all’uomo schizoide, a poeti affamati, ai bambini feriti, violentati dal Napalm.
Ero così entusiasta che il mio amico, prima di far ritorno nella sua terra d’origine, la Sicilia, mi regalò il disco che ancora conservo pur nella patina di polvere che ricopre la copertina e nell’opacità delle tracce.
Da almeno vent’anni non l’ascolto più ma, grazie a questo ricordo, è il momento di farlo.


Ave, Glauco

scritto da Frator · 24 gennaio 2009, 19:22 · #

vi ringrazio sentitamente dei vostri due interventi: quello della nostra Leila, acuto e profondo come al solito, legato al tema della guerra, merita di essere concluso con una frase del mio caro Corrado Guzzanti: “Si muore spesso per una giusta causa, ma, in assenza, si può morire anche a vanvera”.
Ecco, trovo che alle volte lo sguardo di un comico sia più penetrante di quello di un filosofo.
—————-
L’intervento di Frator vibra di entusiasmo musicale, e mi ricorda le mie stesse sensazioni. Per una volta, posso dire che sul pezzo sono arrivato secondo rispetto a te. Nel 70 ero appena più giovane (19) (e per una volta, lasciatemi assaporare tale novità, non mi capita spesso di dire “ero più giovane di te”). Il mio battesimo cremisi fu In “The wake of Poseidon”, 1971 e mi ricorda tante cose, fra cui (non certo ultima) la ragazza che avevo appena incontrato e che oggi è mia moglie. Per questo e altri motivi “In the wake of Poseidon” è il disco dei primi Crimson cui sono più affezionato. Mi apparve con la gemella di 21ST C S M, “Pictures of a city” seguito subito da una perla del medesimo rango di “I Talk To The Wind”, “Cadence and Cascade”. Lode al gruppo che, unico fra tutti, è riuscito continuamente a rinnovarsi nei lustri, nei decenni, e che esiste ancora, proponendo musica senza età. Qualcuno in rete ha scritto che fra 100 anni i King Crimson (la formazione odierna) suoneranno ancora adatti ai tempi.

scritto da glauco cartocci · 25 gennaio 2009, 17:16 · #

“Poeti affamati.”
Già, lancio la voce di uno (E.E. Cummings), così, tra i tanti, perché mi sembra che possa c’entrare qualcosa.
Una frase, poi una poesia:


La conoscenza è una parola cordiale per morire, ma non per seppellire l’immaginazione.



“Umanità ti amo
perché preferiresti lustrar le scarpe al
successo che indagare di chi è l’anima penzoloni
alla catena del suo orologio il che imbarazzerebbe


ambedue e perché senza
batterciglio applaudi ogni canto
che contiene le parole patria casa e
mamma se cantato al vecchio howard (*)


(*) Vecchio teatro di Boston


Umanità ti amo perché
quando sei al verde impegni la tua
mente per un bicchier di vino e se
sei in grana l’orgoglio ti trattiene


dal monte di pietà e
perché sei una peste
perpetua specie
in casa tua


Umanità ti amo perché di
continuo ti metti in saccoccia il
segreto della vita e dimentichi
che sta lì e lo


schiacci
e perché eternamente
fai versi in grembo
alla morte Umanità


io ti odio

scritto da Armando · 25 gennaio 2009, 17:38 · #

Mi sorprende Armando per una felice convergenza d’idee, era a Cummings che avevo pensato immediatamente, con La Guerre. La mole del cannone
è sapiente
ma ho veduto
la voce enorme e scaltra della morte
nascosta nella fragilità dei papaveri…
Poi ho scritto il mio commento, partendo invece da Prévert,più emotivo e meno cerebrale del poeta americano, che tuttavia scrive talvolta icasticamente memorabili cose.

scritto da Leila Mascano · 25 gennaio 2009, 17:59 · #

O dolce spontanea
terra quante volte
ti hanno
rimbambite


dita di
perversi filosofi pizzicato
e
scavato


in te
, il pollice sfacciato
della scienza pungolato
la tua


bellezza .quante
volte ti hanno religioni preso
sulle ginocchia ossute
stringendoti e


sbertucciando per farti concepire
dei
(ma
fedele


all’incomparabile
letto della morte
tuo ritmico
amante


tu hai risposto
loro solo con
primavera)


[e e cummings]

scritto da Armando · 25 gennaio 2009, 19:39 · #

Quello che è cambiato da allora purtroppo non è il clima da sporca guerra, da consumismo spinto (che termine desueto e però sempre e più che mai attuale per significato): è cambiata la voglia di parlare di certe cose. Ci si è fatto il callo, e quando le storture diventano abitudine, non c‘è più bisogno di dar loro un nome. Il pacifismo ha del resto distorto esso stesso, col suo ipocrita idealismo, il significato profondo del termine PACE, che è anzitutto pacificazione degli animi, fine delle contrapposizioni.
La corsa all’accumulo di beni esteriori che ha reso profondamente vero ed attuale il detto di Wilde “Non c‘è nulla di più necessario del superfluo” è un dato di fatto che nessuno può contestare, per non apparire ridicolo. Oggi chi scriverebbe versi come “Nelle auto prese a rate Dio è morto?” (Guccini). Anche noi stiamo per comprare un’auto a rate…E Guccini per avere la macchina non ha bisogno di comprarla a rate, immagino…

scritto da maurizio · 25 gennaio 2009, 22:03 · #

devo dire che quella frase delle auto prese a rate non l’avevo mai capita… ma vista adesso, mi fa pensare alla gente che si indebita non solo per la casa o beni durevoli ed essenziali, ma per l’ultimo modello di cellulare o di TV al plasma….

scritto da glauco cartocci · 26 gennaio 2009, 10:14 · #

“pire funerarie di uomini politici”
vorrebbe dire che alla fin fine, per quanto siano lestofanti, si trova sempre il modo di farli passare per santi, ai politici?
in italia pare proprio di sì

scritto da Apelle · 26 gennaio 2009, 12:30 · #

Non sapevo dove metterla, ma oggi è un giorno di vero lutto. Per una schizoid woman che dopo 31 anni di assenza ha deciso di riapparire alla tv italiana. Ed ha deciso di farlo a Sanremo, aprendo e chiudendo la manifestazione. Qualcuno mi dia un po’ di conforto…

------- NdG: mio caro, per me Sanremo non riveste più alcuna importanza dall'edizione in cui Peter Gabriel presentò Shock The Monkey, apparendo come un extreterrestre e volteggiando sopra la testa di signore ingioiellate e parrucconi presenzialisti. Ergo, se Mina (immagino ti riferisca a lei) apparirà in tale contesto, per me continuerà a vivere nell'ombra come per i passati decenni....

scritto da maurizio · 26 gennaio 2009, 21:54 · #

A proposito di Sanremo, l’ultima bellissima canzone che vi partecipò (e se non sbaglio purtroppo vinse) fu “Non amarmi” cantata da Aleandro Baldi e Francesca Alotta. Perché tra l’altro era la storia vera del loro strano amore, lui cieco (non so se dalla nascita) e lei che ebbe il suo da fare per fargli capire che lo amava al di là del suo handicap. Chissà però se stanno ancora insieme…
Per il resto, quando ero bambino amai Sanremo, che del resto presentò alcune meravigliose canzoni, come “L’immensità”, “4-3-43”, “Canzone”, “Canzone per te”, “Che sarà”, “Paff…bum”, “Da bambino”, “Il ragazzo della via Gluck” e tante, tante altre. Ma già allora quante scene imbarazzanti, come quando invitarono il grande Satchmo e poi dovettero portarlo a forza via dal palco, perché lui, dopo il suo pezzo, pensava di dover continuare…

--------- NdG: non conosco questa canzone di cui parli, ma so che un anno recente vinse (purtroppo vinse, come dici tu!) Elisa con la stupenda "Luce" che per me è una delle 3-4 canzoni più belle mai realizzate in Italia.

scritto da maurizio · 27 gennaio 2009, 11:33 · #

No, per fortuna non vinse “Non amarmi” (1992) ma “Portami a ballare”. Ascoltatela, ne vale la pena (la prima che ho detto, naturalmente). E dimenticavo forse la più bella canzone in assoluto sentita a Sanremo: “L’Immensità”, oltre (come ho fatto?) a “La voce del silenzio”. Come si chiamava la strepitosa cantante straniera di colore? Forse Shirley Bassey?

-------- NdG: shirley Bassey so che andò a Sanremo, la chiamavano "la cantante dalla lacrima facile" perché si commuoveva come The Mask quando riceve l'oscar... Io però la ricordo per la colonna sonora di Goldfinger e per il magnifico lato B (intendo del disco, NB) "Strange How love can be"

scritto da maurizio · 27 gennaio 2009, 13:39 · #

magari saranno anche passate belle canzoni, magari, cionostante sanremo è il Male.
e non si dica come al solito che quello è un certo tipo di spettacolo, di contesto, ecc, perché son balle. sanremo obnubila i gusti musicali della gente così come tutto il resto del peggio che passa la tv.
perché sta lì imperturbabile, immutabile come tutto ciò che non possiede fantasia e coraggio, a replicare se stesso.
e dietro lo show, se no non saremmo in italia, ad aggravare il tutto s’annida tutto il marcio delle pastette e della immeritocrazia.

-------- NdG: che ne dite se apro un topic apposito? i King Crimson potrebbero aversene un po' a male a vedere il 21st century Schizoid man contaminato...........

scritto da Apelle · 27 gennaio 2009, 14:47 · #

Però a definire Sanremo come il Male in assoluto gli si dà veramente troppa importanza e gli si fa pubblicità...Intanto leggo che Mina sarà presente a Sanscemo con due filmati (?) e kkisenef…e che forse questa sarà l’ultima volta che avrà luogo il lugubre spettacolo (?). Deogratias. La delusione più forte fu anni fa dovuta alla presenza del boss che cantò “The ghost of Tom Joad” se la memoria non mi inganna…Glauco? Giustamente penso che tu abbia rimosso.

scritto da maurizio · 27 gennaio 2009, 20:31 · #

Dicevo così per dire che rappresenta un modo classico e deleterio di far finta di fare cultura.

scritto da Apelle · 27 gennaio 2009, 21:03 · #

Speriamo che nel corso del XXI° secolo non accada invece che “nulla di ciò che gli serve possiede davvero”. Al povero uomo schizoide, che forse sarà vittima di una guerra rovinosa. E i tanti profeti di sciagure, magari in malafede, avranno parlato al vento…
I talk to the wind…
my words are carried away…

scritto da maurizio · 27 gennaio 2009, 21:23 · #

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