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Poche Chiacchiere: tanizaki [shot glasses]

tanizaki [shot glasses]

1.
Solo la penombra permette di ammirare la beltà di una lacca. Benché oggi se ne fabbrichino anche di bianche, i colori tradizionali delle lacche restano il nero, il marrone e il rosso. Si direbbero tinte per accumulo, ottenute sovrapponendo vari strati di oscurità, quasi per materializzare le tenebre circostanti. Per condividere con un terzo qualcosa del tema che percorre le pagine di questo “libretto” sarebbe necessario perdersi nei concetti di sottrazione e addizione culturalmente legati alle questioni di luce e ombra. Dove tema è da intendersi nel senso musicale e nel verso di qualcosa che ritorna meticcio per tutta la durata di un Andante. La prosa di Tanizaki coinvolge le nevrosi dei corpi e dei luoghi, le menzogne degli occhi e i singhiozzi della passione. È connessa a osservazioni di eleganza, forma, colore e modo che inoculano nel lettore fastidio o comaraggio secondo che egli condivida o meno l’argomento, il feticcio o il gioco in cui essa scava. Gli aggettivi di Libro d’o(mb)ra somigliano all’esecuzione di un estenuante bolero o all’elencazione cadenzata di certi esercizi spirituali. Ma l’essenziale di cui Tanizaki parla, le ombre che “naturalmente” abitano gli angoli o l’imporporarsi di una guancia bruna che si svela solo per riverbero, non ha nulla di semplice. La sua geografia scura è l’intransigente preghiera, solitaria e appena intellettualistica, di chi propone una ridefinizione del sé e una ragionata rivolta contro manifestazioni occidentali di brillantezza e lucore che altro non sono se non epifanie della mancata comprensione di enigmi e giochi di ombra. L’imposizione dei nostri tetti è simile all’apertura di un parasole: marca sul terreno un perimetro d’ombra, di cui ci riserviamo il dominio (…).
Tanizaki Juni’ichir?, Libro d’ombra [1935] , Bompiani (1982), pp. 96, € 6,50.

2.
Da una finestrella accanto alla grondaia usciva un sottile fumo che si addensava come un nido di rondine sotto il tetto. Tanizaki pensa e racconta intorno al concetto all’idea e alle sensazioni (suscitate dalla presenza reale o sognata) della donna. Dei tre racconti contenuti in questa raccolta, (_La tristezza di un eretico_, I due novizi, Nostalgia della madre) il più rappresentativo e struggente è certamente l’ultimo in cui un uomo- che pure è l’autore stesso ma potrebbe essere qualsiasi uomo che il dolore avesse reso infante e incapace di portare sulle spalle le responsabilità adulte di una perdita,- ricorda (e si finge) di essere stato un bambino che insegue attraverso la descrizione degli abiti e l’odore del cibo la madre scomparsa. Alcune di queste pagine sono estenuanti, richiedono una attenzione che ha del maniacale, inducono una infinitiva nostalgia di linearità. Lasciano in tensione. Acuiscono i sensi. Quasi la letteratura di Tanizaki non fosse che un nastro di terra battuta, in un bosco di pini, che è possibile smarrire ad ogni passo e non appena le distrazioni del paesaggio le ombre dei ricordi o la nostalgia temporanea di una melodia dilatata dal vento distolgano dalla traiettoria dei passi. “Quando contemplo la luna | per vari motivi | mi rattristo | sebbene non solo mio | sia l’autunno”. (cv)
Tanizaki Juni’ichir?, Nostalgia della madre, Einaudi Tascabili (2004), pp. 131, € 9,00.

Inserito il 18/09/2007 da Chiara Valerio | c'è 1 commento

A voi la parola

anche queste righe lasciano in tensione.

scritto da antonio · 18 settembre 2007, 10:29 · #

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