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Poche Chiacchiere: Un giorno ...qualsiasi (?)

Un giorno ...qualsiasi (?)

Prendo il toro per le corna (espressione abusata ma efficace) e vi butto là “A day In the Life”, quella che da molti è ritenuta il capolavoro del Disco-Capolavoro dei Beatles, Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band.
Ovviamente qui prescindiamo totalmente dal valore musicale del brano (che è l’elemento davvero dirompente) ma le liriche risultano certamente interessanti anche se enucleate dal contesto.

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Un giorno nella vita

Ho letto le notizie oggi, ragazzo
riguardavano un uomo fortunato, che aveva fatto strada
Benché l’accaduto fosse abbastanza triste, beh, mi è venuto da ridere.
Ho visto la fotografia.
Ha sputato fuori l’anima in un’automobile
solo perché non si era avveduto che la luce del semaforo aveva cambiato colore
Un mucchio di gente era lì a guardare
avevano visto la sua faccia da qualche parte, prima di allora
nessuno se la sentiva di giurare che fosse un appartenente alla Camera dei Lord

Ho visto un film oggi, ragazzo
L’esercito inglese aveva giusto vinto la guerra
c’era gente che se ne andava via
ma io dovevo solo guardare, avendo già letto il libro…

Mi piacerebbe farvi andar su di giri

Mi alzai
mi buttai giù dal letto
trascinai un pettine sulla testa
trovai la mia strada giù per le scale
bevvi una tazza
guardando in su mi avvidi di essere in ritardo
Trovai la mia giacca afferrai il mio cappello
presi l’autobus per un pelo
trovai la mia strada su per le scale
fumai una sigaretta
qualcuno parlava
ma io sprofondai in un sogno

Ho sentito le notizie oggi, ragazzo
Quattromila buche a Blackburn, Lancashire
e benché le fosse fossero piuttosto piccole
essi dovettero contarle tutte
ora tutti sanno quante buche occorrono per riempire l’Albert Hall

Mi piacerebbe farvi andar su di giri

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Di questa canzone se ne è parlato a bizzeffe, e non c‘è necessità di aggiungere informazioni, reperibili sia in Rete che su libri.
Tuttavia, dal momento che ogni individuo reagisce diversamente a un testo lirico, posso riportare la mia impressione, a titolo personale.
Non pretendo davvero di interpretare le reali intenzioni degli autori del brano (fra l’altro ritengo che di “intenzionale” qui ci sia ben poco: come spesso succede, il prodotto finale va al di là della consapevolezza dell’artista).

Riassumo in breve alcune note, dalle quali non si può prescindere per la comprensione:.
1a STROFA: La scena dell’uomo morto nell’automobile è ispirata a quanto accaduto a Tara Browne, rampollo della dinastia Guinness, conoscente dei Beatles e esponente di spicco della Swinging London. (Molti tuttavia sono convinti che in realtà a morire fu Paul McCartney, poi rimpiazzato da un sosia, secondo la nota Leggenda PID).
2a STROFA: Il “film di guerra” rimanda a “How I won The War”, pellicola in cui Lennon aveva recitato all’epoca. Ma non è importante, potrebbe essere un film di guerra qualunque.
3. REFRAIN: La frase “I’d love to turn you on” a detta di McCartney, era molto “forte”: all’epoca faceva scalpore dire “eccitarvi” in una canzone, forse anche per via di allusioni alla droga. La canzone fu esclusa da molte trasmissioni radio: per la prima volta la BBC bandì una canzone dei Beatles.
4. Sezione centrale: (“mi alzai… sogno”). Fu partorita, in modo indipendente dal resto della canzone, da McCartney, mentre il resto è opera di John Lennon. Il fatto stesso che in un brano fondamentale, apice e conclusione grandiosa del disco, i Beatles si permettessero di operare una giustapposizione di due canzoni, la dice lunga sull’assoluta disinvoltura con cui trattavano la materia sonora e lirica. Il risultato dimostra in modo evidente la capacità tecnico/compositiva raggiunta dai due nel 1967.
McCartney disse trattarsi di un ricordo degli anni di scuola, la corsa per prendere il bus, le sigarette fumate di nascosto, qualche professore che spiega, mentre la tua giovane mente vaga…
5. Ultima strofa: Lennon cita una notizia di cronaca (anche essa riportata dal Daily Mail) riguardante un progetto per colmare una gran quantità di buche stradali in località Blackburn.

COME LA VEDO IO:

Tutta la canzone oscilla continuamente, in precario equilibrio, fra il descrittivo e l’onirico.
Il “giorno nella vita” non è un giorno speciale, anzi è solo uno come tanti. L’asse portante della canzone infatti è l’assurdità del quotidiano, tematica molto surrealista che qui (come spesso in Magritte) è velata di minaccia.

1. Il brano si apre su una vita spezzata da un banale incidente; la descrizione del fatto – rimbalzata dalle pagine di giornale – è abbinata a una risata involontaria, quasi isterica.
La gente ci viene mostrata interrogativa, incredula, e così l’atmosfera della canzone si incanala fin da subito verso lo sbigottimento.

2. Il secondo quadro è una visione di guerra (parola di per sé indissolubilmente legata alla violenza, e particolarmente risonante negli anni del Vietnam).
Ma lo scenario bellico è filtrato dalla situazione filmica: la cosa contribuisce ad acuire il senso di estraneità con cui la voce narrante esamina gli eventi. Con il medesimo sguardo, stordito e attonito, ma distante, il protagonista assiste tanto all’incidente avvenuto all’incrocio quanto alle gesta dell’esercito inglese.

3. Fa la sua comparsa un “ritornello” davvero atipico, di sole 6 sillabe (“I’d love to turn you on”) che tornerà solo una volta, in chiusura.
Musicalmente sfocia in un cosiddetto “melisma”, vocalizzo in cui ogni sillaba viene dilatata in più note. Questo refrain, dall’andatura salmodiante, nel momento stesso in cui afferma “voglio accendervi, voglio eccitarvi”, carico di aspettative, provoca l’effetto opposto, raggela l’ascoltatore.

4. Improvvisa, irrompe la cesura costituita dal flashback della sequenza del risveglio.
Il quotidiano ora entra in una dimensione più concreta rispetto alla parte precedente: mentre all’inizio tutto era riconducibile all’occhio di Lennon, qui è decisamente un everyman, un uomo qualunque, a parlare.
Le frasi sono corte, spezzate, il ritmo diviene serrato e ansante.
Il passato adolescenziale, lungi dal costituire un sereno rifugio della mente, va a fondersi con un incerto presente, attraverso il fumo di sigaretta.
L’incedere incalzante di questo intermezzo non svanisce, anzi si riverbera sulla sensazionale strofa conclusiva:

5. L’ultima parte è perfettamente in tono con la metodologia del “random” e dello “jig saw puzzle”.
Lennon prende spunto da un avvenimento di secondo piano, di ordinaria amministrazione, in una località dell’Inghilterra, per evocare oscuri fantasmi.
Propone un’improbabile associazione con il noto teatro Albert Hall di Londra, inserisce il verbo “to fill” (riempire), dopo essersi scervellato per ore a cercare quella singola parola.
Così facendo, quelle innocue buche stradali si ingrandiscono nella nostra immaginazione, diventano fosse pronte a inghiottire, che vanno contate a una a una… Un po’ come avviene nelle favole più inquietanti (ad esempio “Le tre piume” dei fratelli Grimm) in cui il protagonista viene sottoposto a prove insensate e assurde.

Paradossalmente, la sezione del brano meno comprensibile, meno legata alla realtà, è quella che comunica maggior disagio e rimanda all’incubo, tanto più spaventevole quanto meno delineato.
Il crescendo strumentale va di pari passo con il crescere del pathos: il tono della canzone, in apertura attonito e sognante, dopo la sezione centrale vira decisamente verso il palpito accelerato, il respiro affannoso.

Inserito il 05/03/2007 da Glauco Cartocci | ci sono 8 commenti

A voi la parola

E se la chiave fosse appunto quell’inusuale refrain? Vorrei darvi qualcosa di eccitante, ma in fondo la morte di un ragazzo, la guerra che ne ammazza chissà quanti cosa sono? Gusci di notizie vuoti di emozione. Forse seduti in un teatro, a volte, precipitiamo oltre qualsiasi sensazione che la realtà ci può dare. Forse il sogno solo può provarci, forse ogni arte è figlia di un delirio onirico, di uno scavalcamento della vita immobile. La finzione è necessaria a travalicare i sensi, l’incapacità di trarre vera emozione dalle nostre menti ci spinge oltre. La finzione annulla la portata della realtà, scava un solco. Così la guerra letta in un libro è già un’esperienza assoluta e la guerra vera, poi, quando sarà, non potrà che annoiare.
Non conosco la canzone, cerco solo di aprirmi un sentiero tra le sue parole. E magari è solo un labirinto di specchi…

scritto da Ermanno · 5 marzo 2007, 21:22 · #

La tua analisi, Ermanno, puntuale come al solito, integra e arricchisce la mia.

Sono felice di averti fatto accostare a questo testo che, mi dici, non conoscevi, e a questo punto ritengo tu non possa NON ascoltare anche il brano musicale, che è un vero e proprio caposaldo del rock.
Se lo farai, ti consiglio di “arrivarci” gradualmente, ascoltando prima tutto il LP (o CD) Sgt. Pepper’s, del quale A Day In The Life costituisce la grandiosa conclusione.

scritto da glauco cartocci · 6 marzo 2007, 11:45 · #

Salve dott. Cartocci.
Ho avuto modo di leggere il suo libro, che ho trovato davvero interessante ed esaustivo, complimenti.
A proposito di “A day in the life”, se non lo conosce, le consiglio caldamente “I Giardini di Kensington” di Rodrigo Fresan, dove la canzone fa da collettore in una storia che oscilla fra passato e presente, Beatles e Peter Pan.
Di nuovo complimenti per il suo lavoro, e spero di rileggerla presto.
SaraS

scritto da SaraS · 7 marzo 2007, 18:06 · #

Ciao Sara! grazie delle belle parole (ti prego di passare al “tu” e tralasciare il “Dottore” :-)

La tua segnalazione è interessantissima, non conosco quel racconto (ora cercherò in rete) e mi “sfizia” moltissimo.

Pensa che il mio primo eroe, all’età di due anni, fu proprio il ragazzo dell’Isola-che-non-c‘è, e quando morì John Lennon ebbi l’assurda sensazione che avessero ucciso Peter Pan…

Ogni tanto, per scherzo, mandando delle e mail, mi firmo “Peter Dorian”... forse avrai capito che crescere proprio non mi piace, e sono convinto che il rock e la fantasia mantengano giovani (per quanto si possa…)

Ti ringrazio e ti segnalo a mia volta (se non l’hai visto) il bel film “Neverland”, di un paio di anni fa, che parlava di Barrie (l’autore di Peter Pan), con un convincente Johnny Depp.

a presto! scrivi ancora!

Per Earl: io credo nelle coincidenze (puoi vederlo anche nelle ultime pagine del libro). L' «incubo» credo sia un po' tutta la canzone, e la sveglia riporta (solo per un attimo) al concreto e al terreno, pronto a riscivolare nell'inconscio. Va però detto che l'estremo valore musicale e sonoro del brano fa sì che alla fine, più che un'opprimente pesantezza, permanga il senso del bello, si abbia cioè la dovuta e attesa catarsi... Grazie molte anche a te.

scritto da glauco cartocci · 8 marzo 2007, 12:14 · #

Ciao a tutti,
è la prima volta che partecipo a un forum per cui non so bene qual è la maniera più adatta per inserirsi su una discussione in corso.
Ho comprato da poco il libro sulla leggenda della morte di Paul McCartney e ho letto il libro a cui fa riferimento SaraS per cui, più che altro, mi piaceva la coincidenza.
Su “A day in the life” ho sempre avuto sensazioni contrastanti; è una bellissima canzone, di sicuro una delle migliori dei Beatles (e viene sempre indicata tra le migliori del quartetto nei sondaggi tra i musicisti, e questo la dice lunga) ma contiene quel germe di inquietitudine, di dissonanza emotiva, che, secondo me, si trova sempre più spesso da “Sergeant Pepper” in poi.
La cesura con la sveglia poi è magnifica; mi sono sempre chiesto, ma il sogno (l’incubo) è quello che precede o quello che segue il suono della sveglia?

scritto da Earl · 8 marzo 2007, 12:14 · #

Non sono convinto che la catarsi sia totale e, soprattutto, completamente compiuta. La sensazione è analoga all’attesa di una nota che, però, non viene eseguita.
Ma forse è solo una mia sensazione.

scritto da Earl · 12 marzo 2007, 11:56 · #

Per Earl:
vedi come sono soggettive le sensazioni? tu parli di “attesa di una nota che, però, non viene eseguita” proprio nel caso di una canzone che termina risolvendo da un tesissimo “crescendo” a un roboante accordo di Mi maggiore (forse il finale più epico e rimbombante di tutta la storia del rock …se leggi come fu prodotto ti renderai conto di quanto tale esito fosse voluto e sottolineato).

Eppure, legittimamente beninteso, tu percepisci più la sospensione drammatica (il crescendo atonale) che il riposo finale tonale.
Io ho una spiegazione (azzardo): è proprio il testo che ti ha lasciato “sospeso”, in questo caso addirittura a dispetto della musica. Sarà così?

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Per Ermanno:
l’altro giorno ho ripensato alla tua osservazione che riporto “Vorrei darvi qualcosa di eccitante, ma in fondo la morte di un ragazzo, la guerra che ne ammazza chissà quanti cosa sono? Gusci di notizie vuoti di emozione”.
Pensandoci bene, la tua spiegazione è molto attuale, più adatta per i giorni nostri che per l’epoca di “A Day In the Life”.
Negli anni ’60 probabilmente eravamo meno assuefatti ai drammi giornalieri, oggi, in effetti, c‘è la spettacolarizzazione e al contempo lo svuotamento emozionale.
Questo dimostra come l’opera d’arte (con la A maiuscola o minuscola, fate voi) sia capace di essere letta e percepita diversamente anche a distanza di tempo, convogliare magari messaggi che non erano completamente voluti al momento della sua creazione.

scritto da glauco cartocci · 13 marzo 2007, 17:48 · #

Non so se sia il testo o la musica anche se, a ripensarci, è vero che termina in una tonalità maggiore. Ma a questo punto la devo risentire; il ricordo non è così fresco.

scritto da Earl · 15 marzo 2007, 13:20 · #

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