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Poche Chiacchiere: Un “teologo della liberazione” alla testa del Paraguay

Un “teologo della liberazione” alla testa del Paraguay

Mi ero ripromesso per un po’ di non parlare più di politica. Archiviate le elezioni Russe, che consegnano al partito di Putin altri anni di incontrastato dominio; in attesa di conoscere se i democratici di Barack Obama o Hillary Clinton riusciranno a vincere le prossime presidenziali americane invertendo la fallimentare gestione di George W. Bush; disgustato dalla più brutta campagna elettorale italiana ( e romana) degli ultimi tempi (nessuna vera ricetta innovativa di ammodernamento del Paese, non una parola sulla politica estera, ma un solo reazionario inseguirsi di ricette contro l’immigrazione e l’integrazione), deluso dai suoi infausti esiti di aprile con l’uscita di scena della sinistra (che non riesce neanche più ad identificare, prima ancora che difendere, le fasce deboli della società), il passo falso di Veltroni (che ha distrutto il sogno di una grande alleanza di centrosinistra per costruire una scatola vuota dal nome di partito democratico), l’ennesimo ritorno del Cavalier Berlusconi (e l’arrivo di Alemanno!), per fortuna, in modo del tutto insperato, dall’altra parte dell’emisfero, dal profondo Sud del Mondo è giunta una splendida notizia, che finalmente mi riconcilia con la politica, la speranza, gli uomini e gli ideali.

Il 20 aprile scorso infatti, l’ex vescovo Fernando Lugo, ha vinto le elezioni presidenziali in Paraguay. E lo ha fatto in modo democratico ed inappellabile, vincendo con il 40% dei voti (il 10% in più del suo principale avversario) e mandando all’opposizione dopo oltre 60 anni, l’oligarchia corrotta, conservatrice e latifondista del Partito Colorado.

Fernando Lugo, all’età di 57 anni, è stato eletto sostenuto dal movimento popolare indigeno la Tekojoja’ (che vuol dire “Uguaglianza” in lingua guaraní), guidando l’ ”Alianza Patriótica para el Cambio”, una ampia compagine di centro sinistra, fatta da associazioni, studenti, campesinos ed intellettuali, che vanno dall’area cattolica a quella socialista.
Nato e cresciuto nel distretto di San Pedro del Paranà, Fernando Armindo Lugo Méndez, si potrebbe definire come si diceva una volta, un intellettuale cattolico impegnato di sinistra. Laureato in scienze religiose all’Università Católica Nuestra Señora de la Asunción, nel 1977 appena ordinato sacerdote parte come missionario in Ecuador. Tornato in Paraguay nel 1982, riparte per Roma dove si specializza in Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Nel 1994 è ordinato vescovo nella cattedrale della capitale paraguaiana. Il 29 marzo del 2007 è alla testa della più importante manifestazione di piazza contro il governo in carica di Nicanor Duarte. Il 21 dicembre dello stesso anno rinuncia alla vita sacerdotale e inizia in modo ufficiale la sua attività politica.
Da sempre a fianco dei suoi fratelli indigeni guaranì, convinto assertore del cattolicesimo militante a fianco dei poveri, come il suo amico Frei Betto, sostenitore della “teologia della liberazione” (quella stessa che Papa Ratzinger continua a contrastare con ogni mezzo perché troppo intrisa di marxismo), passò alle cronache per aver sfidato le autorità paraguaiane, rifiutandosi di benedire e presenziare all’inaugurazione di un nuovo supermoderno aeroporto militare. Una inutile cattedrale nel deserto, da oltre 5 milioni di dollari, che cozzava in modo evidente con la povertà geografica e sociale che lo circondava.

Il Paraguay, che gli lascia in eredità il presidente Nicanor Duarte, e che ora Lugo si appresta a governare, è un Paese stremato e ai più sconosciuto (forse qualche tifoso di calcio se ne ricorda giusto perché ha dato i natali al mitico portiere goleador Luis Chilavert )
Il Paraguay è grande più o meno come l’Italia, incastonato tra Argentina, Bolivia e Brasile è privo di accesso al mare, ed è percorso ad est dal Rio Paranà e al centro dal Rio Paraguay che a ovest ne delimita la zona più caratteristica del Paese, ossia l’impervia e selvaggia zona del Gran Chaco, un’ area semidesertica ricca di fauna e flora incredibile, che va dalla steppa , alle paludi, alle foreste. Il Paraguay, che ha una forte componente indigena “guaranì” che per buona parte neanche parla spagnolo, ha grandi risorse naturali energetiche, come il gas e l’acqua (la centrale idroelettrica generata dalla diga di Itaipù sul fiume Paranà ai confini con il Brasile è la più grande del pianeta), conta solo sette milioni di abitanti, ma è uno dei Paesi più poveri di tutta l’America latina. Secondo la Banca Mondiale un terzo della popolazione paraguaiana è sotto la soglia di povertà e per questo, negli ultimi anni quasi mezzo milione di persone sono emigrate all’estero (prevalentemente in Europa o nel nord America) alla ricerca di un lavoro e una vita più dignitosa. In Paraguay vige ancora un’economia prevalentemente agricola a conduzione latifondista, dove pochissime famiglie posseggono la quasi totalità delle terre e dei beni del Paese. Una gestione di sfruttamento che impone spesso monoculture a base di soia e lascia molte delle terre incolte.

La vittoria di Lugo, coincide come abbiamo detto con la prima sconfitta del Partito Colorado. Quello stesso partito, per intenderci, che dal 1954 al 1989, schiacciò il Paraguay sotto una lunga e crudele dittatura militare. Una dittatura guidata dal quel “gentiluomo” di Alfredo Stroessner, che assieme a suoi pari tiranni cileni (Augusto Pinochet), argentini (Rafael Videla), brasiliani (Joao Battista de Oliveira Figueredo) boliviani (Hugo Panzer) e uruguaiani (Gregorio Alvarez), diede vita a quel cartello internazionale del terrore che agì per tutto il Sudamerica, negli anni settanta, sotto il nome dell’ Operazione Condor.
La questione non è banale e non è solo un fatto di Storia recente. Ma bisogna, io credo, proprio iniziare da qui per cercare di capire quello che potrà accadere in futuro, proprio perché il Paraguay dopo la caduta della dittatura militari ed un ventennio di gestione ultraliberista (che i paraguaiani hanno chiamato “democra-dura”), era rimasto l’ultimo Paese sudamericano, reduce da quelle stagioni drammatiche e non aver ancora cambiato rotta in modo netto rispetto al passato, come accaduto invece recentemente agli altri Paesi del Cono Sud.

Fernando Lugo tenterà di attuare il cambiamento seguendo una sua personale strategia, che inevitabilmente sarà unica e non assimilabile a quella delle altre nazioni latinoamericane. E questo perché, pur appartenendo alla stessa area del mondo ed in alcuni casi anche alla stessa area politica di sinistra che lo ha ispirato ed eletto, Lugo è certamente diverso dai suoi colleghi sudamericani, così come lo sono del resto i vari Paesi che governano. Questo va sempre tenuto presente prima di avventurarsi a fare delle analisi che rischiano di mettere tutto in un grosso calderone. Sia per cultura, storia, geografia, risorse naturali, ecc.. le varie nazioni sudamericane, sono spesso infatti mondi a se e, in molti casi, tra questi stessi Paesi, sopravvivono addirittura ancora vecchie antipatie e contrasti. Questo vuol dire che le ricette saranno certamente diverse.

Ciò nonostante, delle somiglianze si possono certamente ipotizzare, a partire dal fatto che anche Lugo, come i suoi colleghi confinanti, dovrà ripartire dalle stesse due questioni urgenti da risolvere che affliggono quelle terre. Ossia i diritti umani e la povertà. E non potrà non farlo che, come ha promesso in campagna elettorale, ripristinando giustizia ed equità sociale. Incominciando proprio dalla ricerca di giustizia sui fatti della dittatura, che anche qui come altrove ha fatto morti e desaparecidos. In un Paese, il Paraguay, che assieme all’Argentina, non va dimenticato, ha il triste primato di aver ospitato il maggior numero di criminali nazisti in fuga dalle rovine della seconda guerra mondiale. Ripristinare la verità e fare i conti con il passato della dittatura sarà certamente uno dei primi passi che il nuovo governo Lugo dovrà affrontare, conscio del fatto, come sta accadendo in Argentina, in Uruguay e in Cile, che tale passo è al tempo stesso un esigenza di chi ha votato volendo voltare pagina e un fatto necessario per creare un nuovo clima culturale di legalità e certezza della pena.

Sul lato dell’equità sociale, il neopresidente Lugo, farà certamente esperienza della sua lunga militanza tra i campesinos, e il suo impegno sarà teso a puntare di nuovo su quelle ampie fette di popolazione, sin qui escluse dalla vita politica, economica e sociale del Paese. A partire dalle riforme economiche annunciate, come la riduzione dei latifondi e la ridistribuzione delle terre, un sostegno alla politica monetaria e la nazionalizzazione (o la rinegoziazione) di molte delle imprese strategiche del Paese, incluso quelle energetiche. Praticamente come ha già fatto recentemente ad esempio in Bolivia il presidente indigeno Evo Morales.
Come è facile immaginarsi, non sarà semplice cambiare pagina. Innanzitutto per la grande mole di problemi che devono essere affrontati. La povertà è estremamente diffusa e come ci insegna la recente esperienza di Lula in Brasile, con il programma “Fame zero”, nonostante tutti gli sforzi messi in campo, il problema è lungi dall’essere rapidamente risolvibile.
E poi, soprattutto, chi ha sin qui impunemente gestito il Paraguay come se fosse cosa propria non mollerà facilmente i privilegi acquisiti e di conseguenza, le resistenze al cambiamento saranno ovviamente fortissime. Come al solito da queste parti, per comprendere se ci saranno spazi di manovra, lo si capirà a cominciare da come reagiranno le Forze Armate e lo si vedrà in base ai compromessi a cui si dovrà scendere. Sarà poi interessante vedere anche come reagiranno gli Stati Uniti, che rischiano di perdere anche quest’aerea di influenza (in Sudamerica attualmente gli rimane solo la Colombia).
Ma adesso, di questi tempi, come in molte altre parti del Sudamerica, nella selvaggia steppa del Chaco e sulle rive del Paranà, non è tempo di pessimismo, perché finalmente spira un aria nuova e qui, nel continente del “realismo magico”, tutto sembra di nuovo possibile.

Paolo Mattana, 5 Maggio 2008

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Da un intervista a Fernando Lugo di Manfredo Pavoni Gay, del 2007 (www.selvas.org)

Perché ha deciso di dimettersi da Vescovo cattolico?
Dopo 30 anni di onesto sacerdozio ho rinunciato alle mie condizioni formali di vescovo, proprio per poter mettermi al servizio di coloro che in questo Paese, vivono con fatica. La nostra costituzione vieta infatti la candidatura, ai ministri di culto. Questo non significa che mi sono dimesso dall’essere un credente cristiano, ma vista la situazione drammatica in cui è precipitato il Paraguay, credo che oggi posso dare un contributo più efficace facendo politica.

Monsignor Antonimi, il nunzio apostolico paraguaiano, in una recente omelia ha dichiarato che Gesù non faceva politica. Anche Papa Ratzinger in un discorso rivolto ai vescovi latinoamericani, ha detto recentemente che compito di un vescovo e fare proselitismo, non fare politica. Si sente sotto attacco?
Il servizio al prossimo attraverso la politica fa parte dell’azione evangelica, il cui fine è il bene comune. In questo senso anche Gesù faceva politica. La realtà latinoamericana è molto diversa da quella europea. Io ho scelto di stare con i poveri, credo non ci sia nulla di anticristiano in tutto questo.

Il neoliberismo ha prodotto atrocità nel mondo e in Americalatina. Che politica economica pensa di seguire se sarà eletto?
Cercherò di coniugare un’economia mista tra pubblico e privato tenendo conto che il Paraguay oggi soffre terribili disuguaglianze. Il 5% è proprietario del 90% delle terre di cui il 40 per cento restano incolte. La disoccupazione tra i giovani è del 20% il salario minimo è fermo a 200 dollari al mese. Non esiste un sistema pensionistico, né uno sanitario. Se devi fare un’operazione devi pagare: conosco tante famiglie che per curarsi hanno dovuto vendere il poco che possedevano. Ecco in questo contesto lavorerò per una crescita che abbia come orizzonte l’equità sociale. Bisogna pensare a un modello Paese che sia in grado di generare lavoro, risorse collettive e serenità sociale. La fame, la mancanza di educazione, la malattia, non sono questioni ideologiche. Non hanno colore. Un proverbio guaranì dice “Ruta hu ndoicolori”: vuol dire che “la strada asfaltata non ha colore”, non è patrimonio di nessun partito politico. In Paraguay dobbiamo lavorare in modo convergente per affrontare problemi complessi con soluzioni nuove. Possiamo aggredire la realtà e renderla più accettabile, più giusta, più equa mettendoci, in discussione tra di noi facendolo anche con allegria. Non permettiamo ai nostri sogni di diventare frustrazioni, questo Paese merita il nostro sforzo.

Inserito il 05/05/2008 da Paolo Mattana | c'è 1 commento

A voi la parola

Ho letto con interesse l’intervista a Fernando Lugo, che mi sembra un uomo intelligente e una persona perbene. Certo, dev’essere durissimo essere costretto a fare certe scelte.Non mancano per fortuna anche in seno alla chiesa persone illuminate nel perseguire i propri ideali di giustizia e d’uguaglianza. Penso al povero Romero e all’isolamento in cui visse gli ultimi anni che culminarono nel suo sacrificio. Che malinconia…e quanto poco sappiamo di quei meravigliosi,generosi paesi i cui popoli hanno tanto sofferto schiacciati dalla dittatura…

scritto da Leila Mascano · 8 maggio 2008, 22:08 · #

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