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Poche Chiacchiere: Rileggere o non rileggere, questo è il problema

Rileggere o non rileggere, questo è il problema

Se leggere può essere un piacere, rileggere sa diventare una tale libidine che già il pregustarla è sufficiente a farci sentire meglio. Capita tuttavia spesso che la rilettura venga di continuo posposta, per la ragione che non abbiamo tempo, che la vita è troppo breve, che la nostra libreria trabocca di pagine mai lette che ci implorano di essere finalmente scelte, eccetera eccetera; ma anche perché in fondo ci spaventa un po’ lo spauracchio di una delusione.
Forse già nel ricordo alcuni libri cominciano a corrodersi, e nutriamo il sospetto che non farebbero più per noi. Che è quasi come rinnegare un amico, per cui un po’ da schifo ci fa sentire, ma poiché anche questo succede non è il caso di sentirsi troppo in colpa.
Ecco allora una lista di libri che vorremmo provare a rileggere.
Chi vi scrive ha un po’ il terrore che “Per chi suona la campana” potrebbe passargli sotto gli occhi senza la forza romantica (era forza romantica?) che ebbe al tempo, ma è quasi certo che “Il gattopardo” non potrebbe che rioffrirglisi come lo splendido libro che un paio di decenni fa gli parve. E Allan Poe? Sarebbero ora quei racconti così densi di atmosfera qualcosa di innocuo o dimostrerebbero di avere conservato quel fascino gotico che la letteratura ci assicura immortale?
C’è qualcosa di esaltante ma anche di penoso in questi ricordi, affogati nella saudade da lettore che teme di avere perduto la propria innocenza se ripensa a quell’età dell’oro in cui c’era così tanto da scoprire, o forse solo molto più tempo da dedicare all’ingrato compito di amare questa montagna di libri di cui non arriveremo mai a scorgere la vetta.
Ma adesso parlateci di voi, psicanalizziamoci così, senza pudor.

Ecco alcuni autori e titoli alla rinfusa.

Maestro e Margherita, Memorie di Adriano, Lolita, Relazioni pericolose, Kundera, Hrabal, Shakespeare, Dante, Gattopardo, Per chi suona la campana, E A Poe, Una vita violenta, Pinocchio, L’elisir del diavolo (Hoffmann), La coscienza di Zeno, Il fu Mattia Pascal, Senza famiglia (Malot), Delitto e castigo

di Sergio Calderale

Inserito il 05/02/2008 da La redazione | ci sono 187 commenti

A voi la parola

Che poi.
C’è un’età giusta per leggere i libri?
Sì, c’è.
Ma qual è?
Quando bisognerebbe leggere il Don Chisciotte piuttosto che Zola (non so, penso a Teresa Raquin). E Calvino, Pavese, Moravia?
E la poesia? Oddio, la poesia. Batta un colpo chi un po’ non la perde per strada, la poesia.
Un lungo pomeriggio d’estate passato con il naso tra le pagine di Garcia Lorca. Poesie giovanili. Non venite a dirmi che diciott’anni non è l’età migliore.
E Baudelaire? Possibile che a vent’anni sia così meglio che a quaranta? Ma poi: c’è qualcuno che lo legge a quaranta?
Tormentosi dubbi.
E l’Amleto? Non leggerlo entro i vent’anni può comportare qualche deficit nella crescita? O magari la rende più lieve?
Se non fosse che viviamo di dubbi, tutti questi ragionamenti sarebbero quasi dolorosi.
Invece, detto francamente, contengono una percentuale di diletto mica male.
Ma anche, per dire, ci sarà un’età per cui la scoperta della prosa di Hubert Selby Jr. non ci accende più?
Mi fermo qui. Temo la nostalgia.

scritto da La Redazione · 6 febbraio 2008, 10:46 · #

Il primo libro serio che ho letto è stato Storia comica, di Anatole France.So che è difficile crederlo, ma avevo otto o nove anni. Il libro mi lasciò giustamente perplessa, ma fu l’aprirsi di una porta sull’universo. Angosciata dal timore di non specchiarmi, ritrovavo mille mie immagini nei frammenti di uno specchio che si moltiplicava all’infinito. Leggevo di notte, sola, in una grande biblioteca. Fuori dalla finestra vento e mare riempivano la notte di fruscii e le stanze enormi erano piene di scricchiolii. Ma i fantasmi non potevano superare il cerchio di luce, ed io viaggiavo ovunque, con una fame di sapere e di amore bulimica. Non disdegnavo niente, tutto mi affascinava, e apprendevo stupefacenti cose. La biblioteca aveva i suoi segreti, che mi turbavano, ma non mi fermavano.De Sade a nove dieci anni non lascia indifferenti.Ma anche Auden, Anna Achmatova, e i russi, e i grandi della letteratura americana…tutto, tutto. I miei cari amici! La poesia, che tanto mi ha consolata, e tutti quelli a cui debbo l’avere imparato a vivere prima, a sopravvivere poi, in qualche circostanza. Rileggere! Si, per ritrovare l’incanto delle orme su una spiaggia vergine, perché il gusto di quelle letture così vive. così sbalorditive non l’ho dimenticato. La scoperta. Tutto quello che una persona di media cultura ha letto a quarant’anni, io l’avevo letto a quattordici. Sono ancora in grado di ricordare a memoria alcuni brani dell’Amleto in inglese, con testo a fronte, regalo per aver superato la terza media.Sono grata ai libri, a tutti i libri, io li sento scorrere in me e se tutto dovesse andare male, me ne starò con loro al riparo dai fantasmi, mentre fuori è notte, nel cerchio di luce, finché non si spegne.

scritto da Leila Mascano · 6 febbraio 2008, 16:00 · #

Ma Selby quello di Ultima fermata a Brooklin? E’quello jr che mi spiazza. Nulla mi delizia più che confessare candidamente la mia ignoranza.

scritto da Leila Mascano · 7 febbraio 2008, 08:24 · #

Certo. Lui.
Il fatto è che uno legge legge legge, e si trova bella scrittura, un sacco di cose come dire pulite, ci metto anche de Sade, parlo della forma, della narrazione.
Insomma, a scuola parti e arrivi solo da/a forme classiche.
Poi c‘è il tuo apprendistato, quello vero, fatto al di fuori, fiutando coi tuoi sensi.
Poi un giorno, magari hai diciassette anni, ti capita in mano quel libro lì, e ti accorgi che arriva. Funziona. Rompe qualcosa, perlomeno un’abitudine. Poi magari ti capita pure Celine, e allora senti che lo schema è saltato, qualcosa si è rotto e ti fa sentire meglio.
Avverti che la scorza può essere anche ruvida, rotta, urticante.
Senti che non c’è un vero limite.
Capisci che lo stradone è pieno di stradine, di polvere che si può sollevare.
Vruuuum.

scritto da La Redazione · 7 febbraio 2008, 11:04 · #

Quel libro per me è stato Homo Faber, di Max Frisch. C’era la risposta che cercavo.

scritto da Leila Mascano · 8 febbraio 2008, 10:20 · #

Io penso che quello che rende così straordinario Nabokov, come un’irripetibile orchidea, splendida e mostruosa, ( nell’accezione latina di monstrum ) sia il retaggio della cultura russa, l’appartenenza ad una società aristocratica e cosmopolita, che si sommano all’ambiente anglosassone, così profondamente diverso, e poi a quello americano. Nabokov era un entomologogo, e questo lo si sente anche nello studio dei personaggi. Solo un velo di umorismo lo rende umano salvandolo dalla crudeltà quasi scientifica del ricercatore. Ma poi il ricercatore è crudele o si fa tale per prendere la necessaria distanza? Io sento l’uomo dietro lo scienziato, e questo me lo fa amare. Se fosse stato solo l’entomologo l’avrei odiato. Vorrei aggiungere che la sua scrittura e la sua cultura sono tali da incutere qualche volta, in taluni suoi romanzi, soggezione
A me Lolita piacque molto, e lo lessi giovanissima; l’ho riletto più tardi, e mi è piaciuto ancora. Non è un caso che Nabokov abbia tradotto Alice nel paese delle meraviglie in russo. C‘è in Alice e in Lolita la curiosità, la dimensione del gioco. “Ora basta!” dice Alice, e sgomina il mazzo di carte animate. Lolita è ingenua e cinica, sperimenta il suo potere con inconscia crudeltà, ma sostanzialmente “gioca”, e dirà “Basta!” come Alice sparendo dalla vita di Humbert-Humbert. Suscita un senso di pena infinita perché è una vittima, non tanto di Humbert ma di quello che il destino, la vita le hanno riservato, e a parte l’età e l’inesperienza, non sembra neppure intuire il gioco-scacchiera della sua esistenza. E’ una di quelle scintillanti falene destinate a durare quanto una scintilla.ì, appunto. La cronaca ne è piena. Ma nello stesso tempo è la Bellezza Ideale, ferma nell’attimo in cui tutte le promesse stanno per sbocciare, non più bambina e non ancora donna. Il canto d’amore di H. è un canto di morte, è un uomo colto, beffardo e cinico che precipita al tramonto della sua esistenza da una fantasticheria in un’ossessione. Gioca anche lui, ma la posta in gioco è tutta la sua vita.Il vero nome di Lolita, ricordiamocelo, è simbolicamente Dolores. Non vedo H.H. come un vecchio vizioso, ma piuttosto come qualcuno che in un modo malato cede al potere delle illusioni: attraverso lo specchio-Lolita H.H. vuole riappropriarsi di ciò che è stato prima che la vita facesse di lui quello che è. Direi che il modo meno crudele di far finire il libro sarebbe stato un colpo di pistola, che chiudesse queste vite strambamente speculari. Ma il binomio amore-morte non può risolversi così teatralmente e trionfalmente. Deve passare attraverso il degrado, l’inganno, la distruzione del sogno prima di cancellare qualsiasi illusione superstite. La vita reclama le sue sciagurate pedine. La prosa volgare distrugge il sogno di H: Lolita, irriconoscibile, sconfitta, neppure l’ombra del sogno che è stata, muore giovanissima nella sua squallida periferia e H. va incontro al suo destino col sollievo di chi sa che quello che farà “deve” chiudere il cerchio. La malattia, il carcere, l’abbrutimento, la morte al termine del percorso, perfino le sue memorie presentate come il delirio di un vecchio folle sembrano essere un’amara parabola della vita, con la quale prima o poi bisogna fare i conti, e che non permette di giocare secondo le proprie regole. Mi dispiace di avere un po’ semplicisticamente riassunto una riflessione che è molto più profonda.

scritto da Leila Mascano · 9 febbraio 2008, 09:51 · #

Quando qualche tempo su un forum parlammo di Alice nel Paese delle meraviglie, rimasi non poco sorpresa apprendendo che molti, avendolo letto da bambini, ne erano stati spaventati o angosciati addirittura, mentre io per esempio l’avevo trovato delizioso, senza alcuno spavento. Debbo dire che non mi spaventavo facilmente, ma se una certa malinconia mi prendeva, era leggendo Pinocchio. Io lo trovavo tristissimo, funebre addirittura, e nel mio ricordo è un libro notturno, tutto pervaso dal senso della morte e della perdita, e pieno di piccole crudeltà...i piedi bruciati, il grillo schiacciato, l’incontro con il Gatto e la Volpe, i coniglietti neri che portano via i bambini che non prendono la medicina, la Fatina Azzurra che muore, ( come diretta conseguenza della monelleria di Pinocchio )e l’orribile Mangiafuoco col suo padellone, e se non ricordo male l’albero degli impiccati ( o qualcosa del genere ) e poi Pinocchio tra i gendarmi, e quel Paese dei Balocchi che sembra un incubo, e il sentimento di essere cattivo, cattivo, per poi perdere quello spirito di libertà e curiosità e diventare un vero bambino in carne e ossa, ligio immagino, e col naso stabile. Dicevamo di Alice?....
Nessuno nega che Pinocchio sia un libro importante, che ha il suo posto nella nostra letteratura. Guardate, ciascuno ama quel che gli somiglia, e che in qualche modo parla alle sue corde segrete. A me per esempio piace La tempesta di Giorgione, mi è piaciuto fin da quando non sapevo che viene considerato un quadro simbolico e inquietante, mentre ad altri non dice niente. Pinocchio, ripeto, mi pareva funebre.Bambina vi ravvisai ( bimba maliziosa!) un sospetto di moralismo che me lo fece trovare subito antipatico. E’ vero, il mondo è ostile, l’amore bisogna meritarselo, e i nostri paesi dei balocchi sono tutti demonizzati, anche quando non portano all’inferno e non ci cresceranno le orecchie d’asino frequentandoli. Io sarei stata inorridita dal dover rinunciare al mio cappellino di pan zucchero, di guadagnarmi l’amore di una fatina ricattatoria, di ereditare la bottega del mi’ babbo e Dio sa che altro. Preferisco l’inquietante gatto del Cheshire, la stravagante Regina, i fiori altezzosi e superbi del mondo onirico di Alice, e se proprio avessi dovuto scegliere d’essere qualcuno, sarei stata Lucignolo.

scritto da Leila Mascano · 9 febbraio 2008, 14:24 · #

Le amicizie pericolose, l’intelligenza come una lama di fioretto che disegna nell’aria veloce e lieve elaborati arabeschi con l’eleganza di un gioco, con la ferocia che alla fine squarcia la seta della camicia e il cuore con un affondo preciso e mortale. Come in De Sade, il fine ultimo è umiliazione, dolore e distruzione, sia pure usando mezzi diversi. Lo scopo della vendetta in Valmont e nella Merteuil è secondario rispetto al piacere di usare un’intelligenza letale. Sfrontati, eleganti, pieni di bellezza e di fascino, sono l’espressione dello stesso cinismo,che poi è quello di un’intera classe sociale, come ben illustra La Fontaine nella celebre frase “Che accade? Niente, è una donna che annega.”
Interessante la costruzione del romanzo,in forma epistolare, modello che aveva contribuito al gran successo delle Lettere persiane per esempio, un gioco di tessere sparpagliate che ricostruiscono i frammenti di un disegno più vasto sotto diversi punti di vista, con l’unico comune denominatore della dissimulazione e della menzogna.
Ma la vera “immoralità” del romanzo è che nonostante tutto i due sciagurati affascinano il lettore,complice più che spettatore in questa trama d’inganni, che suo malgrado sedotto assiste allo spettacolo di questa perfidia sublime, quasi dolendosi dell’inevitabile punizione finale, perché i due finiscono malissimo. Pare che dispiaccia pure a De Laclos, che liquida in fretta la fine della storia, lasciandoci nel dubbio di non avere capito proprio “tutto”, esattamente come nella vita. Da leggersi prima o dopo Justine, per esempio.Tipo vodka col sale.Se ne giovano entrambi.

scritto da Leila Mascano · 10 febbraio 2008, 00:31 · #

“Godevo del suo conversare come se già presagissi quanto si sarebbe avverato in seguito: morto lui, non avrei avuto più nessuno da cui imparare.“Così parla di Quinto Massimo Catone, nel De senectute di Cicerone.
Questo potremmo dire noi dell’Adriano delle Memorie, quello da cui la Yourcenar è posseduta, strumento e non artefice della voce imperiale, né più né meno che la Pizia invasa dal nume. Oltre quarant’anni di ricerche e di studi hanno preceduto quest’assimilazione, abitata da un’ossessione, ora violenta e invasiva come una possessione demoniaca, ora sfumata nel limbo dei progetti considerati irrealizzabili.Adriano cresceva in lei, finché si è trovata strumento dell’imperatore e del miracolo: Adriano ha parlato attraverso di lei, la sua voce arriva fino a noi limpida e dolente. Adriano è un uomo vecchio per anni e malattia, vecchio per il suo tempo, intendiamoci, ché oggi sarebbe un uomo nel pieno della sua maturità. I piaceri più semplici lo abbandonano, e tra questi il più rimpianto è il sonno.La sua ragione si smarrisce evocando il prodigio dell’amore, del perché “ possa la carne ispirare una così travolgente sete di carezze, solo perché abitata da un’individualità diversa dalla nostra…Di fronte all’amore, la mente umana è impotente. Se ogni particella del corpo di un umano s’impregna per noi di tanti significati conturbanti quante sono le fattezze del suo volto…” e qui s’intende il volto dell’altro.
L’amore per Adriano ha il volto di Antinoo, il giovinetto che si suicidò al culmine della propria bellezza e dell’amore dell’imperatore, vuoi per sottrarsi al tempo e all’abbandono, vuoi per salvare Adriano secondo un oscuro vaticinio quale vittima sacrificale. Antinoo amato, deificato, sottratto alla morte con l’immortalità della divinità...
Adriano stesso è creduto dio…“e questa credenza, così benefica, non mi è parsa insensata.” La carne si corrompe e la piccola anima, smarrita e soave, si appresta a scendere nella morte ad occhi aperti. Così ci lascia quest’uomo colto, geniale, innovatore, dalla mentalità aperta:arriva alla saggezza disincantato, e la morte non lo atterrisce. Sarà quello il riposo a lungo cercato. Pietoso Adriano, e saggio. Una luce di comprensione lo illumina.
Il pensiero per contrasto corre a Tiberio, così come ci appare da Tacito o da Svetonio, chiuso nella sua sdegnosa solitudine, uomo diffidente, spesso crudele e pur grande. Si pensa a tutte le disillusioni che lo portarono all’esilio caprese e si paragona tanta irosa tristezza a questa calma accettazione del proprio destino, dove la disillusione delle cose del mondo conduce piuttosto a sentire la propria piccola anima smarrita e soave.Grande.

scritto da Leila Mascano · 12 febbraio 2008, 00:43 · #

Remy colpisce ancora! Del protagonista di Senza famiglia, di H.Malot, c‘è infatti una serie di cartoni, e molto amati,anche!
Avevo sette, otto anni, e ‘sto libro mi fu regalato che avevo la bronchite e la febbre. Credo che ritardò non poco la mia guarigione.Anche se non era più l’epoca dei cataplasmi, ed ebbe su di me l’effetto che ho detto, forse mi fu donato come taumaturgico impiastro.
Bambina poco edificabile! Tante sciagure m’incitavano allo sghignazzo e al dispetto e beninteso non capivo nulla, visto che tutto quel che mi rimase di un altro classico, Davide Copperfield, fu l’abitudine di sollevare il piatto con aria lacrimosa, implorando “Più zuppa!” ogni volta che mi piaceva qualcosa, cosa che indispettiva mia madre, soprattutto se avevamo ospiti.Oggi so che il libro di Malot è una denuncia sociale sui soprusi inflitti all’epoca ai bimbi della civilissima Inghilterra, e mi piace ricordare che mentre gli sventurati figlioletti d’Albione morivano come le mosche in miniera, quei lazzaroni dei napoletani ‘e guagliuni li lasciavano pazzia’ e tuffarsi a mare sotto il sole. ( Vedi A, alla voce Abbasta. (Abbasta ca ce sta ‘o sole!)Almeno!!!

scritto da Leila Mascano · 13 febbraio 2008, 08:28 · #

Un dubbio mi folgora: e se si fosse trattato di Olivier Twist? Per punizione mi tocca stare con le ginocchia nude sui ceci, e rileggerli tutt’e tre. Ma son tutti orfani, e disgraziati! L’unico che amai con passione fu Stanley, l’esploratore, orfano di tempra. Durevole amore…è sempre nel mio cuore. Sì, mi sa che era Olivier Twist, quello di Più zuppa. Magari lo diceva pure Remy, e Davide Copperfield. ‘A famm è famm!

scritto da Leila Mascano · 13 febbraio 2008, 09:29 · #

Tra le scoperte folgoranti della biblioteca, un capitolo a sé va per i libri proibiti. Questa biblioteca si era formata per accumulo e sedimentazione attraverso generazioni, e qualcuno certamente coltivava gusti un po’ eccentrici. In verità un complicato sistema a scatto a lungo me ne precluse i tesori, ma riuscii a mettere le mani su un libro di cuoio nero dal taglio dorato, da me sempre lasciato in disparte perché identificato come una Bibbia. Solo la sua accidentale caduta e recupero mi rivelò la grazia delle sue immagini: il libro era il Kamasutra. Fu con infantile spirito scientifico che ne ammirai le ieratiche complicazioni ( uso l’aggettivo per le espressioni distratte e benevolmente altere dei protagonisti di quei complicati esercizi. ) Non vedevo l’ora di comunicare la scoperta alla mia amica Angela, dodicenne, due anni più di me,precocemente adulta e cinica quanto un vecchio libertino, pur essendo come me ignorantissima in faccende di sesso. Due le sue teorie principali: Essere buoni porta male, vedi vite di santi e simili ( Mai visto un santo vivo? )e l’Uovo Universale. Cioè, tutte le ragazze ha un uovo, uguale a quello delle galline, nella pancia. Ballando stretti, il calore del “maschio” “cova” l’uovo e si resta incinte. Baciarsi fa alzare la temperatura ( questo contributo alla teoria era mio, brillante intuizione anche questa, mi pare ).
Grande fu lo stupore che suscitò il Kamasutra. Chiaro che esso si presentava a noi quale soluzione tecnica vagamente attinente all’uovo, e del tutto disgiunta dal concetto di piacere. “Ingegnoso! Davvero grande!disse la bimba entusiasta. Come non averci pensato prima? E’ il Principio Universale”. Per un pezzo giocammo al Principio. “Bottone!” gridava lei “Asola!” rispondevo io, e via via trovavamo tutte le analogie negli oggetti che ci circondavano, i più disparati, perfino la ghianda e quello che allora chiamavamo il suo cappellino.Il Kamasutra ci piacque molto, con tutte le sue complicazioni.Arrivammo alla fine alla conclusione che codesti incastri favorivano, come il “mio” bacio, il rialzo della temperatura. Approssimativo ma non male, per due bimbe! E la teoria del ballo-cova? “Quello è per i romantici, aggiunse. Probabilmente ci vuole più tempo.“Virtuose, alla prima festa cui andammo usammo il gomito per bloccare gli imberbi ballerini a distanza, una specie di rudimentale Ogino-Knaus. Le nostre preferenze però erano in teoria per il Principio Universale. “Ma non sarà una faccenda scomoda?” chiedevo io. “Scomodo ma ingegnoso… Con un po’ di pratica…Vedremo, non si può mai dire.” Ricordo con affetto il vecchio Kamasutra, a tutt’oggi mi fa sorridere.

scritto da Leila Mascano · 14 febbraio 2008, 06:19 · #

Azziervolino!
Una tale mole logora i sentimenti del più accanito lettore.
Secondo me la lettura resterà viva finchè a vivere saranno le donne.
è davvero strano il fatto che le donne riescano a dare ai libri (qualunque forma di scrittura) la vita: io questo posso solo intuirlo quindi non scrivo con certezza, però le donne hanno il dono della materializzazione delle immagini e delle parole che sentono, leggono o scrivono.
Mentre l’uomo in se legge quasi sempre per dovere e invece di immaginare come ciò che legge sia in realtà, associa le immagini a se stesso cercandovi un’utilità, un utilizzo per accrescere la sua sapienza e i suoi progetti.
è da tanto che vorrei leggere Herzog di Below, ma la storia d’Italia di Montanelli ruba sempre ogni mio spazio di volontà

scritto da francesco maasc · 28 maggio 2008, 10:21 · #

Riprendo in mano dopo molti anni un libro amatissimo, Idi di marzo, di Thornton Wider. Confesso d’avere una certa debolezza per il romanzo epistolare, e questo è un sapiente intreccio di lettere apocrife. Di autentico ci sono le poesie di Catullo e la conclusione di Svetonio.Al centro del romanzo è Cesare nell’ultimo tratto della sua vita, e intorno una folla di personaggi che commentano, si scontrano, si inseguono..si nascondono, come Lucio Mamilio Turrino, catturato durante la seconda battaglia contro i belgi. Torturato da questi, sfigurato, mutilato, fu salvato dai Romani ma ormai in fin di vita, ridotto a poco più d’un troncone. Cesare l’aveva fatto portare a Capri, secondo il suo desiderio, dove viveva in una villa murata circondato dalla massima segretezza.Un incrociarsi d’appunti, lettere, note, biglietti, tutti assolutamente credibili e “più veri del vero” costituisce un mosaico affascinante che ci restituisce un pezzo di storia vissuta dalla viva voce dei protagonisti. Il libro m’incantò a suo tempo, mi turbò, mi commosse.Ecco quel che scrive Cesare all’amico esule a Capri:
Anche da giovane, Lucio, avevi occhio infallibile per il Fatto Inevitabile e la Conseguenza Inevitabile. Non sprecavi tempo a desiderare che le cose fossero diverse. Ho imparato da te, ma lentamente, che vi sono vasti campi d’esperienza non alterabili dal nostro desiderio e non evitabili dalla nostra paura. Sono rimasto aggrappato per anni a una schiera di auto-illusioni: alla persuasione che basti l’intensità ardente della mente a suscitare un messaggio da un’amata indifferente e la semplice indignazione a impedire il trionfo di un nemico. L’universo procede per le sue alte vie e c‘è ben poco che possiamo fare per modificarlo. Ricordi come mi sono scandalizzato quando hai lasciato cadere con tanta leggerezza le parole:La speranza non ha mai cambiato il tempo del domani?
Ecco, il libro resiste al tempo. E noi? Dov‘èl’entusiasmo, la passione che dava vita e sangue alle parole lette?
Ci sono libri che vanno letti a vent’anni, per capire il mondo, perché per poco che più tardi lo si sia capito, ne cogliamo solo l’amarezza.Cesare scrive questa lettera al capezzale di Catullo morente. Eh, sì, perché i poeti muoiono. Anche loro.

scritto da Leila Mascano · 28 maggio 2008, 21:30 · #

Nove racconti di Salinger. Quindici anni dopo, circa. La perfezone di un attimo sospeso,di un pomeriggio effimero,di un riflesso irripetibile sull’acqua, l’istante che vorresti perpetuare per sempre in cui il viso che ami è bellissimo e intanto “sai” che lo perderai. I nove racconti sono l’attimo in cui la nota insopportabilmente sale fino all’esplosione del cristallo. Il timore di non ritrovare, dopo un lungo intervallo, la stessa sensazione di riconoscenza, perché ti sei rispecchiato in qualcuno che ha lo stesso tuo straniato sentimento della realtà, e sarebbe terribile non ritrovare più quell’affinità che ti fece sentire meno solo. Esmé, con amore e squallore…Il mondo è a un passo, e io, e loro, restiamo sulla soglia. Con amore e squallore, appunto.

scritto da Leila Mascano · 6 settembre 2008, 23:06 · #

“ Nelle notti estive giungeva la musica della casa del mio vicino. Nei suoi giardini azzurri uomini e donne andavano e venivano come falene fra bisbigli e champagne e stelle. Durante l’alta marea del pomeriggio, guardavo i suoi ospiti tuffarsi dal trampolino e prendere il sole sulla sabbia calda della spiaggia privata, mentre i suoi due motoscafi fendevano le acque dello stretto, rimorchiando acquaplani tra cascate di spuma.”
Lo riconoscete? E’ Il grande Gatsby. Per arrivare a questo prato azzurro, “aveva fatto molta strada…e il sogno doveva essergli sembrato così vicino da non sfuggirgli più.Non sapeva che il sogno era già alle sue spalle, in questa vasta oscurità dietro la città...”
Gatsby, il gangster ricchissimo e potente, circondato da una folla di ospiti che costituiscono una specie di corte, insegue un sogno d’amore incontaminato, e morirà nel tentativo di realizzare quel sogno. Gatsby è un grande personaggio romantico, la storia è bellissima, Fitzgerald scrive con una leggerezza profonda, se così si può dire, che incanta. Sullo sfondo l’America della società brillante ed equivoca degli anni Venti americani, così brillante e feroce, così abile nel creare miraggi, così spietata nel distruggere i sogni. Grande incontro dell’adolescenza, Gatsby è lì. vestito di bianco, ad affascinarmi ancora, con la faccia intensa e bellissima di Robert Redford, che lo interpretò sullo schermo.

scritto da Leila Mascano · 23 ottobre 2008, 08:16 · #

Di Catullo negli anni della scuola amavo la dolcezza, ma anche quella capacità di svilire rabbiosamente i propri sentimenti fino all’abiezione. Ci vedevo una ferocia adolescenziale che potevo capire se non condividere. In seguito scoprii il Catullo che certo non si legge sui libri di scuola, e vissi questa scoperta come un tradimento. Anche qui abiezione, ma mescolata allo sghignazzo, al vizio, al compiacimento del rotolarsi nel fango: le due tessere del mosaico non collimavano. Solo anni più tardi avrei capito che le due facce di quest’erma bifronte erano il realtà la stessa: la necessità di disprezzare quel che si ama, e di amare quel che si disprezza, senza riuscire a far sì che questo sentimento che proprio dal fatto che l’oggetto del suo amore è vile trae forza ed esaltazione si risolva in un rapporto che contempli un’affettività matura. Catullo ama, ma non sa voler bene. Sghignazza, è scurrile, osceno, ma in qualche modo mette in scena una pantomima . Nel “peggio di sé” s’intuisce in lui una disperazione del mondo, una nostalgia di purezza che ce lo fa amare come un fanciullo che voglia punirsi e che voglia scontare nella sofferenza il suo bisogno d’amore.

scritto da Leila Mascano · 24 ottobre 2008, 21:21 · #

Ricordate una canzone di Giorgio Gaber in cui si parlava dello shampoo come di un sicuro tranquillante? Con la schiuma lieve lieve come panna, come la carezza di una mamma? Beh, il mio tranquillante è Cicerone. Sì, lo so che sembra incredibile, ma la Retorica a Gaio Erennio ha su di me un effetto calmante. Come quando si entra in una cattedrale come Chartres si ha la certezza che, con tutto quel lavoro e quella profusione di fede Dio ci dev’essere per forza, così leggendo questa prosa calma e maestosa ( ah, la libidine del testo a fronte, cioè l’ebbrezza del volo e il conforto del paracadute! )dove nella stessa pagina trovi nella traduzione “uggisce” e “ristuccano”, per non parlare di un’erotica subiezione ( o soggiungimento )giustamente seguita da una gradazione o climax.. E due righe più sotto:”...infatti, quel che piace, è lecito; e quel che è lecito, possono: e quel che possono, ardiscono; e quel che ardiscono, fanno; e quel che fanno, non è per voi increscevole? Parimenti: Non pensai questo, né lo consigliai, e non presi a farlo immediatamente: né presi a farlo io stesso; né presi a farlo, né lo compii; né lo compii, e non lo approvai” :
Dite, vi è venuta la voglia irresistibile di provarla, questa subiezione? Scherzi a parte, il mondo con la Retorica non è più quell’orrido luogo inquietante che è talvolta, perché in un mondo d’intrecciamenti e complessioni ( continuo a trovare tutto questo molto erotico )tra sequenze, intermittenze,accaloramenti, dimostrazioni e lamenti,a parte la normale eccitazione della faccenda,cioè il piacere di ben esprimersi, tutto appare così codificato, incanalato, studiato nei minimi particolari perfino dei suoi eccessi, che nulla può di conseguenza essere affidato al caso, al capriccio degli uomini o di un destino crudele. Non tutto, almeno. Se la Retorica la prendiamo come un’allegoria della vita, tutto è sotto controllo. Nulla ci può accadere. Dio c‘è.

scritto da Leila Mascano · 29 ottobre 2008, 23:58 · #

Ritornata a casa dopo un diluvio, constato tristemente lo stato del mio aspetto nello specchio dell’ingresso.
“ Perché curi la tua bellezza? Per quanto ti adoperi, gli animali saranno sempre più leggiadri di te.Perché ti acconci con tanta accuratezza i capelli?Anche se li portassi sciolti come i Parti, annodati come i Germani, o scomposti come gli Sciti, la criniera di qualsiasi cavallo selvaggio ondeggerà più bella…” Seneca. Sembra che non resti nulla, e invece come dopo un naufragio riemergono nelle circostanze più incongrue relitti e frammenti. Nella miseria del mondo,nello squallore di un pomeriggio di pioggia, e di un’infinita malinconia, la voce ironica e affettuosa di quest’uomo attraversa i secoli. Il saggio è colui…che non teme nemmeno la morte. La propria, forse. Lui infatti si tagliò le vene. E quella degli altri? Secondo lui è un bene, perché li priva del dolore. Ma quelli che restavano erano duri a capire…su questo argomento per Marcia che aveva perso un figlio scrisse 26 capitoli…Così, invece di fare tutto quel che dovrei, mi metto a cercare il volumetto, per rileggerlo. Invano. Saggezza e consolazione mi si negano.

scritto da Leila Mascano · 4 novembre 2008, 22:19 · #

Leila, trovi delle cose semplicemente inserendo “Seneca” e “Marcia”. Non so se è tutto ciò che ti interessa. Io è da tanto tempo che devo leggermi le “Lettere a Lucilio”, consigliatomi da un’amica forumista…

scritto da maurizio · 5 novembre 2008, 14:32 · #

Grazie Maurizio.E’ l’uovo di Colombo, ma non ci penso mai.E poi, devi essere “ in the mood.” Oggi sono altrove con la testa, la realtà contingente preme. Seneca si allontana, dissolvendosi nella nebbia.

scritto da Leila Mascano · 5 novembre 2008, 20:58 · #

“ Il mio sangue scorreva sotto il suo staffile, ma lei non aveva pietà.Continuò a frustarmi sino a che venni meno. Quando ripresi i sensi, la principessa era in piedi davanti a me nella sua giacca di pelliccia, la frusta in mano.”
Poco più avanti: “In quell’istante, la sua bellezza senza veli mi parve così sacra, così casta, che caddi in ginocchio ai suoi piedi,come avevo fatto davanti alla dea,e glieli baciai devotamente.”
E’ la Venere in pelliccia, di Leopold Sacher-Mascoch. Ancora dopo qualche pagina, la crudele scrive al protagonista, quello che si è goduto ( è il caso di dirlo ) i colpi si staffile: Mio signore!L’ho amata profondamente. Fu lei a soffocare il mio sentimento con la sua stravagante dedizione e la sua folle passione.
Al di là dello scandalo che il libro suscitò, è assolutamente interessante notare come sia il bisogno di crudeltà di lui a rendere crudele la donna. Egli non desidera dunque un vero rapporto con lei, ma con la dea che essa impersona, e che col suo desiderio di punirlo sazia un bisogno di sopraffazione, di umiliazione che si placa attraverso il dolore e l’annientamento di sé.Ma è illuminante l’intuizione della fondamentale crudeltà della maggior parte dei rapporti amorosi, con i loro rituali complessi di possesso e gelosia,di inseguimento e di fuga, che si svolgono intorno ad un unico motore, il dolore, misura dell’amore per eccellenza.In ognuno di noi probabilmente sonnecchia un sadico o un masochista, naturalmente diluito nelle dosi omeopatiche che il nostro self control ci permette nelle modeste passioni che ci concediamo, per esplodere di tanto in tanto in privatissimi inferni che qualche volta arrivano in cronaca nera. Venere in pelliccia è piuttosto un trattato di psicologia, d’un genere particolare, ma non privo d’annotazioni valide in generale sui comportamenti umani. E’ dotato d’una certa finezza ( per intenderci non è Histoire d’O )ma tutto sommato non ha quella forza dirompente che dalla sua fama ci si aspettava.

scritto da Leila Mascano · 27 novembre 2008, 20:08 · #

Ho una tastiera sadica.Il povero Masoch è diventato Mascoch…ma lui non potrà che goderne, visto che adora essere bistrattato!

scritto da Leila Mascano · 28 novembre 2008, 14:21 · #

Desiderio di dipendenza,di crudeltà, di sopraffazione. Questi temi non fanno parte solo di un immaginario maschile, ma anche femminile. Viene spontaneo riprendere in mano un libro letto molti anni addietro in inglese, che ebbe molti problemi con la censura, e del quale negli anni sessanta fu proibita la pubblicazione in Inghilterra e in Germania. Solo nel 2001 il libro fu pubblicato col titolo originale, Gordon, e il vero nome dell’autrice, Edith Templeton, ed è così che lo troviamo nella versione italiana di Neri Pozza del 2003.L’ autrice fu moglie di un diplomatico e successivamente del medico personale del re del Nepal, e viene spontaneo chiedersi se sia lei la donna algida e bellissima ritratta sulla copertina .Durante la guerra fu capitano dell’esercito britannico, come la protagonista del suo romanzo. La spericolata signora si trova coinvolta in un’avventura che è un vero topos dell’immaginario femminile, quell’ hic et nunc con uno sconosciuto, avventura sconsigliabilissima oggi, per dirla con un eufemismo, alla Marquez, ai tempi del colera, però estremamente eccitante, pare,per chi coltiva gusti pericolosi.Ma sentiamo cosa ci racconta: “Quando mi possedeva con tanta ferocia da spingermi fino ai confini delle tenebre, mi dava l’ebbrezza di avere raggiunto quella cosa, l’unica che avessi sempre desiderato.Quando stava per prendermi, desideravo solo che mi spezzasse e mi distruggesse, e forse era questo il motivo per cui gli opponevo resistenza. Forse cercavo di difendermi per incitarlo a spezzarmi e a distruggermi,ma la mia resistenza aveva un altro, e diverso, significato. Agognavo anche a distruggere e a spezzare lui”.Fin qui siamo sul soft, ma in realtà accadono cose assai crudeli, benchè la vera crudeltà sia più psicologica che fisica, anche se quest’ultima non manca. Quello che è spiazzante è il tono freddo, impersonale, quasi scientifico con cui la protagonista racconta i fatti, quasi come fosse l’occhio d’una cinepresa. Insomma qualcosa di simile accade in certi splendidi documentari sulla natura, dove si assistono a scene crudelissime di cuccioli divorati da predatori, e la voce del commentatore non tradisce alcuna emozione, anzi dice con accento impeccabile “Talvolta in natura accadono cose assai crudeli”, ma very british, very cool.
Non vorrei togliervi la sorpresa, ma in effetti a spezzarsi sarà lui, questi cattivoni di rado sono all’altezza dei propri impulsi, laddove ( e qui mi cito con civetteria )bisognerebbe avere il coraggio dei propri desideri. A proposito, anche “il dolore è la misura dell’amore” è una frase tratta dal mio libro.Comunque alla bistrattata ma elastica signora ( per coltivare certi gusti bisogna anche avere costituzione robusta )va molto meglio.Pare infatti che queste cultrici di amori distruttivi e violenti abbiano avuto tutte un cattivo papà che ha prodotto loro gran danni, e dunque sono interessate solo all’amore di uomini che non le amano, anzi le trattano malissimo, ma che sarebbero gli unici adatti a compensare il disastro. Le vittime consenzienti farebbero di tutto per farsi amare, ma più gridano Straziami ma di baci saziami, più i loro compagni si sentono incitati, come la Wanda di Venere in pelliccia, ad assumere comportamenti violenti.Infatti comunque l’amore è un gioco che prevede un pizzico di crudeltà, almeno nella fase iniziale, ed è solo la fuga dell’uno o dell’altro a scatenare il meccanismo del desiderio, né si desidera quel che è troppo facilmente offerto.Una su mille delle disastrate forse trova il Grande Papà, quello che le dice Ti amo, puoi mettere via la cintura ( che lei gli offre perché lui si erciti ) per quanto tu sia cattiva sorriderò con indulgenza e mi rifiuterò di toccarti anche con un dito se è per farti male ( in genere i normali fuggono a gambe levate da questi talami tempestosi, restano i peggiori e di rado si pesca il Grande Papà, che è autorevole ma mai autoritario e tutto capisce e tutto perdona, senza spargimenti veri o simbolici di sangue. Quindi la protagonista può volargli tra le braccia, cantando finalmente My hearts belongs to Daddy. Detto così fa un po’ ridere, ma tutto è bene quel che finisce bene. Le altre 999 assistono mute alla scena, succhiandosi il dito con gli occhi pieni di lacrime. Sottofondo di violini.
Ho scherzato un po’, ma il libro è notevole. Lieto fine compreso ( non per il cattivone, mauanto era antipatico!)

scritto da Leila Mascano · 30 novembre 2008, 19:19 · #

“Ripetimi che mi lascerai” le dicevo ansimante, e stringendola tra le braccia fino a stritolarla. Sottomessa, come non può esserlo neanche una schiava,lei ripeteva, per farmi piacere, delle frasi di cui non capiva nulla.”
Così scriveva Raymond Radiguet ne Il diavolo in corpo, il romanzo che aveva pubblicato a vent’anni, nel ’23, e che tanto scandalo aveva suscitato con la storia di un adulterio tra un adolescente e una giovanissima signora, regalandogli fama, ricchezza e l’ammirazione incondizionata di un padrino come Jean Cocteau, che già lo acclamava tra i grandi.Vi sono vite destinate a bruciare in fretta, consumandosi con una vivissima fiamma. Poco più che ventenne,l’irrequieto Raymond muore repentinamente di tifo, lasciandoci questo romanzo misterioso.Misterioso perché sembra scritto da una persona molto più adulta del giovanissimo autore, con una conoscenza profonda della psiche umana, e capisco quale filo logico mi ha condotto a risfogliarlo: gelo e fiamma, di nuovo la furia appassionata e la freddezza dell’entomologo. La storia di per sé è assolutamente ovvia e perfino banale, e viene da chiedersi perché risulti tanto affascinante.Forse è l’atmosfera del libro, tutta pervasa da una specie di senso di ineluttabilità. di presagio, e dove la morte è palpabilissima, anche se non esplicita, almeno fino al finale dove la protagonista muore.Autant-Lara fece un film culto da questo romanzo,con un attore che come pochi altri aveva toccato le corde del cuore degli spettatori e ne era stato oggetto di desiderio. Mi ero sempre chiesta perché: le foto ci mostrano un bel giovane dal viso intelligente, ma tutto sommato abbastanza comune. Vederlo sullo schermo fu uno shock, poiché era sublime, semplicemente. Un fenomeno come la Garbo: l’estrema spiritualità lo rendeva sensuale e desiderabile come pochi. Dunque, come il lbro, il suo protagonista sullo schermo era in apparenza comune, ma turbava molto.Si chiamava Gérard Philipe, e come Radiguet era destinato a morire giovanissimo. Fu grazie a lui che il romanzo entrò definitivamente nell’immaginario collettivo, col suo titolo anch’esso misterioso e bellissimo, quel diavolo in corpo che più la giovinezza, il desiderio, l’amore magari proibito sembra identificarsi con l’impossibilità per alcuni di amare, e d’essere amati, senza esiti letali, anche se talvolta, tanto per mantenerci nel campo del cinema, si tratta solo di crimini del cuore.

scritto da Leila Mascano · 3 dicembre 2008, 23:26 · #

Insomma per continuare questa passeggiata ideale che ci ha condotti nel mondo dell’eros, ecco qui un romanzo di André Pieyre de Madrigas, scrittore francese vincitore di un Premio Goncourt, legato al movimento surrealista che diceva di sé “ mi considero un puritano e un erotomane.“Questo libro, pubblicato da Mondadori per il Il Saggiatore,nel 97, che si intitola Sparirà tutto, più che romanzo erotico è un gioco intellettuale, che comincia abbastanza realisticamente e sfuma in un finale onirico, o meglio surrealista.Un uomo colto e sofisticato incontra nella metropolitana una giovane donna e vive con lei un’avventura erotica in un misterioso appartamento dove lei lo conduce attraverso un labirinto di vicoli pregandolo di chiudere gli occhi. In questo luogo fuori dal tempo, lussuoso ed esotico, dove c‘è una serra tropicale con serpenti e farfalle,sotto la sorveglianza di una potente e sconosciuta maitresse,sorveglianza che non si capisce se sia immaginaria o effettivamente voyeristica,il protagonista possiede più volte la fanciulla secondo i canoni di un erotismo abbastanza diffuso, che prevede al solito la sottomissione di lei, voilà:“Certo basterebbe dire a quella donna, che più volte gli ha manifestato la sua sottomissione,un po’ brutalmente “Spoglia il tuo padrone“e lei gli risponderebbe “ai vostri ordini, signore”. e così nuda gli ubbidirebbe con lenta e voluttuosa servilità, il che potrebbe essere molto piacevole”. Non c‘è vera violenza, più che altro è simbolica, le fa baciare una cinturetta di lei che sembra un serpentello azzurro, prima di frustarla e poi legarle le mani etc, poi in un certo senso il gioco si capovolge, è la ragazza, metà attrice, metà prostituta o forse adepta o sacerdotessa di una setta misteriosa, a condurre il gioco, ed ecco che la posta si rivela alta, altissima, e lui si perde, o forse annega in quel che cercava fin dall’inizio, l’annientamento, appunto. La sparizione.“Per essere una puttana che recita, tu parli bene” le dice lui, ed in effetti i due hanno un dialogo coltissimo, dove si cita per esempio l’Atlanta del Museo di Napoli e così via. Il sesso è minutamente descritto, calligrafico e brutale insieme, mi viene da scrivere estetizzante e brutale,con la fantasia dominante della donna-schiava (“La tua schiava è ai tuoi ordini” dice lei, e ancora: “So che state per lanciare su di me i cani dei vostri desideri, ed ad una parola che direte, mi metterò stesa per essere la loro preda.”) Poi, invece, come si è detto, la storia prende un’altra strada.
A questo punto mi chiedo: Ma perché questo genere di libri è sempre così funebre? Il binomio amore- morte è chiaramente avvertibile in questi giochi feroci ( a prescindere se siano violenti o meno )e comunica un senso di solitudine e di amarezza. Forse perché manca il terzo amante, l’amore? Forse è lui che trasforma un atto potenzialmente violento ( una certa dose di aggressività è prevista dalla natura, mi pare )in un luogo d’incontro dove fondersi per un attimo almeno, finalmente, nel tentativo vano di realizzare quel sogno inconfessato che è il “possesso” pieno e totale dell’altro, e con ciò s’intende la sua essenza, non solo il suo corpo, ma la parte più nascosta di sé. Un sogno da alchimista, probabilmente, che pochissimi sfiorano per un istante. Tutto il resto è ginnastica, o sopraffazione, o violenza,o puro soddisfacimento di un istinto, perché l’eros senza l’affettività non è che questo, e allora via via le ginnastiche si fanno più pericolose e complicate,e fare l’amore diventa come aver sete in barca, e non aver acqua dolce, circondati dal mare salato, che aumenterebbe a dismisura la nostra sete.

scritto da Leila Mascano · 7 dicembre 2008, 10:04 · #

Joseph Conrad mi incuriosisce più dei suoi romanzi, che pure sono notevolissimi. Nato in Polonia da una famiglia nobile e ricca, per l’avvento dei russi si trova a vivere un’adolescenza difficile . Pare che in quegli anni, quando frequentava il ginnasio,arrotondasse le sue magre finanze facendo il giocatore,e pare fosse proprio il desiderio di sfuggire alle conseguenze d’un debito di gioco a costringerlo alla clandestinità e alla fuga( queste sono reminiscenze di cose che mi furono raccontate quando ero bambina, e non so quanto attendibili ). A circa sedici anni o poco più il giovane Konrad si arruola nella marina mercantile, prima in Francia, poi in Inghilterra. Farà tesoro di quest’esperienza vent’anni dopo, quando a trentasei anni lascerà il mare per dedicarsi completamente alla sua vocazione di scrittore.Suo è lo straordinario “Cuore di tenebra”, titolo che trovo in italiano più bello dell’originale inglese, che è Heart of darkness. Ma questo buio non è solo quello dell’Africa, e in particolare del Congo, ma soprattutto quello della coscienza e della civiltà europee, simboleggiate dal personaggio di Kurt,il mercante d’avorio che si fa venerare come una divinità dagli indigeni, quello per intenderci che ispirò Coppola per il suo terribile e meraviglioso Apocalypse now. Sarebbe riduttivo descrivere questo libro come un semplice romanzo di avventura.Conrad ( questo fu lo pseudonimo da lui adottato )percorre un duplice cammino: quello del battello lungo la via d’acqua del fiume Congo, e quello all’interno della coscienza dei protagonisti, e l’incontro con la parte più nascosta e oscuro di sé è paragonabile agli abissi popolati da mostri, quali li immaginò un altro grande scrittore,Jules Verne, e non è comunque forse vero che il sonno della ragione genera mostri? La parola che due volte ripete Kurt nella sua agonia è “orrore”, quasi che la consapevolezza si identificasse nel suo Eden con il male. Anche se Conrad racconta una realtà che ben conosce ( il mare, la vita a bordo, le tempeste ( bellissime queste, e terrificanti quanto le bonacce )pure nel suo stile distaccato parla con straordinaria sicurezza di quell’attimo illuminante e spiazzante in cui il lato più profondo della coscienza irrompe nella realtà, straniandola in un luogo “altro” quale sembra improvvisamente il mondo alla luce di una rivelazione che diventa una una catarsi. Questo tema è particolarmente evidente in Lord Jim ed anche ne La linea d’ombra.
Credo che Conrad avesse orrore della retorica, dei miti, dei grandi messaggi, di tutto quello che spacciandosi per grande e rivestendosi di belle parole contrabbanda spesso volgarità e miserie, ed avidità, soprattutto. Queste le parole che volle sulla sua lapide:Il sonno dopo la fatica, il porto dopo i mari in tempesta, la quiete dopo la guerra, la morte dopo la vita,danno conforto.
Chi non sottoscriverebbe questi versi di Spenser?

scritto da Leila Mascano · 13 dicembre 2008, 22:50 · #

“Amavo, Signore, amavo: volevo essere amata.”
Così Berenice nell’opera di Racine, ispirato al legame interrotto sul nascere tra Luigi XIV e la nipote di Mazarino, Maria Mancini.
La storia racconta di Tito, che rinunciò a Berenice, invisa a Roma, rimandandola in Palestina,quando alla morte di Vespasiano diventa imperatore.
La tragedia inizia la notte prima del matrimonio, che non ci sarà.C‘è un intreccio di passioni disperate che vede non solo coinvolti i due amanti, ma anche Antioco, amico dell’uno e innamorato dell’altra.
L’ombra della morte aleggia su tutti, perché ognuno minaccia di porre fine ai suoi giorni in un crescendo tragico che si scioglie in un finale insolito per Racine: i protagonisti alla fine rinunciano alla morte.
Berenice, altrove descritta come una donna empia e dissoluta, è per Racine una grande eroina tragica.Il vero protagonista è tuttavia il conflitto tra l’amore e un imperativo categorico superiore, in questo caso la ragione di stato.
I versi di Racine sono un filo di perle che si spezza sulla tastiera di un pianoforte. La loro musicalità è assoluta, capace di dare un’emozione totale, perfino violenta.La loro struttura è come lo scheletro di un aliante: lieve, geometrica, perfetta, un gioco d’equilibri che raggiunge grandi altezze.
Il sublime, ed è tutto.
Questi i versi più celebri….
Que le jour recommence, et que le jour finisse,
sans que jamais Titus puisse revoir Bérénice,
sans que, de tout le jour, je puisse voir Titus?

scritto da Leila Mascano · 15 gennaio 2009, 20:53 · #

Chi sarà quel Remo N. per cui è stata scritta una delle dediche più belle che io abbia letto?


Quella che tu credevi un piccolo punto della terra
fu tutto.
E non sarà mai rubato quest’unico tesoro
ai tuoi gelosi occhi dormienti,il tuo primo amore non sarà mai violato.
Virginea s‘è rinchiusa nella notte
come una zingarella nel suo scialle nero.
Stella sospesa nel suo cielo boreale
eterna: non la tocca nessuna insidia.
Giovinetti amici, più belli d’Alessandro e d’Eurialo,
per sempre belli, difendono il sonno del mio ragazzo.
L’insegna paurosa non varcherà mai la soglia
di quella isoletta celeste.
E tu non saprai la legge
ch’io, come tanti, imparo,
-e a me ha spezzato il cuore
fuori dal limbo non v‘è eliso.


Questi versi sono una specie di prologo ad uno dei romanzi più belli che io abbia letto, L’isola di Arturo, e quello in cui maggiormente mi sono rispecchiata. Ne conosco a memoria l’inizio: Re e stella del cielo. “ Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome”. Nel suo Eden fantastico, l’isola di Procida, il ragazzino Arturo vive l’ultima, irripetibile stagione di quella linea di confine che separa l’infanzia dall’adolescenza, stagione aspra di amare dolcezze, come quei frutti selvatici che dietro la promessa zuccherina poi legano i denti e lasciano la bocca ferita da un sapore di di tagli e di spine. Eccolo Arturo correre con la cagnetta Immacolatella per la sua isola selvaggia, popolata di personaggi fantastici, Romeo l’Amalfitano, Pugnale Algerino, il padre misterioso e bellissimo, sarcastico e crudele come solo un eterno adolescente può essere, la matrigna Nunziatella,quasi una bambina, così selvatica, capace d’ispirare una ruvida tenerezza che fa male al cuore, “una fiera senza difesa,che appena la minaccia si allontana, esce dal suo covo.” Eccola, la sposa bambina, che trema e tuttavia è mansueta, mentre il suo padrone gioca con lei con un pizzico di crudeltà, le scioglie la gran massa dei capelli, la obbiga a mostrare le povere gioie che con pudore istintivo difende come ogni cosa di sé,mentre Arturo osserva geloso quel gioco che non capisce, e che finisce bruscamente.“Mio padre si divertì un poco a giocare alla rinfusa coi gioielli, poi se ne saziò, e lasciò andare la sposa. “ Ecco, forse è quello il momento in cui tutto comincia a cambiare, e l’isola meravigliosa, metafora della felice, irripetibile stagione dell’incanto, comincia a trasformarsi, impercettibilmente gli equilibri a mutare, poiché ciascuno di noi incontra fatalmente il serpente, l’albero della conoscenza, l’esilio.Così si conclude il libro:
Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L’isola non si vedeva più.
Il libro è particolarmente struggente per me, la cui infanzia è legata a Capri, che nei miei ricordi somiglia al Paradiso perduto,che come per il bambino Arturo si identifica con un’isola azzurrna che sfuma all’orizzonte e di una stagione incontaminata di cui sentirò per sempre la nostalgia.

scritto da Leila Mascano · 25 gennaio 2009, 20:03 · #

Perché ci s’innamora? Bambina, trovai un vecchio libro nella biblioteca, che si chiamava “Bula matari” Il frangitore di rocce. Era la storia di Henry Morton Stanley. Fu un colpo di fulmine. Le avventure di quel ragazzo coraggioso, poi diventato uomo, mi presero il cuore. Ho cercato quel libro con ostinazione per tutta la vita, e l’ho ritrovato in circostanze stranissime. Per darvi un’idea dello stile, si conclude così... “Sposò una donna degnissima, Miss Dorotea Tennant, che lo comprese perfettamente e grandemente lo amò.”
Il libro è scritto da un certo Luigi Rinaldi, ed ogni spirito critico scompare di fronte all’incanto e all’emozione che si rinnovano. Accipicchia, dopo tanti anni confermo: era vero amore. Amo Stanley.

scritto da Leila Mascano · 6 marzo 2009, 23:53 · #

Dicono che a una certa età la mente si scombini, che giochi a rimpiattino con se stessa, a scapito dell’uomo o della donna, e che la differenza tra i due sta soltanto nella forma del congegno che ci portiamo in testa. Allora, non per rimarcare sull’amore, sono un uomo single e anziano, e ieri ho visto un manifesto: una lavastoviglie a colori, in linea nelle forme e nelle scritte, e così attraente che vorrei poterla abbracciare. Non è che posso contare sulla finanziaria per rottamare un vecchio amore?

scritto da frank spada · 7 marzo 2009, 11:29 · #

Ho letto di un cigno negli Stati Uniti impazzito d’amore per un distributore di benzina che quando conclude l’operazione emette un suono del tutto simile a quello della femmina del cigno in amore.Del resto in un film di Marco Ferreri il protagonista Christopher Lambert impazziva d’amore per un gadget che gli diceva I Love you.
In verità le leggi dell’amore sono imperscrutabili ed io invidio di tutto cuore il gentile amico colto da colpo di fulmine per la lavatrice. Potessi magari io innamorarmi di un frigorifero, abbracciarlo con comodo in cucina ( eroticissimo luogo, pare, vedi il Postino bussa sempre due volte con Jack Nicholson ed altri . )Non dovrei stupirmi della sua freddezza, per esempio, o del fatto d’esser taciturno. Metterei in conto di dover prendere io l’iniziativa, e di poter poco contare sul suo apporto nel rapporto (carino, no? )Se poi il frigo potesse dirmi I love you quando apro lo sportello, sarebbe il massimo. A pensarci bene, se non mi turbasse un rapporto lesbico, un pensierino lo potrei fare pure sulla lavatrice. Potrei rimanere ore a guardare la centifuga, e quei vortici d’acqua, oceani in tempesta in un cuore di acciaio, mi affascinano. Adoro quando finge d’essersi addormentata, se non morta nei lunghi abbandoni dell’ammolllo biologico, per poi sussultare alla brusca ripresa della centrifuga, un vero vortice di passione. Ma trattasi di creatura femminile, non mi sento portata.
Comunque l’idea d’innamorarsi d’un elettrodomestico è molto carina. Alle brutte, esaurito il raptus erotico o amoroso c‘è sempre la possibilità della rottamazione, e di sostituzione con nuovo modello.
In verità per quel che mi riguarda avrei una sola cosa da sostituire, ed è il mio cuore, che butterei volentieri in una discarica.

scritto da Leila Mascano · 10 marzo 2009, 20:12 · #

Leila, lo sai che una volta, tanti anni fa, col mio gruppo di amici mettemmo in scena una commedia scritta da me, dal titolo “Zak! La rivolta”, la cui trama si basava su una ribellione degli elettrodomestici, asserviti da sempre al potere dell’uomo…c’era perfino un telefono che stava sempre al…telefono parlando con la lavatrice, della quale si era innamorato…

scritto da maurizio · 11 marzo 2009, 11:31 · #

Gentile Leila Mascano, l’ho comperata (la lavastoviglie)! Vorrei invitarla a cena, da me s’intende. Porti pure un dolce – al vino e al resto penso io. Staremo assieme mano nella mano, come due vecchi amici, uniti dal piacere davanti al vortice dei giri.
Lasci perdere sostituzioni e discariche. Il suo cuore chiede solo di battere.
Una carezza, intanto, con simpatia. Frank

scritto da frank spada · 11 marzo 2009, 18:45 · #

Provate ad immaginare il buio di una stanza ed il mormorio di una fontana che viene da un giardino. Nel buio fluttuano macchie colorate come su un velo dipinto che a poco a poco si trasformano in paesaggi favolosi, fiori, frutti, oceani, uccelli meravigliosi e quanto di più stravagante ed esotico possa creare la vostra fantasia. Immaginate che il paesaggio si popoli di principesse dal riso di perla e di cortigiane maliziose, di visir capricciosi e crudeli, di corsari e di mori, e che le loro storie sensuali e liete e tristi e piene di malinconia s’intreccino come i fili colorati del velo dipinto, o del tappeto volante sul quale cavalcherete il buio, e che il suono della fontana si trasformi nella voce dolcissima della principessa Sherezade che racconta al suo signore crudele che la vuole morta per mille e una notte la favola della vita, finché egli innamorato non la grazierà.Davanti ai nostri incantati sfilano i più fantastici racconti che si possano immaginare, e viene dunque naturale chiedersi cosa renda così affascinanti queste storie. E’ che esse della realtà non conservano che l’apparenza, ma al dunque si rivelano della stessa materia dei sogni. Sogni ad occhi aperti, quindi, per svuotare la vita della sua materia feroce. Viene da chiedere perché Sherezade per mille e una notte continui a raccontare, invece di cogliere l’occasione per trasformarsi essa stessa in sogno, una macchia colorata che svanisce nel buio.

scritto da Leila Mascano · 13 marzo 2009, 20:08 · #

Ah la mia tastiera dispettosa! Davanti ai nostri “occhi” incantati…mangia di tutto, a volte con risultati stravaganti.

scritto da Leila Mascano · 14 marzo 2009, 17:58 · #

E quando prendi la rincorsa, vai su e giù sui tasti, sei in volo e non hai paura di cadere perchè vedi un cielo stellato sotto i piedi ?

scritto da frank spada · 15 marzo 2009, 09:16 · #

Questi incantesimi non si ripetono più. Non so più scrivere, e raccontare nemmeno.Il tempo delle favole è finito.

scritto da Leila Mascano · 16 marzo 2009, 19:25 · #

Il tempo delle favole non finisce mai

scritto da carlo cornaglia · 17 marzo 2009, 17:02 · #

Marcello Marchesi scrisse una cosa molto carina e molto vera, ed è questa: Le favole non bisognerebbe raccontarle ai bambini per illuderli, ma ai grandi per consolarli.
Il punto è che io sono una bambina.

scritto da Leila Mascano · 18 marzo 2009, 23:03 · #

Una bambina adulta però, quindi immortale come la fantasia.

scritto da frank spada · 22 marzo 2009, 10:10 · #

Contessa, cos‘è mai la vita?
E’ l’ombra di un sogno fuggente.
La favola breve è finita.
Il vero immortale è l’amor.
Sono i versi di Carducci per Jaufré Rudel, e li citavamo scherzosamente, noi ragazze, preparando un esame di letteratura francese. Ci facevano sorridere, ci sembravano Kitsch.Ora non più, sono folgoranti, come le massime dei cioccolatini, altroché.

scritto da Leila Mascano · 29 marzo 2009, 18:18 · #

Immortalità è anticiparsi i ricordi che verranno, i punti a mare per mantenere rotte solitarie, tra sirene sulla cresta dell’onda, illusioni vanitose – nel caso vi troviate in carovana, considerateli miraggi.

scritto da frank spada · 1 aprile 2009, 10:32 · #

Eccomi qui, con niente, solo ricordi. Mi consola pensare che probabilmente svanirò nel nulla, invece niente: sono condannata all’immortalità. Mio caro amico, se a questo punto della vita mi proponessero di distruggere tutti i ricordi,tutto il passato, lo farei volentieri, mi creda.

scritto da Leila Mascano · 5 aprile 2009, 11:10 · #

E poi, cara amica, pensi alla fatica: ricominciare daccapo, tutto, senza la certezza di ritrovarsi com‘è ora, con l’animo gentile che chiede ancora di capire; mentre l’anima non ci risponderà mai, lasciandoci credere che abbiamo vissuto, forse, solo di ricordi.
Un abbraccio, una carezza, con simpatia.

scritto da frank spada · 5 aprile 2009, 19:48 · #

O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce perché la tua voce è soave…
Sul mio comodino, il _Cantico dei cantici._ Lo regalai al mio primo amore, che mi regalò _Le confessioni_ di Sant’Agostino. Non posso sfogliarlo senza commuovermi. Quest’amore così soave, così delicatamente sensuale, così tenero e così selvaggio, è davvero un miracolo che dopo tanti secoli ci tocca il cuore. Ah ritrovarlo solo per un attimo, “prima che spiri la brezza del giorno e si allunghino le ombre.”

scritto da Leila Mascano · 8 aprile 2009, 23:22 · #

“Amore, amore/lieto disonore” (Sandro Penna). Il dolore è inevitabile conseguenza della necessità di “osare”, osare l’amore, a qualsiasi costo, dice il critico… ma penso che il “disonore” di Penna sia l’incosciente e leggero cedere al richiamo del profondo, atteggiamento che ci rende più fragili e infantili, possibile oggetto di “disonore” agli occhi di tutti quelli che restano “adulti”.

scritto da maurizio · 9 aprile 2009, 14:26 · #

Se non ricordo male, Mauriac diceva che lo scrittore è essenzialmente un “uomo” che non si rassegna alla solitudine, richiamando alla memoria Rimbaud che, interrogato a questo riguardo, aveva risposto: – Io? E’ un altro.
Ora, fate un po’ voi, ma senza esitare, ché la vita è breve e capita di rado di essere presentati a se stessi.

scritto da frank spada · 9 aprile 2009, 18:21 · #

Il punto cruciale è piuttosto rassegnarsi alla propria compagnia.Per me l’amore è questo: lo sguardo dell’altro, lo specchio delle acque limpide, il raggio della luna che permettono a Narciso di non odiare se stesso, ma di vedersi con gli occhi innamorati dell’altro. Narciso muore non perché innamorato del bel giovane in cui non si riconosce, ma nel tentativo di riappropriarsi di sé, di ricostruire dai frammenti dello specchio schizofrenicamente rotto l’immagine integra. Dunque l’amore dovrebbe essere taumaturgico, ed ogni volta che qualcuno che si ama ci respinge è la nostra integrità che viene messa in discussione. Per questo l’amore è così potenzialmente distruttivo: amore e morte.

scritto da Leila Mascano · 10 aprile 2009, 21:08 · #

Mi assento per un po’ (non troppo) in compagnia di chi mi sta accanto da una vita, ma non vedo.
Avevo. Avevo ancora. Ahimè! Avevo avuto.

scritto da frank spada · 11 aprile 2009, 08:40 · #

Il fatto che qualcuno che si ama ci respinga vuol dire che noi stessi ci siamo illusi sul fatto di amare. L’amore vero non può che essere ricambiato…“amor che a nullo amato amar perdona”, come scrisse un ignoto poetucolo del ’200.

scritto da maurizio · 11 aprile 2009, 22:32 · #

Io interpreto il verso in questo modo: colui che è colpito dal dardo dell’amore non può esimersi dall’amare.Per mio conto non c‘è rapporto tra l’autenticità del sentimento e il fatto che sia ricambiato.

scritto da Leila Mascano · 14 aprile 2009, 22:40 · #

Forse Dante voleva intendere che esiste (come dici tu) un certo tipo di amore che porta inevitabilmente la persona amata a contraccambiare il sentimento. Penso che si parli del sentimento autentico, quello che parte da infinito e va verso infinito, dove sparisce l’“io”, non c‘è un IO che ama, ma è l’amore stesso che passa attraverso di me. Ecco, questo amore, io penso, non possa che essere ricambiato. Altrimenti parliamo di amore in termini umani, del NOSTRO modo di amare, l’amore di san Francesco appartiene a un’altra dimensione. (Fra parentesi non AMO l’abusata parola “amore”, preferisco di gran lunga “comprensione”, stupenda etimologicamente).

scritto da maurizio · 15 aprile 2009, 12:30 · #

Ma siete ancora “lì”? Allora vi riporto appena un po’ indietro, a “Rileggere o non rileggere…” della Redazione del 05/02/08. Dove “questo” NON è un problema, come l’amore del resto. Un tema che qui sembra dilungarsi oltre misura, senza farvi insospettire che in realtà si ama senza ragione, oppure quando lei/lui ti hanno letto una “storia” per farti addormentare. E poi hai imparato a leggere da solo. Tutto qui, così semplice che quasi quasi pare vero.

scritto da frank spada · 18 aprile 2009, 07:58 · #

Sì, si ama senza ragione, caro Frank, e soprattutto non c‘è nessuna ragione perché si debba amare qualcuno. Ma su una cosa però non sono d’accordo: di semplice purtroppo non c‘è proprio niente.

scritto da Leila Mascano · 18 aprile 2009, 09:28 · #

Gentile Leila Mascano (non ho altro modo per contattarla) le segnalo che sul sito letterario http://www.riaprireilfuoco.org/blog/?p=249#comments c‘è l’“incipit” di un raccontino che aspetta il SUO continuo. Cordialità. Frank
P.S. Ringrazio la Redazione per l’eventuale pubblicazione della segnalazione/invito esteso a tutti gli amici di Robin.

scritto da frank spada · 24 aprile 2009, 14:21 · #

Il ricordo della deliziosa cena che ha voluto offrirmi, ma soprattutto le nostre amorose confidenze a proposito del turbamento che provocava a lei la bella lavatrice e a me il frigo gelido, ma non per questo meno suscitatore di turbamenti mi hanno indotto a rispondere prontamente al suo invito. Sono lì, col mio seguito del racconto.

scritto da Leila Mascano · 25 aprile 2009, 15:50 · #

Il ricordo della deliziosa cena che va voluto offrirmi, ma soprattutto le nostre amorose confidenze a proposito del turbamento che provocava a lei la bella lavatrice e a me il frigo gelido, ma non per questo meno suscitatore di turbamenti mi hanno indotto a rispondere prontamente al suo invito. Sono lì, col mio seguito del racconto.

scritto da Leila Mascano · 25 aprile 2009, 15:52 · #

Gentile amica, ho letto, complimenti! Ne approfitto per battere le mani, applaudirla, mascherando l’incapacità di scrivere il mio continuo. Quanto a una cena (un’altra) con polenta e baccalà, in febbraio, a Quaresima, mi spiace non averla incontrata per tempo. Ma ci rifaremo, vero?

scritto da frank spada · 25 aprile 2009, 18:47 · #

Ehi, ne bastava uno!

scritto da Leila Mascano · 25 aprile 2009, 19:13 · #

Ehi, ne bastava uno si riferisce al commento, non all’invito. Ci rifaremo, certo.

scritto da Leila Mascano · 26 aprile 2009, 13:46 · #

Di Majakowskij mi viene in mente una foto che lo ritrae ragazzo, con una sigaretta nella mano destra, l’espressione proterva e ribelle. Somigliava per me ad un personaggio di Fournier,così come me l’ero raffigurato nella mia immaginazione: il grande Meaulnes. Naturalmente mi affascinò,e andai a cercarlo negli scaffali della biblioteca. Era lui, simile alla fotografia: ironico, eccessivo, violento, disperato. Scriveva, nei suoi versi, Su di me, al di fuori del tuo sguardo, non ha potere la lama di nessun coltello. E ancora, questi che amai subito tanto, Lascia dunque che io lastrichi con un’ultima tenerezza il tuo passo che si allontana. I suoi versi ferivano il cuore con una corrosiva dolcezza, ed io pensai che meraviglia, un uomo che non teme il ridicolo, perché tale è la forza del suo impeto che nessuno potrebbe ridere di lui. E’ totalmente sincero, nei suoi deliri, nei suoi eccessi, è uno che paga di persona. Uno che scrive in una poesia Non premerò il grilletto, e poi si spara al cuore. Rileggo i suoi versi, e penso che quello che mi turba ancora dopo tanti anni è questa lucida disperazione, questa autenticità che ti inchioda a un dolore senza mediazioni possibili, che si può solo condividere o respingere. Qualche giorno fa un amico georgiano, che ha trascorso l’infanzia in Russia, mi legge alcune di queste poesie in lingua originale. Legge bene, ed io ho il testo a fronte. Ripete i versi perché io ne colga la musicalità, e benché molto diversi, in qualche modo entrambi siamo commossi. Credo che a Vladimir farebbe piacere, Ma guarda, direbbe, scostandosi una ciocca dalla fronte, ma guarda, con un sorriso come il taglio d’una ferita.

scritto da Leila Mascano · 29 aprile 2009, 00:21 · #

La foto che conosco ritrae Aleksàndr Blok come un giovane dal viso affilato e una massa di capelli ricci contro uno sfondo di nuvole. La prima annotazione curiosa è che assomiglia in modo inquietante a Jean Cocteau. Aleksàndr Blok è stato un importante poeta russo, legato al simbolismo, di cui anche Nabokov è stato ammiratore. Era un intellettuale, un uomo raffinato,i cui versi ho amato sempre, come quelli di quasi tutti i poeti e le poetesse russe, perché è la loro poesia quella che preferisco. Questa è la chiusura di Umiliazione: Striscia per terra come un boa sazio- il tuo vestito giù dalla poltrona.- Io non sono né il tuo uomo né il tuo amore. Fiera tu sei, o angelo mio breve. – Senza tremare piantami nel cuore – Il tuo aguzzo tacco alla francese.
Notevole, vero? Viene voglia di confrontare il numero di pagine di Venere in pelliccia con questi versi così incisivi, un compendio, il Bignamino del masochismo. Naturalmente scherzo, come faccio quando le cose mi toccano, anche qui s’intuisce non proprio proprio la felicità, come non doveva essere stato felice un matrimonio con variazioni sul tema, e la variazione era un amico. La moglie era figlia di un uomo importante, che amava e che era il simbolo per lui della femminilità, Ljuba, credo. Blok, di cui rileggo le poesie stasera, muore solo a quarant’anni. Quando il libro mi fu regalato pensavo che fosse quella l’età giusta per morire, ma naturalmente quarant’anni mi sembravano un’età veneranda.

scritto da Leila Mascano · 30 aprile 2009, 00:46 · #

Se c‘è un’età giusta per morire, il momento è “Il giorno dopo – Senza di Noi”, come recita Wislawa S., preannunciando il sole agli altri, ai vivi, a chi “continuerà a essere utile l’ombrello” per non asciugare troppo in fretta le lacrime di gioia sul viso.

scritto da frank spada · 30 aprile 2009, 10:33 · #

Una sua (di Wislawa) bellissima poesia…

MONOLOGO PER CASSANDRA

Sono io, Cassandra.
E questa e’ la mia città sotto le ceneri.
E questi i miei nastri e la verga di profeta.
E questa e’ la mia testa piena di dubbi.

E’ vero, sto trionfando.
I miei giusti presagi hanno acceso il cielo.
Solamente i profeti inascoltati
godono di simili viste.
Solo quelli partiti con il piede sbagliato,
e tutto pote’ compiersi tanto in fretta
come se mai fossero esistiti.

Ora rammento con chiarezza:
la gente al vedermi si fermava a meta’.
Le risate morivano.
Le mani si scioglievano.
I bambini correvano dalle madri.
Non conoscevo neppure i loro effimeri nomi.
E quella canzoncina sulla foglia verde – nessuno la finiva mai in mia presenza.

Li amavo.
Ma dall’alto.
Da sopra la vita.
Dal futuro. Dove è sempre vuoto
e nulla e’ piu’ facile che vedere la morte.
Mi spiace che la mia voce fosse dura.
Guardatevi dall’alto delle stelle – gridavo – guardatevi dall’alto delle stelle.
Sentivano e abbassavano gli occhi.

Vivevano nella vita.
Permeati da un grande vento.
Con sorti gia’ decise.
Fin dalla nascita in corpi da commiato.
Ma c’era in loro un’umida speranza,
una fiammella nutrita del proprio luccichio.
Loro sapevano cos’e’ davvero un’istante,
oh, almeno uno, uno qualunque
prima di –

E’ andata come dicevo io.
Solo che non ne viene nulla.
E questa e’ la mia veste bruciacchiata.
E questo e’ il mio ciarpame di profeta.
E questo e’ il mio viso stravolto.
Un viso che non sapeva di poter essere bello.

scritto da maurizio · 30 aprile 2009, 12:25 · #

Il momento giusto per morire è quello che inevitabilmente ci perdiamo, rallegrandoci per lo scampato pericolo, mentre ci infiliamo nel tunnel dei nostri anni a venire, perfettamente inutili, mentre il perno della giostra cigola paurosamente, l’impeto del prodigioso istante in cui si sarebbe potuto dire basta e scendere dall’inutile giostra è sfumato e siamo noi a sfumare lentamente, ma quanto piano purtropppo, sicché finalmente capiamo che davvero la morte si sconta vivendo.

scritto da Leila Mascano · 30 aprile 2009, 12:58 · #

Ehi, ehi! Ma “quella” giostra è la mia. Comunque, s’io fossi la celeberrima polacca, limiterei il commento a un – al max “ “ o :

scritto da frank spada · 30 aprile 2009, 15:12 · #

Senti come vibrano i rintocchi delle campane nell’aria cristallina fredda dove già brilla una stella.
Senti com’è malinconica questa musichetta che sembra stregata. Il prato ruota intorno a noi, e all’improvviso tutto il mondo sembra ruotare vorticosamente, solo i tuoi occhi sono il mio punto fermo, mi volto a guardarli, principessa piccola che questo smarrimento neppure saprebbe dirtelo, e che barcolla scendendo quando la giostra rallenta e si ferma, e le tue braccia la sollevano mentre si rifugia nascondendo la faccia nella tua spalla. Dove sei, dimmi? Voglio scendere dalla giostra.
Scelgo l’alfiere.

Appare chiaro da questo inoppugnabile documento che la giostra mi appartiene.Comunque gli amici possono procurarsi gratis l’ebbrezza della corsa, maldimare compreso.

scritto da Leila Mascano · 30 aprile 2009, 19:08 · #

Rainer Maria Rilke ha scritto una poesia , che si chiama La giostra ( Giardini di Lussemburgo )Questa l’ultima strofa
E tutto corre rapido alla fine
e senza scopo vortica.
Un rosso, un verde, un grigio appena accennano
un profilo indistinto di bambino.
Di volta in volta, il lampo di un sorriso
beato abbaglia e subito sprofonda
nel cieco gioco trafelato…

scritto da Leila Mascano · 30 aprile 2009, 19:57 · #

Debbo molto a Novello. Indubbiamente l’essere cresciuta sfogliando Il signore di buona famiglia e Cosa dirà la gente? ha avuto un’influenza notevole sul mio carattere.Con Novello ho imparato a ridere. E’ un uomo che ha il dono della sintesi, ed è crudele, ma con leggerezza, con un’infinita compassione per la pochezza umana, e tanto più squillano le trombe, tantopiù il re è un ometto piccolo e nudo.
Sono le sue vignette un compendio così esilarante che usavamo citarne i titoli mio cugino ed io per definire a volo una qualche situazione: si veda la splendida Quando siamo contenti di noi stessi, con una squadra in stile ventennio che esibisce bicipiti e muscoli davanto a quella che sarà certo “una folla oceanica” in un esercizio che mette in rilievo toraci e poplpacci. In tale trionfo di virile potenza un magretto, per nulla muscoloso, è piegato ad arco sull’asta che gli altri brandiscono a mo’ di fiaccola olimpica. La didascalia dice: Egli sente che la flessione del busto in avanti non gli è mai riuscita così bene.
Per non dire dall’atrocità dell’Allora si era parlato di vocazione…Un operaio dall’aria rassegnata trasporta sulle spalle un water. Dice la didascalia:Egli aveva cominciato, ancora giovinetto, modellando ceramiche artistiche…Eccoli, i malinconici eroi di Novello: la disperazione della Non rapita del ratto delle sabine, lo squallore della famigliola modesta che dopo il pomeriggio “di splendore e di fasto” al cinema consuma il gelato in silenzio al bar, e tristissime sono le facce “quand’anche il gelato “ alla marena” è finito…Questi borghesi piccoli piccoli, questi proletari sempre in procinto di spiccare “il salto” che li porterà ai modesti fasti del gelato alla “marena” ma destinati a non farcela,questo universo limitato e meschino che ci fa ridere e nello stesso tempo, ahimé per sempre c’illumina d’una luce di compassione,disincantati e pur partecipi, mica era semplice. Novello c‘è riuscito. Almeno con me.

scritto da Leila Mascano · 30 aprile 2009, 22:00 · #

Una donna scricchiola i pensieri avanti e indietro sulla ghiaia.
Uno schermo, inascoltato, muove sequenze in movimento che rallentano le pose.
L’imbrunire avanza dietro un albero.
Un volto si incupisce.
In alto, imprigionato da un perno senza fine a ruotare la sua pena cigolando, un angelo di rame sfiora con le ali un palloncino spinto a sud-ovest, verso il ponente circolare di un microcosmo confinato a orbitare in modo stabile (apparentemente).

scritto da frank spada · 1 maggio 2009, 15:49 · #

Spirito ero, e luce.Vegliavo su coloro che mi erano affidati con occhi compassionevoli fino all’attimo in cui dovevo allontanarmi, perchè scivolassero in un altrove da cui io stesso venivo.L’amore mi colse all’improvviso. Per me la gioia era cedere al sonno, io, l’angelo, cullato dal suo respiro. Illuminavo d’una tenue luce il buio perché non avesse paura. L’amore che sentivo era diverso da qualsiasi altro avessi mai provato, e quando dovetti lasciare la sua mano la strinsi più forte.Non precipitò nel vuoto, ma fummo separati comunque. Io prigioniero del ferro, che cigolo nel vento, lei che mi cerca disperata nel buio. Non so neppure perché questo crudele castigo. Lo giuro, il mio amore era puro. Sono colpevole dunque di cosa? Di disubbedienza? Non ho nostalgia del cielo. Il Paradiso era averla accanto.

scritto da Leila Mascano · 1 maggio 2009, 20:53 · #

Sgrano sassolini tra le dita, in tasca.
Alcuni richiamano percorsi, date, altri non mi dicono granché.
Ma un motivo deve pur esserci, che non sia soltanto quello di appesantirmi il cammino verso l’imbrunire, là in fondo, se li ho raccolti e li conservo ancora, tutti.
Quanto a cedere al sonno, al cambio di lenzuola, al profumo del suo corpo sostituito con essenza di mughetto, notti insonni e riletture, non noiose.

scritto da frank spada · 3 maggio 2009, 08:22 · #

Notte dopo notte ricostruiva luoghi, episodi, volti, tentando un’impossibile rilettura della propria vita, per tentare di capire l’attimo in cui la miracolosa unità del mondo si era frantumata in mille frammenti taglienti. L’alba la coglieva sconfitta, in una breve risacca di sonno. Di tanto dolore, solo piccoli segni nel palmo, il segno salino d’una lacrima, l’ombra d’un sorriso mentre tornata bambina abbracciava l’angelo, che ormai avrebbe potuto esserle figlio.

scritto da Leila Mascano · 3 maggio 2009, 17:08 · #

Sfogliare Svetonio, Vita Tiberii, è un pretesto per ritrovarsi a Capri.Per capire quest’uomo basta guardare le rovine delle ville imperiali che costruì, di selvaggia bellezza, un inno alla solitudine e alla superbia, che ancor oggi spogliate d’ogni decorazione musiva e dei grandiosi architravi che sovrastavano scale, porte e finestre, pure come Prometei scarnificati e incatenati alla roccia incutono riverenza e rispetto. Sublime è il mare e la roccia intorno, sublime il cielo e la vegetazione, sublime il piacere di sentire nella memoria una voce amata leggere in quei luoghi meravigliosi meta delle nostre passeggiate brani di Svetonio o di Tacito, , che pure tanto torto fanno ad un uomo poco comune che non si può giudicare con un metro comune. Disillusione e amarezza distillano l’animo dell’imperatore, che della sdegnosa solitudine fece un baluardo. Morì a Miseno, lontano dall’isola amata, soffocato forse nel sonno. Era il 16 marzo del 37 dopo Cristo.Ma è Capri che il suo spirito vive, tra le rovine di Villa Jovis e di Villa Damecuta che tanto ebbe care.

scritto da Leila Mascano · 3 maggio 2009, 19:41 · #

“... o dimenticare i giorni che ti restano da vivere dandoti alla pazza gioia, cercando nel passato dov‘è il momento che hai sbagliato per la prima volta, senza renderti conto che quel che è fatto è fatto e che per pulirti l’anima ormai non c‘è più tempo, visto che l’hai messa irrimediabilmente sottochiave e sei già in ritardo per il tuo funerale” – ‘Marlowe ti amo’ – Capitolo secondo – punto 3.

scritto da frank spada · 3 maggio 2009, 20:08 · #

Rileggere La Fontaine, il libro che scivola per terra, nel buio della stanza non ho che me stessa cui raccontare favole. Lo spunto è quel Niente, è una donna che annega, piccolo capolavoro di cinismo, che in La Fontaine è detto d’una donna sposata che annega in un fiume, non la fanciulla che io vedo dibattersi nelle acque dorate del lago, le chiome anch’esse dorate che s’incollano sul bel viso sconvolto dalla paura mentre le vesti impregnate d’acqua la trascinano verso il fondo. Perché conto è volerla la morte, e conto sentire la sua stretta liquida schiacciarti i polmoni che dolorosamente si contraggono mentre bevi, bevi e vai giù, ruota sopra di te l’azzurro del cielo, le sagome dei salici che nel lago si specchiano e tutto si orla di nero mentre una forza selvaggia ti solleva sulle reni prima di ricadere e riemergere e ricadere e il grido disperato che senti potrebbe non essere neppure il tuo ma quello d’una mostruosa creatura che nelle acque torbide e fredde di attanaglia per trascinarti sul fondo…Si ferma il gruppo di cavalieri poco distante dalla riva, si sente un lontananza suonare il corno da caccia, hanno vesti ricche e preziose e circondano il loro signore, forse il re stesso che chiede: Cos‘è questo grido. Ed uno di loro risponde: Niente, è una donna che annega.
Annega infatti e a pochi metri dalla riva,il giovane che ha detto queste parole è in pieno sole, egli fa parte d’un gruppo che è disposto come in un quadro o in un arazzo, ed è l’unico che il sole penetrando tra gli alberi illumini in pieno, e certo pur nel suo terrore la ragazza lo vede, ed egli vede lei,ne ricorda l’affanno, Fermatevi signore, non prendete ciò che non è vostro, ma lui rise, torcendo con forza la chioma pesante e ricca, ansimava la sua preda non diversamente spaventata che una volpe, e del resto i riflessi fulvi di quella massa splendente non erano dissimili da quelli d’una volpe appunto, aveva polsi e caviglie delicati e sottili,e un corpo tenero e bianco e piccoli seni infantili, appena rosati sulle punte, ma egli ne vide solo uno che torse con crudeltà, davvero pensava di sfuggirgli quella stupida serva e dunque fu con rabbia che la prese,e lei la serva la volpe la creatura schiva che era di quella furia avvertì solo dolore e spavento,e l’ineluttabile fatto che in qualche modo e per un istante egli le fosse appartenuto, poiché lui chiuse gli occhi, e di quella carne commossa non percepì lei che un frullo come di ali, un fremito che custodì in sè mentre si risistemava i capelli, come se non ci fosse l’abito a brandelli il seno martoriato dalla stretta e qualcosa in lei spezzato per sempre. E lui la guardò con uno sguardo limpido e azzurro, freddo come la neve, e stranamente furono invece teneri e compassionevoli gli occhi di lei, la volpe. Ah che mistero e l’amore, se lui la odiò per quello sguardo e non così lei, che pure ne avrebbe avuto ben motivo.
E dunque signore mentre mi lasci morire – niente, è una donna che annega – sappi che tu muori con me, quella parte di te che è nei miei occhi, nella mia memoria, nel mio ventre dove dopo qualche mese ho sentito un frullio leggero che mi ricordò il tuo piacere, neppure ti penso crudele, ma come la natura stessa che non si pone domande, tu predatore io preda, non ti muovi come un cavaliere dipinto su un quadro o ricamato su un arazzo, io lentamente scivolo sott’acqua, non ho più forze ormai, e tenero è il mio sorriso e compassionevole mentre l’acqua turbata si richiude sopra di me , cos‘è stato?
Niente, una donna che annega.

scritto da Leila Mascano · 4 maggio 2009, 21:49 · #

Bello riempire l’assenza con l’essenza, e del resto fortissimo è il potere evocativo d’un profumo, ecco ricomporsi nel buio una figura amata, il sorriso che per noi fu unico e caro come nessuno, ma l’ombra non si può che abbracciare con un faticosissio esercizio della mente, se ne dolgono le braccia vuote, si contrae il cuore e si spezza il respiro, allora spalanchiamo la finestra, via nella notte il caro profumo, meglio, sì mille volte meglio la nuda assenza.

scritto da Leila Mascano · 4 maggio 2009, 22:44 · #

“Di” attanaglia è “ti” attanaglia,e che mistero “è” l’amore, il punto è che scrivo sotto una misteriosa dettatura che è più veloce della battitura e se m’interrompo e penso è finita, non so scrivere più, ammesso poi che questo delirio sia scrivere.Non rileggo, se no mi vergogno e cancello, e dunque buona la prima. Perciò mi scuso
per gli errori.

scritto da Leila Mascano · 5 maggio 2009, 00:10 · #

Seguo il commento (04/05/09 h 20.49)
Proiettavano “La morte scorre sul fiume” di Charles Laughton, il solo film che vide un grande attore – corpulento e sornione- dietro la macchina da presa.
All’uscita dalla sala andarono da Pierino: una pizza e parlarono del film. La discussione sulle ragioni messe in luce in bianco e nero da una storia tragica, sempre attuale, degenerò subito affrontando il tema della debolezza sempiterna della donna – Shelley Winters la protagonista – e la protervia dell’uomo, in questo caso di un predicatore – Robert Mitchum.
Gloria s’infiammò personalizzando i fatti, i protagonisti. E fuori dal locale, nel parcheggio, caricò le sue parole di violenza.
Francesco provò a calmarla; invertì ruoli, sentimenti, azioni e destini predicando i suoi miti, poi tentò ancora d’ingannarla infuriandosi e inveì. Fu allora che lei vide il buio nel fondo dei suoi occhi e divincolandosi, girandogli le spalle per sempre, lo trattò... com’era giusto per se stessa.
A Gloria, rimase solo il ricordo di un aborto impostole per forza, come condizione al loro amore vissuto in qualche camera da letto, in alberghetti sparsi tra le gite poco oltre confine. Un amore interpretato da lei solo con le attese, magari attorno a un fuoco, con le caldarroste in mano e il vino stretto tra i denti in autunno. I baci rubati negli androni in primavera, le sue promesse nuotando nella piscina comunale, il cineforum ogni tanto, d’inverno, per accontentarla mella sua passione per il cinema d’autore.
Lei lo aveva amato tanto. Lei non voleva, lei… “no, non può essere, Dio non lo permetterebbe”, pensava aggrappando la speranza a una battuta silenziosa, nascosta da James Agee, lo sceneggiatore, dietro una sequenza di quel film di Laughton – unita all’incredulità di Willa Harper, un attimo prima di morire per mano di un predicatore.

scritto da frank spada · 5 maggio 2009, 08:57 · #

Nel film citato c‘è la sequenza del ritrovamento dell’auto con lei chiusa nel suo interno. Si pensa a Ted Kennedy, l’auto che scivola nel lago del Maine di una località dal nome impronunciabile, la segretaria-amante prigioniera all’interno dell’abitacolo che lentamente si riempie d’acqua, e l’autopsia dirà che ci mise tantissimo a morire, lui che si salva ma non dà l’allarme subito, solo molto più tardi – non erano ancora venuti i tempi di disinvolte stagiste di pochi scrupoli – forse perché troppo sconvolto o forse perché uno scandalo di quella portata nell’America puritana gli avrebbe distrutto la carriera e la vita, sicché mia madre molto colpita dalla storia raccomandava moltissimi anni dopo ancora alle amiche di sottoporre eventuali amori al test di quel lago impronunciabile, scegliendo tra coloro che magari sarebbero morti nel tentativo di salvarti, non del genere per intenderci del cavaliere dallo sguardo azzurro e freddo, Niente, è una donna che annega.

scritto da Leila Mascano · 5 maggio 2009, 22:00 · #

Eh no, cara Leila, non è una, ma LA donna che annega; a parte gli occhi azzurri, come i miei.

scritto da frank spada · 6 maggio 2009, 12:31 · #

I suoi giuramenti profondi come il mare, alti come le montagne, le infinite varianti delle carezze, fanno scomparire gli ultimi pudori, come nubi spazzate dal vento. Sopraffatta dalla sua tenera violenza, essa spira un grido di felicità...
Questo è un romanzo erotico cinese del XVI secolo che si chiama Ching P’ing mei, il cui protagonista dedica la propria vita al piacere, e naturalmente muore.I gaudenti vengono sempre puniti( per consolare gli invidiosi, credo, quello del more uxorio et interposto lino il sabato sera, se e quando ).E’ una specie di affresco, complicato e stupefacente, di un mondo ormai lontanissimo, dove una folla di amanti, mogli, servi, serve, concubine, ragazze di piacere intrecciano i loro destini a quello del protagonista. Le scene erotiche sono stupefacenti, realistiche e astratte insieme, immaginate un complicatissimo rito del tè applicato al sesso, con tutto un armamentario di cucchiaini tazzine ovetti filtri ,un saccheggio d’un esotico pornoshop d’antiquariato orientale, C‘è ricerca del piacere e basta, e il sesso tuttavia è in qualche modo raffinato anche se più che erotico il libro è in alcune parti pornografico e basta. Consiglio comunque di leggerlo, ne vale assolutamente la pena.

scritto da Leila Mascano · 6 maggio 2009, 22:12 · #

L’esperienza di rischiare di annegare è molto interessante, perché quasi nessuno ti fissa, il che richiede un supplemento di crudeltà in più, ma tutti distolgono con pudore, con eleganza, lo sguardo. Se ci salva, ci si ricorderà dello sguardo di pietas, che non è pietà, di chi avrebbe almeno voluto far qualcosa, ma certo sono esperienze che cambiano la visione dei rapporti umani, e per sempre.

scritto da Leila Mascano · 7 maggio 2009, 06:55 · #

A quest’ora, siamo all’amicizia? E allora Leila, la prego, mi faccia avere la sua e-mail. La mia dovrebbe già conoscerla. Ci conto.
PS Grazie, ancora, alla Redazione per il fair play.

scritto da frank spada · 7 maggio 2009, 08:54 · #

Naturalmente sì.

scritto da Leila Mascano · 7 maggio 2009, 21:28 · #

Mi accadono strane cose che non significano nulla, ma che m’incuriosiscono. Sono davanti alla libreria, una grande libreria e cerco un libro. Mi capita tra le mani Le dame galanti, di Brantome, (acc. circonfl,. dove sei? )libro che non ricordavo neppure di possedere. Lo rimetto a posto, e dopo qualche minuto irresistibilmente prendo in mano Ambasciate, di Peyrefitte, che ho letto da bambina, ma di cui non ricordo nulla. Lo apro a caso, e leggo “come in una novella di Brantome, o del Boccaccio”. Ecco, questo filo rosso tra le cose, che qui è casuale, mi appare continuamente, ma io non sempre ne so decifrare i segni. E se la mente razionale resta ancorata alla realtà, mi torna in mente che…Ci sono più cose, Orazio…

scritto da Leila Mascano · 17 maggio 2009, 21:04 · #

Sfoglio un bellissimo libro che riproduce le fotografie di Man Ray, e sono tutte splendide, naturalmente. Questo straordinario artista, legato al movimento dada, inventò una tecnica, la solarizzazione, che consiste nel porre tra la pellicola e l’oggetto una fonte luminosa. Non mi piacciono queste foto “troppo” belle,quanto piuttosto certi ritratti il cui il corpo, il volto non sono la maschera che lo scatto rende per un attimo vana, svelandoci l’essenza di quelle persone, ma scatti che colgono invece la perfetta coincidenza del “dentro” e del “fuori”, l’espressione o l’atteggiamento in cui per così dire l’interiorità si materializza nell’essere.
Ecco i corpi solidi e imperfetti, non perfetti secondo i canoni ma bellissimi della loro materialissima fisicità, anzi così tanto da risultare a loro volta nuovamente astratti per il loro essere così contundentemente concreti. E non trovava del resto il movimento dada l’assurdo proprio nelle cose più reali e concrete? Ahimé, con che poveri mezzi cerco a mia volta di rendere materiale un discorso così astratto, che nell’attimo in cui provo a scriverlo diventa vagamente assurdo…

====== Nota di Glauco----mi intrometto nello spazio altrui per dire che Man Ray lo amo anche io, ovviamente....

scritto da Leila Mascano · 17 maggio 2009, 23:34 · #

Solo 10 giorni! E le inferenze tra pensieri e cose, tra desideri e accadimenti gli anticipano i ricordi!
Una sigaretta tra le labbra, un collegamento con chi ama e Marlowe indaga soffiando il fumo verso l’alto, nuvolette grigio-azzurre.

scritto da frank spada · 18 maggio 2009, 08:37 · #

E’ stato a maggio che mi sono risvegliata,pur tra ricordi dolorosi.Ho cercato tra i sassolini che avevo in tasca la ragione per rivederlo e darmi un’ altra possibilità

scritto da butterfly · 18 maggio 2009, 21:44 · #

“Quello che io posso dire o sentire sono cose prive d’importanza, quel che gl’interessa è che io sia nelle sue mani. I sentimenti che posso provare non hanno significato…” Questa è Miranda, ragazza bella e piena di vita, di ottima famiglia, di cui si invaghisce Frederick Clegg,il collezionista che dà il titolo al bellissimo romanzo di John Fowels. Il giovane rapisce Miranda, e il libro è la storia di questo sequestro, e molto di più. Infatti c‘è la vicenda che è un giallo raccontato a due voci, ma anche una partita a scacchi tra la vittima e il suo carceriere, Miranda che vuole “l’essenza delle cose, le cose in sé” e il collezionista di farfalle, che delle cose non vuole che l’apparenza. C‘è lo scontro di due classi sociali, l’impossibilità di capirsi,la voglia di sopravvivere della ragazza che non si ferma davanti a nulla ( Mi darei a lui. E ancora: Il sesso non ha nessuna importanza. L’amore sì. )Miranda è intelligente e normale. Pensa di sedurlo. Ma lui non è normale e non vuole fare l’amore. Non può: è da quell’attimo che Miranda è perduta, solo una farfalla per il ragazzo solitario che sognava di “dormirle “ accanto in una innocenza da giardino dell’Eden, che le aveva detto tre parole prive di speranza: Io ti amo. “Le aveva dette così come avrebbe potuto dire:Ho un cancro.”
Il romanzo, del 63, fu pubblicato in Italia un anno più tardi, e portato sullo schermo da Terence Stamp e Samantha Egger in un bel film con lo stesso titolo.

scritto da Leila Mascano · 18 maggio 2009, 22:17 · #

L’essenza delle cose è spesso così intollerabile che bisogna rivestirla di parole, di gesti, di significati. Chi cerca l’essenza rischia il disamore,se non peggio, di quelli che vivono di compromessi, illusioni, apparenze. L’imperatore è nudo, ma accorgersene, e peggio dirlo, è concesso ai pazzi, e ai bambini

scritto da Leila Mascano · 19 maggio 2009, 06:44 · #

Una farfalla si è posata sulla spalla; (il tempo stringe) lui teme di non farcela, pareggia il peso gettando via un sassolino dopo l’altro. Butterfly innalza l’uomo che si appende ai colori delle ali – entrambi in volo.

scritto da frank spada · 19 maggio 2009, 10:44 · #

Di nuovo coincidenze: Butterfly e il collezionista di farfalle.

scritto da Leila Mascano · 19 maggio 2009, 14:14 · #

quando vedo,di solito in montagna,una farfalla bianca,mi sono abituata a credere che sia mio padre che viene a salutarmi e a ricordarmi che non era come l’ho conosciuto.Gli ho chiesto scusa mille volte e spero mi abbia perdonata

scritto da butterfly · 19 maggio 2009, 16:26 · #

Mio padre era un uomo durissimo. Non mi perdonava di essere femmina, e voleva fare di me un soldato. Non so se ci sia riuscito, ma certo ho fatto diciassette anni di servizio militare. Non lo perdonerò mai per non avermi amata, ma quello che non gli perdono è che se sono sopravvissuta, e non è detto che sia un bene, ad alcune cose molto dolorose, non lo debbo alla meravigliosa dolcezza di mia madre,che tanto mi ha intralciato nella vita,ma alla durezza di quegli anni di servizio militare.

scritto da Leila Mascano · 19 maggio 2009, 22:34 · #

Apro a caso Le Metamorfosi di Ovidio. Leggo:“La mia freccia è sicura, ma più sicura della mia ce n‘è un’altra, quella che mi ha ferito il cuore sgombro. E’ mia invenzione la medicina, mi chiamano in tutto il mondo guaritore, a me è soggetto il potere delle erbe, ma ahimé l’amore non è curabile con nessuna erba. L’arte che giova a tutti non giova al suo padrone!”
Così si dispera il dio Apollo, che insegue Dafne di cui è innamorato mentre “utque monebat amor”, come l’amore gli suggeriva, ne seguiva con passo serrato le tracce. Non riuscirà ad avere Dafne, che si trasformerà in un albero pue di non cedere al Dio, così come Amore si sottrasse alla luce, e allo sguardo di Psiche
In un bel libro doloroso, La sposa americana, Mario Soldati parla di “volo nuziale”, che non riguarda solo il mondo degli insetti, ma anche quello degli uomini. E’ l’attimo intenso del corteggiamento, della fuga che rallenta, dell’illusione della meta raggiunta.Per Soldati quello è l’attimo più felice, e forse l’unico, di ogni storia d’amore, quasi a confermare che il volto dell’amore è così abbagliante che deve rimanere nascosto, o forse la sua stessa natura è al contrario oscura, forse pietrificante come lo sguardo della Medusa.

scritto da Leila Mascano · 19 maggio 2009, 23:47 · #

Un libro ci può parlare in modo diverso a seconda dell’umore che abbiamo, figuriamoci in epoche diverse della nostra vita. Ci sono pagine che ho letto e riletto e col passare del tempo, delle esperienze, degli stati d’animo, mi hanno dato sempre qualche cosa di diverso. Rileggere quindi, se un libro si è amato a pelle.

scritto da Emily Way · 20 maggio 2009, 17:56 · #

Apollo e Dafne sono immortalati dal Bernini nell’attimo in cui lui l’ha raggiunta e lei si trasforma in lauro. E qui mi viene in mente una spiritosa vignetta di Novello, che dice più o meno “Come si va all’assalto, secondo certi monumenti “ e viene proprio da ridere vedendo dei pazzi nudi, con espressioni buffamente ispirate, correre a fianco di leoni chiomalvento o sempre nudi tuffarsi al di sopra delle baionette offrendo il petto ed altro al fuoco nemico, ma reggendo in mano vittorie alate e fiaccole ( vado a memoria, mi si perdoni qualche inesattezza ) Operazione analoga la fa Apollinaire e tanto per rimanere in argomento, immagina (1916)che un soldato ( lui )in trincea che si prepara all’assalto pensi contemporaneamente alla sua bella (è un francese,diciamo così, perché nasce a Roma da madre polacca, ma se fosse napoletano penserebbe realisticamente che l’amore, e qui opero una sostituzione molto elegante, non vuole pensieri )scrivendo La mia bocca sarà un esercito contro di te
un esercito sempre diverso
vario come un mago che sappia esercitare le sue metamorfosi…Una trasposizione ideale di un momento orrendo, in una trincea maleodorante, con lo stomaco che si rivolta e un sapore di ferro e polvere in bocca…un falso, dunque,com‘è idealizzato l’attimo della trasformazione dal Bernini, con quell’Apollo così bello che insegue con movenze da ballerino Dafne, tanto che ci si chiede in tale mancanza di sudore, di sconvolgimento e di desiderio se non fosse sproporzionato lo sgomento di lei, visto che al massimo le sarebbe toccato ascoltare una sonatina con la cetra. Un altro falso, dunque, ma scherzo naturalmente perché l’opera è meravigliosa, e di più. Ma udite cosa fu scritto per il basamento:Piacer doppo il quale corriamo, o non si giunse mai o quando si giunga riesce amaro nel gustarlo.
Aaaaaaaah! Qualcosa mi diceva che non valeva la pena…A meno che non si sia come la mia mamma, che se le si chiedeva com’era stato il film, rispondeva: Bellissimo, non ho fatto che piangere.
Stasera sono in vena di scherzare. Troppo seria, ultimamente.

scritto da Leila Mascano · 20 maggio 2009, 23:48 · #

Gentile Leila, mia madre, invece, mi portava al cinema per trattenere agli occhi i volti degli attori affascinanti, in bianco e nero, per amare mio padre, senza offuscamenti; anche se a volte, rientrati a casa, lei arrossiva il volto per la presenza di un ospite importante, un certo Antonio Centa.
Accantonato il lato serio, lei mostra quel che vale, le vele dispiegate verso ponente, verso il sorgere del sole.

scritto da frank spada · 21 maggio 2009, 10:49 · #

Fenesta vascia e padrona crudele
quanta suspire m’aje fatto jettare!
M’arde ‘sto core comm’a ‘na cannela
bella, quando te sento annommenare.
Ohi piglia l’esperienza de la neve, la neve è fredda ma se fa maniare,
e tu, comme sì tant’aspra e crudele?
Muorto me vide e nun me vuò ajutare?
Vorria addeventare ‘nu picciuotto,
co na langella a ghire vennenno acqua, pe me ne ì da chiste palazzuotti.
Belle femmene meje, a chi vò acqua?
Se vota ‘na nennella de là ‘ncoppa:
Chi è ‘sto ninno che va vennenno acqua?
E io risponno co’ parole accorte:
So lagreme d’ammore, e nunn‘è acqua.
Questo testo, che trovo in una raccolta di canzoni napoletane, è del 700. Chiunque può ascoltarne la musica ( Il titolo è Fenesta vascia )nella versione di Murolo,per esempio. Il confine tra poesia e canzone qui non esiste. Il cuore arde come una candela, ma l’amata è fredda come la neve, che pure è fredda, ma si fa toccare…C‘è lo stupore doloroso di chi non riesce a credere che l’altro assista indifferente al proprio desiderio e allo struggimento che sempre fa nascere l’amore, figuriamoci poi quando non è corrisposto…Vorrebbe, l’innamorato, trasformarsi in una ragazzino (viene alla mente l’Acquaiuolo di Gemito )che va in giro a vendere l’acqua. Sì, perché l’acqua si vendeva un tempo nelle mummare, cioè degli orciuolo di creta, ed era freddissima e sulfurea, con i mezzi limoni che galleggiavano dentro, almeno così mi hanno raccontato, ed era un piacere berla. La lancella era un’asta, credo, che il venditore d’acqua portava sulle spalle in orizzontale, col peso degli orci diviso. Ecco il bambino appena un’adolescente,che suscita la curiosità della bella, e noi intuiamo che è l’amata: nei quartieri tutti si conoscono, ma lei non riconosce nel ragazzino l’amato, e lui le dice “ con parole accorte”...Riconoscimi, amami. Quelle parole “accorte” sono piene di rimpianto e di nostalgia, e sono “accorte” perché a loro , attente, scelte con cura, è affidato il messaggio che la farà trasalire, che scioglierà il suo cuore di neve: Sono lacrime d’amore, e non è acqua.

scritto da Leila Mascano · 22 maggio 2009, 22:53 · #

Seguendo il filo dei pensieri, rivedo l’acquaiolo di Gemito, la sua grazia maliziosa e ingenua al tempo stesso, che certo s’ispira a statue dell’antichità,specialmente quelle che sono state trovate a Pompei e ad Ercolano. Era questa malizia, sfrontata e innocente insieme, la meta di tanti viaggiatori alla ricerca di emozioni nelle nostre bellissime terre del sud? Penso al barone Von Gloeden, e alla sua personalissima ossessione che lo spingeva a fotografare pescatori e scugnizzi adolescenti in pose bizzarre, coronati di lauri e di pampini, e di poco o nient’altro. Il risultato è spesso francamente irresistibile, esilarante, se non grottesco,e suggerisce legittime curiosità: si spostava il barone, qual nordico stambecco, saltellando tra vigne e scogli o assolatissime spiagge, mentre il sole picchiava forte e duro, con una valigia, o forse una cesta da trovarobe con cui addobbare, rosso d’emozione e di sudore, i suoi modelli? Con quali accorte parole, anche lui, li avrà persuasi a mostrarsi senza veli all’obiettivo? Avrà per primo mimato gli sguardi seduttivi, le pose rivelatrici, o si sarà limitato a sistemarli secondo i suoi desideri? Povero barone, e poveri modelli, perlopiù rassegnati, coi loro corpi imperfetti d’adolescenti spesso malnutriti, con i toraci stretti e le zampotte dei cuccioli tutti da crescere…per fortuna ci sono gli sguardi, e se spesso imitano una buffa lascivia, ed è più un ammicco allo sberleffo, spesso sono sfottitori, ironici, consapevoli ( ci sarà stato tra loro qualcuno uso a far quella che con pudico garbo Goethe chiamava “la cortesia” detto proprio a proposito di simili circostanze…)E qui sorge una legittima curiosità: ma cosa cercava il Barone? Scartate la prima risposta, è troppo semplice. La seconda è che l’emozione era facile e a buon mercato. Troppo poco. Probabilmente il barone sarà stato una persona di gusto ( le foto non contano, le proprie ossessioni sono in genere di pessimo gusto, se no che ossessioni sarebbero? )e dunque cosa trovava in quei corpi imperfetti, in quei poveri ragazzetti grottescamente addobbati? Poi ti capita uno sguardo nero e opaco fisso sull’obiettivo,e quel vortice buio sembra dilagare e certo il nero avrà seppellito come una marea oscura il sole che spaccava le pietre, i vani orpelli, i pampini grotteschi e tutto il repertorio miserabile e osceno e capisci…puoi solo, anzi provare a capire. Pensi ai Ragazzi di vita di Pasolini, e li vedi fisicamente simili a questi, e credi di vedere che in fondo a questa disperata ricerca, a volte così aberrante, c‘è il desiderio di sapere che davvero Pan non è morto, con tutte le implicazioni del caso, un mondo incontaminato in cui smarrirsi attraverso l’ebbrezza dionisiaca ritrovandol’unità primitiva tra l’in sé e il fuori di sé, e il mondo degli inferi: amore e morte, e il sogno di riappropriarsi di sé e del mondo. Ma questo è solo un filo immaginario, neppure un’idea, e nemmeno un’opinione.Solo un filo di fumo. Troppo stanca per altro.

scritto da Leila Mascano · 23 maggio 2009, 01:04 · #

Lei, la Mascano, na piccirì in riccioli, ritorna sulle scene, teatro stracolmo, chiamate e battimani, rose a fasci, baccarà, lanciate sul palco,nessuno lascia il posto, si fa colazione con champagne, all’alba.

scritto da frank spada · 23 maggio 2009, 10:20 · #

C‘è stato un altro fotografo, che si chiamava Gaetano D’Agata, che è a sua volta autore di foto dello stesso tipo, poiché si ispirano al mondo fantastico creato da Gloeden, di cui fu assistente. Sua è la foto sulla copertina di un libro di Roger Peyrefitte, L’esule di Capri, edizioni La Conchiglia, e che ritrae un adolescente bello secondo i canoni greci, la fronte stretta, il naso diritto, la bocca tumida, con una strana tunica di velo. Quello che rende particolare questa casa editrice è che è di Capri, e pubblica dei bei libri, molto curati, un po’ sul genere dell’Adelphi.Peyrefitte, diplomatico e uomo di mondo, innamorato dell’isola, era stato uno scrittore in odore di scandalo,( siamo negli anni 50 ) con libri come Le chiavi di S.Pietro, Ambasciate, ma soprattutto Le amicizie particolari, una storia di adolescenti ambientata in collegio. Per quei tempi era sulfureo, poiché Peyrefitte, sia pure con l’eleganza che lo contraddistingueva, se la prendeva con tutti: il Vaticano, il mondo della diplomazia, l’educazione, la famiglia, insomma con tutto quello su cui si fondava la morale borghese. L’esule di Capri ha una prefazione illustre, quella di Jean Cocteau, che esordisce: “ Quando si sogna il genio, esserne privi diventa il peggiore dei supplizi. Ho sempre amato le creature incapaci di creare capolavori che cercano, non potendo far altro, di divenirlo loro stesse.”
Parla del protagonista del libro, quel barone Fersen, ricchissimo, letterato e omosessuale, ( autore di libri come Inno ad Adone ) che possedeva una delle ville più belle e stravaganti dell’isola, e che morì suicida. Ma l’esule di Capri non è solo questo, quanto la ricostruzione di un mondo scomparso, colto, cosmopolita, che ancora viveva il mito dell’Eden incontaminato, e che poi naturalmente si rivela irraggiungibile.Certo che l’isola di Capri raccoglieva nei primi anni del 900 una colonia di stranieri davvero speciale, che in quel periodo fecero la storia dell’isola, e ce ne danno testimonianza le belle foto che ricostruiscono quel mondo, alla fine del libro. Vi appare tra due cavalli rampanti anche la marchesa Casati Stampa ( che ho trovato pochi giorni fa anche in una foto di Man Ray, evidentemente l’elaborazione di un ritratto fotografico ). Questa marchesa , che fu un altro personaggio-mito di Capri, ricchissima, completamente pazza, morta in miseria dopo aver dilapidato patrimoni,e che tanto per dirne una aveva rischiato di mandare all’altro mondo uno dei suoi “schiavi” dipinti d’oro, per avvelenamento s’intende, meriterebbe un discorso a sé.Passa in queste pagine velocissima, per pochi brevi tocchi, la vita della Napoli aristocratica di quegli anni, di cultura francese, per eredità dei Borboni e di Murat, e le splendide feste nei palazzi a Napoli e nelle ville a Capri. La villa di Fersen si sarebbe potuta dedicare ( come Cocteau suggerisce per il libro ) ad Eros Apteros, nella persona del bel Nino amato dal barone, le cui statue adornavano la villa. E’ così letterario, così sofisticato questo mondo, che Cocteau definisce greco-preraffaelitico-moderno, che perfino il gesto estremo del barone sembra un coup de Théa^tre: il viso “che Gemito modellò” si compone nell’ultima maschera. Lui, Fersen, al di là degli orpelli, ai propri miti credeva davvero, e quel coup de théa^tre invece è un atto di coerenza, semplicemente. L’unità perduta non è ritrovabile nell’ebbrezza dionisiaca,il risveglio porta solo solitudine e tristezza. Eppure il barone è riuscito a legare il suo nome all’isola delle illusioni, e resta nel ricordo nell’isola amata, mentre “ le ghirlande di pietra adornano soltanto la solitudine e il silenzio.” Ma il sole calante tinge di rosa il peristilio e accende le lettere nere dell’iscrizione: Amori et dolori sacrum.”

scritto da Leila Mascano · 24 maggio 2009, 11:40 · #

Davvero c‘è un ritorno sulle scene della Mascano? La si diceva ritirata in una torre, come Giovanna di Castiglia. Prendo il suo scoop come un augurio, non sa quanto piacerebbe anche a me rivederla sulle scene.

scritto da Leila Mascano · 24 maggio 2009, 12:27 · #

Che duetto coinvolgente! :-) Signor Spada e Signora Mascano perdonatemi l’ardire, ma mentre vi leggevo mi figuravo due persone gentili che sull’onda di un valzer conversano ambilmente durante la danza, oppure due sconosciuti, fermi ad ammirare una tela nel museo, che si trovano a condividere affinità intellettuali oltre che uguali gusti artistici!

scritto da Emily Way · 25 maggio 2009, 23:07 · #

Rientro in città dopo una faccenda calda, 34.5°, sbrigata ghiacciando un tizio con qualche pillola in pancia, e Lei, la Mascano, è ancora in cartellone! Camicia bianca e cravatta col dragone, un sorso lungo strada, e mi precipito in teatro. Posti esauriti! Quelli in piedi non ammessi. Giro l’angolo. Affaccio il muso a uno in guardia: un tocco sulla spalla e metto in vista il rigonfio sotto-ascella che indosso sotto l’abito da sera e con un centone infilatogli in tasca sono dentro. Una pieghevole al sedere e assumo le sembianze di uno spettatore in piena regola: lei, silenzio in sala, sola sul palco! Spalle e comprimari licenziati, figuranti altrove, l’attrice recita a soggetto. Inannella dialoghi e monologhi tra sguardi fulminanti di parole, una strage tra il pubblico! Tutti in piedi, scrosciano gli applausi, il teatro vibra ai fianchi, si teme il crollo, un’ecatombe. Lei concede il bis, sommersa dai fiori.
Il giorno dopo, titoloni sulla stampa quotidiana, la critica s’interroga: i testi recitati dall’attrice preludono a una svolta? Qualcuno azzarda il tentativo della Mascano di aver voluto saggiare le reazioni degli appassionati anticipando i ricordi che verranno messi in luce in un libro.
Un critico salace, un ganimede in vista, viene trovato appeso sotto una chiglia a Mergellina, un foro nella tempia e un crostaceo in casa.

scritto da frank spada · 26 maggio 2009, 07:15 · #

Val molto di più avere la costante attenzione degli uomini che la loro occasionale ammirazione.
Ninì Tirabusciò?
No, Jean Jacques Rousseau.

scritto da Leila Mascano · 26 maggio 2009, 17:58 · #

Ancora Eros Apteros, il dio senza ali,che nel quadro del Bronzino nell’Allegoria del trionfo di Venere tiene la dea fra le braccia come se fosse una viola, proprio come se la usasse per suonare una musica, musica erotica, evidentemente, e mentre lo sguardo di lei è interrogativo, quasi timoroso, il fanciullo, poco più di un bambino, è invece serio, come chi esegue un compito, e se gli occhi socchiusi potrebbero simulare lo sguardo del desiderio, osservatelo bene: quelli sono occhi che pensano. Mai copertina fu meglio scelta di quella del libro di Mario Vargas Llosa Elogio della matrigna,libro che lessi anni addietro con un sottile disagio, disagio che si ripete oggi.Il fanciullo che si serve della seduzione come arma di “ distruzione “ lascia sgomenti,come di fronte ad una mostruosità, perché è sapiente e freddissimo, davvero, com‘è detto sul risvolto della copertina, angelico e demoniaco.Nel libro trionfano i rituali del corpo, riportati con ossessività maniacale, e un concetto del piacere pochissimo legato all’astrazione ma molto agli odori, sapori e via discorrendo, insomma diciamo che la materia trionfa. Lucrecia, la matrigna, il tempio, don Rigoberto, suo marito, l’officiante, sono immersi in una carnale felicità.C‘è un figlio di primo letto, Fonchito, di cui la povera matrigna vorrebbe guadagnarsi l’affetto. Ma Fonchito è un Cupido geloso che li osserva, viola il tempio, introduce il disordine e lo scandalo, ride immemore. Ma questo lo si scoprirà solo alla fine.La matrigna sedotta è scacciata e il padre, improvvisamente vecchio, comincia in qualche modo a morire.

scritto da Leila Mascano · 26 maggio 2009, 19:30 · #

Un salto indietro: Chapeau, mia cara amica.
Quanto alla costanza, non occasionale, nell’ammirarla mentre volteggia la sapienza letteraria in un Cancan, le dirò, sorseggiando il mio champagne, che lei non è d’antan, ma solo di buona annata.

scritto da frank spada · 27 maggio 2009, 12:16 · #

In verità che l’annata sia ottima non è un mistero. Mio zio si mise in testa di crearsi un vino con un vitigno segnalato da Goethe ( acino rotondo, piccolo, colore giallo ambra, peduncolo lungo, buccia coriacea, dolce e aromatico, ma in tedesco fa più effetto: Beere rund, klein, gelbich,langstichling, kartschaling e così via ) insomma andò a ripescare l’Aminea gemella, o Aminea del Vesuvio, originaria però della Tessaglia, col grappolo del vitigno doppio, come notava Plinio…E creò una vigna a Capri che era come l’opera di Fitzcarraldo,impossibile,lui si contava i chicchi e li lucidava con l’alito,ordinava la Coda di Volpe,per non so più che innesti su portainnesti resistenti alla filossera o altre malattie crittogramiche, il vitigno scomparso se l’era andato a ripescare nella valle del Sabato, creava le bottiglie, si disegnava le etichette, s’era fatto una specie di laboratorio di chimica enologica, e alla fine ottenne 24 bottiglie, ciscuna del costo d’una decina di casse di champagne, e del migliore. Non sembri un’esagerazione, perfino una strada fu creata per condurre alla vigna, una montagnola che si dovette tutta dissodare,insomma una cattedrale nel deserto. Il terreno non si prestava, e non so quali follie mio zio fece perché fosse adatto ai preziosi vitigni, né esisteva una irrigazione adatta. Magari dico sciocchezze, ma insomma era difficile…Davvero un’araba fenice.Il vino preziosissimo mi fu dedicato,in occasione della mia nascita ( avvenuta, terrei a precisare, a mezzanotte,orario adattissimo ad un vino con costi da champagne…) Accidenti vari impedirono il ripetersi del prodigio, ma pare che il prezioso vino fosse afrodisiaco, dolcissimo al palato, vellutato e potente, con sentori d’arancia e di viola,che evocasse le passeggiate sul Vesuvio e il mare di Capri, e chi ne bevesse un sorso non lo potesse più dimenticare…Sì, una buona annata, mi pare.

scritto da Leila Mascano · 29 maggio 2009, 22:49 · #

Ricordi in mano e non posso dire altrettanto della mia. Rosso Montefiori, annata 1939, riserva speciale, una bottiglia piccola (75 cl), il vetro scuro, quasi nero, conservata da mia madre come una reliquia, per… glu, glu, inacidendo la bocca, il sorriso di entrambi i genitori in una foto.

scritto da frank spada · 30 maggio 2009, 13:41 · #

Sfoglio un volumetto dal nome che è tutto un programma, “La cucina elegante, il Quattrova illustrato”, 1a ediz.,1931.Apro a caso: Del convitare invitato signore e signorine: occupatevi del loro gusto delicato, dei loro stomachi sensibili. Ideate una serie di piatti leggeri, fini, spumosi, elaborati…Avete una maggioranza d’uomini,sarà logico offrire loro cibi più solidi ed anche più piccanti…Considerate che i giovani danno meno importanza alla raffinatezza del mangiare che non i vecchi, per i quali i piaceri della tavola rappresentano l’ultimo attaccamento alla vita. Al loro godimento dedicate le golosità più astruse e ricercate, pur evitando di imporre ai loro stomachi indeboliti un lavoro di digestione troppo faticoso…”
C‘è un garbo commovente in questo libro, un bon ton d’altri tempi, che ci conduce per mano tra Mousse di pomodoro e Dolce delle sette chiare, mentre i fantasmi di antichi ospiti s’aggirano in giardini profumati di lillà...“Osare” un servizio all’americana? Suvvia, occhio al buonsenso! Solo se i rapporti con gli ospiti sono tali da giustificare tanta allegra informalità.E poi ci sono degli enunciati che si possono applicare proprio a tutto, con qualche modifica. Vedi la sbattitura:
Tre sono le condizioni necessarie ad una riuscita dell’operazione: l’assoluta nettezza delle chiare, l’uso di utensili appropriati e un metodo razionale di lavoro.
Vedete? Non varrebbe anche per i nostri politici? Sarebbe lo sbattere senza sbattersene, se mi è permesso un giochino di parole. Il Quattrova non è solo un libro di cucina: a saperlo leggere, c‘è tutta una società e una filosofia: ed ecco l’uso intelligente del riutilizzo degli avanzi, il capitolo degli Inattesi, ovvero il Pronto rimedio, l’Onore al manzo lesso, e via discorrendo. Solo leggendo “L’uomo d’affari indosserà l’abito da società immediatamente di ritorno dall’ufficio”, ed è per un “diner dansant” mi vengono in mente chissà perché certe canzoni di Paolo Conte, mentre , zigzagando tra tante savie ricette demodé, ma sempre squisite, sogno di gustare una charlotte di mele “nell’angolo più fresco del giardino”, e poi un caffè impeccabile e delle sigarette ( ma io non fumo )a completare quel benessere “che i vostri amici sono venuti e tornaranno a cercare.”
Magari nella caraffa resta, ancora fresca, un po’ “d’acqua di melone” o di “ribes e lampone”. Dal 1931, profumano ancora.
In onore di chi si fa una pastina e una mela per cena. Basterebbe poco…Comprare, su una bancarella, un Quattrova qualsiasi.

scritto da Leila Mascano · 2 giugno 2009, 20:15 · #

Gentile amica, nulla da ridire sulle squisitezze che lei descrive così bene da far venire l’acquolina in bocca; gli avanzi poi, la mousse, un caffé con sigaretta(e)... E’ che ultimamente mangio un po’ come una volta, quando Lui mi guardava da una locandina feltro in testa e sigaretta in mano, in quel suo modo… sta succedendo che anticipandomi i ricordi sono ritornato nel passato e stasera cenerò con Lui, a casa sua, naturalmente ci sarà anche Laureen, e quando passeremo dalla tavola a una vetrata aperta sul Pacifico notturno, lei ci servirà Bacardi con granatina, shakerati color rosa pallido, mentre Lui – ci lascerà improvvisamente soli per correre da un certo Santini chiedendoci di aspettarlo per guardare il sorgere del sole – forse non sa che lei, capelli sciolti a lato e gambe di seta, avrà già apertamente apprezzato il mio abbigliamento: camicia bianca e cravatta verde cina, con il dragone rosso, insomma… forse fuggiremo assieme, prima che il cielo annunci il nostro amore. Chissà! – molti ricordi devo ancora anticiparmeli.
Ah, dimenticavo, grazie per le sue ricette, gentile Leila Mascano.

scritto da frank spada · 3 giugno 2009, 16:24 · #

Con gli avanzi del lesso passati nel mixer impastare polpettine squisite, legate da un filo di besciamella, profumate da una piccola idea di noce moscata,da assoporare piano, con gratitudine, non così si può fare con gli avanzi d’una amicizia, ché quelli sono piccoli sassi acuminati,indigesti, o d’un amore, che ci pungono con il rimpianto, o peggio, la recriminazione, la rabbia. E quel che resta in genere, alla fine, non sarebbe bello ammorbidirlo, ridargli forma, gustarlo sciogliendolo in bocca, che ne resti il sapore, il profumo, un po’ di piacere almeno da rievocare…magari scrivendoci un libro sopra. Non d’amore. Di cucina. Alta cucina, con gli avanzi.

scritto da Leila Mascano · 3 giugno 2009, 23:40 · #

Forse sono off-topic, ma mi va di farlo e mi (vi) chiedo cosa avrebbe detto uno come Luciano Bianciardi, vedendo un uomo (?, beh, una donna non lo è, anche se…), un patron che lascia una casa (diciamo un po’ circondariale?) e fa dire al suo avvocato che lui (qui penso a un farabutto) si sente distrutto, mentre un premio altolocato (nel senso che stava in su nella pianura piemontese) partecipa alle esequie di se stesso in attesa di quelle del suo artefice? Chissà!

scritto da frank spada · 11 giugno 2009, 15:20 · #

Sfoglio di Annamaria Ortese Il mare non bagna Napoli, nell’edizione dell’Adelphi del 1994, con in copertina il ritratto dell’autrice. “No, non era bella -aveva detto di lei Compagnone -anche se su di lei si rifletteva la bellezza di tante sue pagine.“E bella in un modo spirituale, intenso, è la donna della fotografia. Il mare non bagna Napoli comparve nel1953 per I gettoni di Einaudi, a cura di Elio Vittorini,e fu subito scandalo. Nata a Roma, “zingara” per vocazione ( una definizione che ricorre spesso in coloro che ne parlano ) l’allora giovanissima intellettuale viene accolta in un cenacolo di letterati che ruota intorno alla rivista Sud,e sono scrittori del livello di Compagnone, Rea, Prunas,insomma il fior fiore dell’intelligenza e della cultura napoletana.Il suo libro fu vissuto come un tradimento dagli amici, e lo sdegno dopo tanti anni è ancora vivo in chi è rimasto.La Ortese fu accusata di sensazionalismo per i toni crudi, spietati con cui descrisse la Napoli di allora, ( “Ma è la realtà che è ingiusta, inaccettabile, disse in un’intervista molti anni più tardi, tornando appunto su un tema da lei prediletto, l’impossibilità di accettare il reale, il fallimento della ragione.Ed è appunto Il silenzio della ragione il luogo delegato a parlare del fallimento degli amici intellettuali, che lei descrive come “morti”, cadaveri appunto.Parla, a proposito del pur amato amico Compagnone di “assonnata disperazione.” Il racconto d’apertura ( perché si tratta di racconti ) parla della scoperta della realtà della bambina Eugenia, bimba poverissima che vive in un “basso” degradato, cui il possesso d’un paio d’occhiali apre la messa a fuoco non solo delle immagini, ma dell’insopportabile squallore che ad esse si accompagna. Ma ancor più bello e triste è il racconto Interno familiare. Perché il mare non bagna Napoli? Perché tutto quel che è azzurro, sogno, atmosfera è annullato in questo libro aspro, crudo, feroce, che portò alla chiusura dei degradati “Granili“da parte del Presidente della Repubblica e credo all’autrice un qualche riconoscimento, forse una medaglia.
Questa Napoli terribile, miserabile e senza futuro, dove sono spenti i lumi della ragione e della speranza, le valse l’inimicizia, direi il rigetto da parte dei suoi amici napoletani, che l’accusarono di tradimento e di sensazionalismo.Cosa rende così attuale questo libro? Il fatto che oggi Saviano ripropone col suo Gomorra una visione disperata e disperante di Napoli che certo ha causato polemiche grandissime. Allora conviene ripetere come hanno fatto tanti illustri scrittori e giornalisti, tra cui Raffaele La Capria, “Badate, Napoli è una realtà estremamente complessa, non è solo camorra, disperazione, miseria, violenza: è per fortuna anche cultura, arte, impegno civile, voglia di ricominciare”, anche se è difficilissimo, come lottare col cancro. Ma sono in tanti a farcela, e ce la farà anche Napoli, perché Napoli non è solo dei napoletani, è di tutti, e nonostante tutto il mare ,uno dei più antichi e più belli del mondo, la bagna ancora.

scritto da Leila Mascano · 14 giugno 2009, 15:20 · #

Silenzio! Perchè la picciré non ammetterebbe alcun commento. Solo applausi.

scritto da frank spada · 14 giugno 2009, 19:23 · #

Non si può parlare di Uno scandalo come quello che accompagnò l’uscita del libro della Ortese senza parlare d’uno scandalo ancora più grande, che mobilitò l’intera città più o meno negli stessi anni, e fu quello che seguì la pubblicazione di La pelle, di Curzio Malaparte. Durante una seduta del consiglio comunale ci fu chi propose di darlo alle fiamme, come avrebbe fatto Savonarola, e comunque il libro riuscì ad indignare profondamente i napoletani, compreso l’attuale presidente della repubblica, e scrittori del calibro di Parise, che fu tra coloro che maggiormente si risentirono. Piacque invece. colpo di scena, molti anni più tardi a Kundera, che lo trovò bellissimo e ne disse un gran bene.
Nelle mie notti di insonne storica molti anni fa vagabondavo per le trasmissioni televisive notturne, e così m’imbattei in un documentario sulle malattie veneree. Dei gran dottori in camice discettavano su contagi e prevenzione, ma quel che si vedeva era pura macelleria, davvero di che saziare le curiosità più depravate del più contorto degli spettatori. Mi dispiace dire che Malaparte, che peraltro scrive magnificamente, è questo che fa: una specie di Grand-Guignol che si riveste di falsa pietà, come quei terribili conduttori che chiedono alla mamma del bambino precipitato dal grattacielo cosa ha provato vedendo il figlio cadere giù, o come quelle terribili, spietate foto ( vi ricordate il corpicino della bimba di Ustica che la famiglia scongiurò di non proporre più?)delle vittime di incidenti. Il romanzo parla di una città in decomposizione,che tutto prostituisce e viola per salvare la pelle. Ho letto il romanzo con disagio e con pena, se non con indignazione addirittura: falso, falsa la pietà, falsi gli episodi raccontati, purtroppo con grande perizia, e neppure un briciolo di pietas. Certi episodi sono completamente inventati, e questo agli occhi di un napoletano risulta chiarissimo, ma purtroppo il falso è costruito con grande perizia, un dannunziano Cerusico di mare applicato alla città...ma ammesso che ci fosse qualcosa di vero in tanto obbrobbrio, esiste un codice morale che impone di fermarsi prima di divulgare le foto del cadavere violentato, O no? Malaparte con l’aria di dolersi si compiace, ma in questo compiacersi c‘è qualcosa che urta la mia idea dell’etica, e della morale. Parere personale, di cui mi assumo la responsabilità.

scritto da Leila Mascano · 14 giugno 2009, 22:38 · #

“Io sono la giovinezza e la gioia” dice spavaldo Peter Pan a Capitan Uncino che gli ha chiesto chi è. Ed è proprio così, egli è la fanciullezza “gaia, innocente e senza cuore”. Eppure la sua innocenza misteriosa ci stringe il cuore,perché quella salvezza immemore cui tutti in fondo al cuore miriamo come ad un Eden perduto per sempre, è nello stesso tempo una condanna, perché il prezzo pagato da Peter è quella benedetta mela che tanto ci è costata, ma la cui ricerca è evidentemente insita nel nostro dna. Perché al di fuori di tutte le possibili chiavi di lettura, il problema di Peter è di avere sacrificato ogni cosa, amore compreso, alla libertà e alla spensieratezza, che in genere all’amore sono antitetici, perché l’amore è principalmente un legame, e ci si preoccupa di chi si ama.Ma l’ombra, il ricordo o il sentimento di qualcosa che è diverso, che gli manca, offusca come una nuvola lo splendore della notte passando davanti alla luna, e nulla è così disperante come il dolore dell’innocenza, senza gli strumenti dell’introspezione e della conoscenza: dunque il dolore di Peter, anche se solo sfiorato, è “totale” e ci spezza il cuore. Ah, il suo sguardo vedendo un altro bambino tra le braccia della madre, ah il suo raccogliere i bambini smarriti, ah il suo voler dar loro una madre, fosse anche “rubandola” con i suoi teneri inganni, con le sue bugie,perché quelle bimbe rapite per poche notti rapidamente cresceranno, e nessuna polverina delle fate agirà più su di loro, che il mondo degli adulti che non sa sognare ha ripreso con sé. E’ uno dei pochi momenti in cui la consapevolezza di quel che è ineluttabile sfiora Peter, ed egli piange, anche se il sorriso tornerà presto a scacciare le lacrime. Noi siamo tutti Peter, e nello stesso tempo non lo siamo più. Il libro è meraviglioso, con la sua isola fantastica, i ragazzi smarriti, il patetico Uncino, la fatina irresponsabile e volgare. Indimenticabile il bacio della signora Darling, all’angolo della bocca, che nessuno aveva mai preso e lo prese Peter subito, indimenticabile il bacio di Wendy, che Peter chiama Ditale, e che le salverà la vita.Come i proventi di questo splendido libro, donati da Barrie in perpetuo, che hanno permesso la costruzione del più grande ospedale pediatrico di Londra, che ha indetto due o tre anni fa un concorso per il seguito del libro. Il concorso è stato vinto da una scrittrice, e i proventi si spera aiuteranno l’ospedale a trasformarsi in una struttura più moderna. La favola continua.

scritto da Leila Mascano · 21 giugno 2009, 10:53 · #

I libri fondamentali nella mia formazione sono stati essenzialmente tre, diversissimi tra loro: Le confessioni di Sant’Agostino, la logica e il rigore applicate alla ricerca di Dio, vale a dire doppio salto mortale con piroetta carpiata,Peter Pan per quello che rappresenta in poesia e fantasia, e un libriccino vetusto, Le nozioni di analisi logica. Debbo dire che negli anni dell’adolescenza il mondo mi appariva come quelle mappe antiche ai cui confini c‘è scritto: hinc sunt leones, solo che i miei leoni e mostri marini dilagavano ovunque, e quindi ero alla ricerca d’un sistema logico che mi facesse da bussola. Incerti i confini della scienza e della filosofia, negatomi il conforto della matematica, nonostante illustri geni che avevano disertato il mio dna ( promossa per il rotto della cuffia alla licenza liceale, ma arrivata alla soluzione per tali complicati sistemi che ancora qualcuno ci si starà alambiccando il cervello )mi rifugiai nell’analisi logica. Poiché quello che inquieta e ci fa orrore è quel che non si può definire, già irreggimentare le ipotesi, sia pur in latino, giova: solo tre i periodi ipotetici, pensate, quello della realtà, della possibilità e dell’ipotesi. Già con queste coordinate ci si muove con certezza…Forti della conoscenza della coordinazione o paratassi, cosa temeremo dunque? Neppure la subordinazione o ipotassi può farci paura…E se qualcosa vi spaventa davvero, sezionatela con l’analisi logica…hinc sunt leones, sezionate anche in fatti attraverso la logica. E se non ce la fate,prendetevi una piccola vacanza, viaggiate in un altrove con Peter. E se il dolore e la mancanza di logica sono grossi davvero, è un santo che vi serve. Vi suggerisco Agostino.

scritto da Leila Mascano · 21 giugno 2009, 13:48 · #

Mi capita tra le mani Il piacere, di Gabriele d’Annunzio, che dei suoi libri è forse quello che preferisco. Già l’inizio: L’anno moriva, ed assai dolcemente…insomma tutto impreziosisce,perfino la banalità, e certo “ le forme opulente, piene, di quel vetro pesante che sfidava orgoglioso il cristallo, raccoglievano in guisa di coppa il liquido elemento…” e di sicuro descriverebbe così i bicchieri dozzinali di Upim, del resto La Rinascente si chiama così perché il nome glielo dette lui, pagato, s’intende, perché per vivere alla d’Annunzio di soldi ce ne volevano parecchi…Ma per quanto ci si scherzi un po’ su, il “vate” è uno scrittore, e che scrittore!E anche che genio per la pubblicità, perché fare un mito di se stessi quando si è alti come un ragazzino delle medie,con pochi capelli, un occhio di meno e i denti guasti non è cosa da poco…un po’ come Wanda Osiris, che nonostante il fisico tracagnotto scatenava deliri, manco fosse stata la Monroe…stesso discorso per Liala, che ricalcava su di sé le divine dei suoi romanzi, ma certo attribuendosi ogni beltà, in realtà assai modesta…Ma sentite che descrizioni: “ I capelli le ingombravano la fronte come una corona pesante…le ciocche, dinnanzi, avevano la densità e la forma…dell’Antinoo Farnese. Nulla superava la grazia della finissima testa che pareva esser travagliata dalla profonda massa, come da un divino castigo…” Ecco, tutto è sublimato, squisito, pieno di colti richiami: Andrea Sperelli è chiaramente lui, in versione Osiris as Monroe o Liala as Lalla, cioè l’immagine mitizzata. Ricco, cinico con qualche ingenuità, lo Sperelli vive per il piacere. Anzi, la voluttà, che rende proprio l’idea, e per essere tale fino in fondo richiede una cornice adatta, di agi, di ricercatezze, di “società”, perché il piacere non è solo materiale, ma ad esso si accompagna un profondo senso dell’appartenenza ad una classe superiore, speciale, che sola può accedere a certi empirei del piacere. Che per esser tale del tutto dev’essere un po’ perverso, anzi corrotto. Al dunque, lo Sperelli, come moltissimi uomini, si barcamena tra due donne, la carnale Elena e la spirituale Maria, e fra tante menzogne e tradimenti, si sente sazio, solo, e vagamente svuotato.Egli vagheggia dalle due donne una terza, l’Amante Ideale, e intanto combina un po’ di disastri, compreso il rischiare la vita in un duello. Sente di non essere all’altezza delle passioni che suscita:egli “contamina e inganna “ senza ritegno, morde per esempio “la buona e dolente bocca” dell’amante fino a farla sanguinare, ma lei perfettamente nella parte gli dice: Anche così non mi fai male…e questa è la santa ( che tradisce il marito, però). Elena, la donna di mondo, desiderata da due ospiti, ad una folle dichiarazione dell’amante, che la vuole ( Io perdo la ragione…ti voglio )risponde:” Vi farò dare da mio marito venti franchi. Uscendo da qui, potrete sodisfarvi…” Altezzosa e sprezzante. Lui si congeda. Uscendo di lì, è Maria che incontra, il cui “sangue cristiano s’accendeva della passione non mai provata…” Egli dunque per sodisfarsi non ha che da chiedere…anzi, non deve chiedere mai, che tutte ( compresa la bella Elena ) altro non chiedono che “sodisfarlo” col massimo della complicazione possibile.Ecco, non ho potuto fare a meno di sorridere, ma davvero il libro tuffandosi nell’atmosfera possiede un suo fascino che ha perso molto del suo sulfureo, siamo tutto sommato più cinici noi, ed ha questa prosa che talvolta nonostante le volute e i riccioli trascina davvero, senza contare che qui d’Annunzio inventa quella che sarà la “Roma dannunziana” e che è potente e bellissima.E d’Annunzio,nonostante tutto,nonostante la folle pervicacia con cui ha voluto essere d’Annunzio, è grande.

scritto da Leila Mascano · 21 giugno 2009, 16:14 · #

Roma mascaniana, trilogie al femminile, evocazioni colte, il Vate, Peter, in catene, un campanellino al collo, sottomessi.

scritto da frank spada · 21 giugno 2009, 19:31 · #

Il Piacere fu scritto a casa di Francesco Paolo Michetti, cui d’Annunzio dedica il libro: more solito suo, glielo dedica dal Convento: secondo Carmine, 1889,facendo risaltare il contrasto tra lo scrivere “non senza tristezza, tanta corruzione e tanta depravazione “ con l’atmosfera gaia della casa dell’ospite, rallegrata da “ una vita che si schiude”, (all’amico era da poco nato un figlio )mentre le “piccole calcagna rosee, dinanzi a te premano le pagine dov‘è rappresentata tutta la miseria del Piacere “, e non si sa se si parla del libro o del carnal gaudio, ma l’immagine non è nuovissima, solo che in genere il calcagno è della Madonna, e il piacere laicamente con la minuscola è raffigurato cattolicamente come un serpente…sicché scopriamo il sulfureo D’Annunzio rubare un’immaginetta da calendario di Frate Indovino…Perdono, credo di dover confessare a questo punto che di d’Annunzio sono pazza e mi difendo con l’ironia. Non foss’altro perché in una sua poesia ha buttato là un “sutto”, signori la classe non è acqua, trattasi del participio passato del verbo suggere, una cineseria.Sfido chiunque a farlo, e con tanta sublime leggerezza.Ma chi era questo Francesco Paolo Michetti? Un pittore, che Gabri salutava così: all’Ideale che non ha tramonti, alla bellezza che non ha dolori.Dipingeva bagnanti abruzzesi, bellissime e a seno nudo. Il quadro che gli dette la fama si chiamava il Voto, e si trova a Roma, alla Galleria d’Arte moderna. Dipinse anche La figlia di Iorio, e una tela intitolata Le serpi.Ah, era un ammiratore di Von Gloeden, quello dei fanciulli in pampini, che abitava in una villa davanti al San Domenico, a Capri, piena d’uccelli, in voliere of course, e che riceveva anche D’Annunzio e Oscar Wilde, forse già piantato da Bosie, ( Lord Alfred Douglas, forse )il suo amore, e quindi infelicissimo. D’Annunzio seduceva la maschia Romaine Brooks, che lo ritrae in posa di comando in un quadro oggi al Vittoriale, vestito da aviatore con un aereo sullo sfondo, mentre lui la ribattezza la Cinerina, pare che lei abbondasse col grigio nei suoi quadri, e le scrive di volerle baciare “i due angoli amari della bocca”, quelli che tutte le rubriche di bellezza impongono di stirare in sorrisi da clown dieci volte per mattina davanti allo specchio per poi atteggiare la bocca ad un o di esagerato stupore a scopo preventivo-curativo di codesto accidente…maldestro amante, per essere un raffinatone così, visto che in una canzone scritta per la Duse al caffé Gambrinus,afferma di volerle “vasare” ‘ a vocchella ‘nu pucurillo appassuliatella”, appassita, signori miei, e la divina doveva avere un ottimo carattere per non prendere a schiaffi l’incauto, gran gaffeur perché quando la Brooks si lamentò di non vedere il suo ritratto tra quello delle sue ex, a storia finita, lui le fece notare che lei non era una donna…
Ecco, speriamo che il fatto che siano d’epoca riscattino queste noterelle dal fatto d’essere pettegolezzi, almeno più colti e divertenti forse di quelli che in questi giorni leggiamo sui giornali…

scritto da Leila Mascano · 22 giugno 2009, 23:34 · #

Per chi di Capri è curioso, e in special modo di quei personaggi eccentrici e bizzarri che fecero di Capri un mito fin dalla metà dell’ottocento, consiglio I peccati di Capri di Roberto Ciuni, giornalista e scrittore, che con amore e curiosità ha scritto a questo proposito un libro straordinario.

scritto da Leila Mascano · 23 giugno 2009, 06:33 · #

Lei, La divina Mascano, e mi ripeto, compiace i nostri occhi aprendo scrigni, mostrando gioielli, sceglie qua e là, poi li regala trasformati in parole.

scritto da frank spada · 23 giugno 2009, 10:30 · #

Leila as Greta…

scritto da Leila Mascano · 23 giugno 2009, 21:08 · #

A ‘stu guaglione lle piace ‘e pazzià.

scritto da Leila Mascano · 23 giugno 2009, 21:14 · #

Mister Frank, mi delizia che lei con Garbo galante ( si goda il gioco di parole: galante con Garbo, as Leila )mi dica che trasformo i gioielli in parole…ma please, mi dia la formula per trasformare le parole in gioielli, come se il fatto di scrivere non fosse un mestiere, nel mio caso almeno, dal momento che è un piacere, o un Piacere a scelta…Mi viene in mente la storiella della signora bellissima corteggiata pesantemente da uno sconosciuto in ascensore, e che gli dice indignata: Mi ha scambiata per una prostituta? E lui: P’ammore ‘a Maronna, e chi ha parlato ‘e renare? ( Per amore della Madonna, e chi ha parlato di danari? )

scritto da Leila Mascano · 23 giugno 2009, 21:58 · #

Mi si perdoni l’off topic, chiarisco il mio pensiero: Ho fatto” l’interprete, la traduttrice, la prof, a buon bisogno posso propormi come infermiera o cuoca,e “faccio” queste cose per vivere. Non tanto presto nella vita ho scoperto di “essere” una che scrive. Non so immaginare niente di più bello che guadagnarmi da vivere facendo una cosa che mi piace e in cui mi identifico, ma evidentemente il piacere non si paga, nel mio caso almeno.

scritto da Leila Mascano · 23 giugno 2009, 22:08 · #

Lady Leila, garbata, notazioni universali, particolari in polvere, luminescente, seguo le sue ali, l’isola che non c‘è, capitan Uncino che scambia il battito del mio cuore per quello della sveglia, mi afferro alla sua scia. Il gling-gling che mi fa strada.

scritto da frank spada · 24 giugno 2009, 17:06 · #

Cosa succede? Si è bloccato tutto.

scritto da Leila Mascano · 27 giugno 2009, 22:47 · #

Ho nominato Liala…qualche tempo fa avevo scritto di lei: Quanto a Liala, non si può liquidare con due parole. E mi spiego; a parte uno spiritaccio insospettato ( “ Ho insegnato alle italiane a lavarsi” )se si vuole capire un’epoca, la mentalità delle nostre nonne, Liala è una tappa fondamentale nell’immaginario femminile. Su 100 donne che compravano libri, per trenta intellettuali guardate con sospetto che leggevano la De Cespedes, le altre settanta leggevano Liala, che vendeva, vendeva e vende tanto che le vendite di Moccia al confronto sembrano quelle di un parroco di paese che abbia pubblicato a sue spese un libriccino sul catechismo e lo venda in sagrestia. E poi a dirla tutta certi Liala divertono più di certi porno-soft per casalinghe inquiete, come i Blue Moon o gli Harmony ( se fossi un uomo avrei meccanici problemi per sempre, a sentire a quali aspettative dovrei attendere…) con tutti i supermaschi che li popolano, tant‘è che in giro non ce n‘è, son tutti finiti in quelle pagine. Almeno i conti e gli ufficiali d’aereonautica di Liala se magari ti piantano o ti riducono alla disperazione a causa del tuo “torbido passato” ( una vaga storia prima d’incontrarLo, che però ti fece perdere il Dono ) almeno ti aprono le porte, e ti fan regali, e s’intuisce dal buon odore che hanno, oltre a quello della loro incontaminata virtù s’intende, si lavano, si lavano, si lavano, e forse si depilano pure, visto il trionfo di ascelle “monde” e di toraci “glabri”, il resto non si sa, più in là non si va.
Liala era d’ottima famiglia, e benestante, credo di Como o dintorni. Si chiamava Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi e sposò un ufficiale di marina, col conome altisonante,come avete visto, e nome impegnativo, Pompeo. Gentiluomo d’antan, non smise d’amare la più giovane moglie anche quando lei conobbe un pilota d’idrovolanti, Vittorio Centurione Scotto e se ne innamorò, ricambiata, follemente. Scandalo, riprovazione generale, ma i due ostentavano il loro amore di cui non facevano mistero. Poi L’incidente: durante la disputa della coppa Shneider, Vittorio precipita e muore. Liala quasi impazzisce, vive un periodo tragico, e si ritira in campagna dove scrive il suo primo romanzo. Mondadori che glielo pubblicò la presentò a D’Annunzio, che la chiamò “ Compagna di volo e d’insolenze “ e le cambiò il nome in Liala.( Regalandole un’ala con la scritta A Liala ).Il primo romanzo si chiamava Signorsì, e ne seguirono quasi un centinaio. Tutte le protagoniste sono bellissime, si chiamano per intenderci Dagmar, Chantal, Fiamma, le loro toilettes sono accuratamente descritte, e si muovono in ambienti eleganti. Poi accade un qualche accidente, e si trovano povere e sole, combattute tra un uomo che non amano,ma che garantirà loro il benessere e la sicurezza, e l’Amore ( povero, o con ostacoli ). Poi ci sono quelli dove dove lui è aviatore, ma non sempre il lieto fine è garantito. La visione della donna è per gli occhi della lettrice moderna almeno scoraggiante e talora francamente comica,alcuni sono illeggibili o insopportabili, ma perlopiù Liala diverte. Che genere di fascinazione sia lo ignoro, un po’ come quei filmetti che ti ipnotizzano davanti alla televisione,ma riconosco che beccare un Liala nella biblioteca di mia zia e leggermelo in giardino, mentre si materializza ai miei occhi la valle d’Intelvi con le sue dolcezze e queste Barbie d’epoca si comportano come delle stupide autolesioniste, ( Ma perché ti comporti così, cretina? )e ci si chiede se dopo tante sciocchezze arriveranno ad atterrare su quel torace glabro cui aspirano ( de gustibus )è una forma di perversa delizia, e il pensiero va alla piccola signora che si è descritta come una dea e ha fatto di sé un mito, sopravvivendo al dolore e facendo quel che alle sue protagoniste neppure veniva in mente: mettendosi a lavorare. E dopo tante lacrime qualche sorriso se lo sarà fatto, visto quel che vendeva di romanzi. La fragile signora è vissuta novantotto anni, più o meno quanto il numero di romanzi che ha scritto, o poco più.
Questo pezzo l’avevo scritto ieri, ed è svanito nei misteri dell’antispam, il che spiega il misterioso commento sopra.

scritto da Leila Mascano · 28 giugno 2009, 09:29 · #

A S. Maria sopra la Minerva una lapide ricorda Luigi d’Aragona, nome che non dirà nulla ai più, e che appartiene ad un cardinale napoletano morto nel 1519, poco più che quarantenne. Un vero signore rinascimentale, colto, spiritoso, amante del buon vivere, ma insieme fine politico e uomo di fede…Sta di fatto che con la morte di Ferrante,re di Napoli, Aloysius ( il cardinale Luigi )per complessi motivi di parentela, è il possibile erede al trono , insieme al duca di Calabria, Ferrante il Giovane, che però è tenuto al sicuro in Spagna.Per giunta il cardinale era assai favorito da Giulio II, di cui era stretto collaboratore e che quindi, si diceva, volentieri l’avrebbe visto sul trono di Napoli…Mancano invece dieci mesi alla sua morte, avvenuta improvvisamente al ritorno da un viaggio sui cui scopi si fecero molte illazioni, proprio collegandolo ad una sua possibile successione o almeno ad una carica di viceré...Questo viaggio affascinante è raccontato da uno storico, André Chastel, che ricostruisce sulla base d’un diario, l’Itinerario,tenuto da un tal Antonio de Beatis che appunto di quel viaggio doveva fare la cronaca. Il libro, edizioni Laterza, si chiama Luigi d’Aragona, un cardinale del Rinascimento in viaggio per l’Europa, ed è veramente è imperdibile per chi ama la storia. I personaggi che il cardinale Aloysius incontra sono per intenderci, Carlo d’Asburgo il Re Cattolico e Francesco I, ritratti con grande vivacità e freschezza d’annotazioni. Un esempio? Questo è Francesco I: Il re è molto alto, ha bei tratti, modi gradevoli e seducenti, di assai bell’aspetto, nonostante il gran naso e, a giudizio di tutti, in particolare di Monsignore, il nostro illustre signore, gambe troppo deboli per un corpo tanto grande. Con la stessa freschezza è ritratta l’Europa che il cardinale attraversa, le città, i castelli, e vengono riportate le tappe e le annotazioni per ciascuna città...tanto per darvi un’idea, ad Amboise va a visitare Leonardo…
La morte coglie il cardinali praticamente alla fine del viaggio, di cui restano misteriosi il vero scopo e gli esiti ,e che ci lascia una testimonianza piacevolissima di un’epoca, di un modo di vivere, e di un notevole personaggio, anche se sconosciuto ai più, al cui seguito vediamo la storia tornare ad essere cronaca, e a restituirci la vita viva, vera, palpitante come allora. Bellissimo, ma un po’ inquietante. Tra pochi anni, pochi nell’ottica del tempo, saremo storia anche noi.

scritto da Leila Mascano · 28 giugno 2009, 22:52 · #

Mia madre no – che una volta perse il finale di un film (‘Arsenico e vecchi merletti’) per i piagnistei di un bambino impaurito (si rifece qualche mese dopo, lucidando gli occhi in bianco e nero con il volto di Antonio Centa, un friulano di Maniago, un emigrante che conquistò Cinecittà – vidi tutto il film anch’io) – ma Rita la “sclava” (la schiava, in friulano) leggeva Liala. Lo teneva sotto il cuscino, dove andavo a fare il matto ruzzolandole addosso, a letto – lei accaldata, sempre appassionata, dopo il lavoro nel retro cucina di un ristorante sotto-il-monte, rideva. Poi arrivò la Hayworth, l’atomica! Un bambino, un ragazzino, un’altra storia. Un cenno, anche voluto, e vi dirò (il forse, d’obbligo).

scritto da frank spada · 29 giugno 2009, 15:43 · #

Agganciandomi al suo primo “pezzo” (28/06 h 8.29), ché il Suo secondo non mi si addice, per tema e conoscenze storiche, qualche ora fa ho commentato.
Chissà, forse è andato altrove. Scrivo di getto e non mi sarà facile ri-editarlo (caspita che verbo). Intanto la saluto con questa “prova tecnica” (anti-tutto incidentale a parte).

scritto da frank spada · 29 giugno 2009, 18:12 · #

Caro Frank,lei ci apre scorci inquietanti: ma quanti anni aveva quando andava a fare il matto ruzzolando addosso alla lettrice clandestina di Liala? Passi per lei, bimbo esuberante e ingenuo, ma sono gli aggettivi “accaldata e appassionata” che lei attribuisce alla “sclava” a lasciarmi perplessa. Vede quan‘è pericoloso coltivare la passione per il mondo e il glabro…La rimando al blog di Cartocci, al suo “The sensual word of Kate…” e mi perdoni se ho scherzato un po.’

scritto da Leila Mascano · 29 giugno 2009, 22:31 · #

Gentile lady Leila, l’età non mi ha dato mai problemi, anzi, un naturale passe-partout che inizialmente suscitava tenerezze (aggettivate assai, può andare?) e più in là illusioni di tenermi al quinzaglio, ma ora… l’“isola che non c‘è”... ma dov‘è finita la mia mappa? Devo orientarmi, poi le saprò dire.
Cordialità affettuose, accenno al baciamano, sotto-naso glabro.

scritto da frank spada · 30 giugno 2009, 15:49 · #

Molti di voi avranno amato un film-culto irresistibile: I Blues Brothers. Molti di voi ricorderanno una frase “storica” del film che è: “E’ quando il gioco si fa duro che i duri cominciano a giocare.” Beh, questa frase è tratta da un romanzo a forti tinte di genere poliziesco ( ma visto l’autore è molto di più ) di Norman Mailer, che si chiama I duri non ballano.Ma più che un romanzo lo definirei una sarabanda, una specie di vortice pazzesco in cui si viene trascinati, non senza provare tutta una serie di sensazioni che vanno dall’angoscia, allo stupore, alla curiosità, al divertimento. C‘è mistero, violenza, magia nera, erotismo come recita la copertina, ma c‘è soprattutto questa scrittura pazzesca, un fiume in piena, anche se questo libro non è sconvolgente come Antiche sere,dello stesso autore, libro che ci fa chiedere che razza di persona sia chi immagina certe situazioni e ha il coraggio di scriverle, perché Antiche sere è disgustoso, raccapricciante, pornografico, violento e più di una volta ho avuto la tentazione di non andare avanti, ma bisogna ammettere che il libro per sconvolgente, osceno e raccapricciante che sia è un libro a modo suo bellissimo, e forse come genere di follia visionaria posso paragonare Mailer a John Irving, per esempio…ma mentre Antiche sere è per stomaci robusti, I duri non ballano è un thriller poderoso,che vale la pena di affrontare. Questa scelta è un gesto di simpatia per Frank Spada, autore di gialli e non solo che hanno per protagonista Marlowe, e che ormai è l’unico o quasi interlocutore di questo infrequentatissimo spazio.

scritto da Leila Mascano · 1 luglio 2009, 22:40 · #

Animo aperto, simpatia contraccambiata (commento la “stagione” in altro luogo, come leggerà). Due mani qua, due là, Frank e Marl uniti nell’applauso. Leila Mascano, avvicina e allontana il cuore rovesciando il canocchiale, come per gioco.

scritto da frank spada · 12 luglio 2009, 07:38 · #

Bisanzio che svolge nella storia il compito del tedoforo trasmettendo ai popoli dell’Europa la fiaccola della poesia, della cultura e della filosofia greche,nonché il diritto romano: questa la tesi di Georg Ostrogorsky nella sua Storia dell’Impero bizantino, storia che egli ripercorre in circa 500 pagine dense e ricche come un torrone, un’impresa da Messner della cultura; quanto al lettore per poco che s’inoltri sull’erta salita ( ma questa è più impresa da Compagnoni- Desio, che scalarono l’Himalaya, in tibetano dimora delle nevi, e il Karakorum, cioè le pietre nere)proverà la stessa vertigine di coloro che compirono quelle eroiche imprese.Ma pagina dopo pagina, superato lo sgomento per l’enorme quantità d’informazioni e di dati, si viene premiati, come immagino gli eroi delle scalate, dallo più straordinario panorama di storia che ci sia dato di osservare, e sfilano sotto i nostri occhi stupefatti e smarriti i protagonisti, le storie, gli accadimenti, le dispute, gli eccidi una civilltà strordinaria, feroce e fastosa, spirituale e violenta, assetata di potere e straordinariamente mistica, qualcosa di esplosivo e irripetibile, che pure si è protratto nei secoli. Impossibile ricordare tutto, ma alla fine qualcosa rimane, ed è appunto la comprensione, per così dire la visione d’insieme, e le basi per capire tutto quello che è accaduto dopo.
L’edizione che ho io, molto curata e bella, è un Einaudi d’epoca, 1968 e giusto per curiosità cito la collana di cui fa parte nell’edizione tedesca: Handbuch der Altertumswissenschaft.
Credo che voglia dire: E non dite che non vi avevamo avvertito…
Naturalmente scherzo.

scritto da Leila Mascano · 12 luglio 2009, 21:41 · #

Ehi, c‘è nessuno? Se c‘è batta tre colpi.Sapendomi sola uscirò allo scoperto e finalmente parlerò della Nascita dell’Europa di Lopez, La storia delle crociate del Runciman e del Gabrielli Gli storici arabi delle crociate, o di Bréhier la filosofia del Medioevo o per concludere Storia della decadenza e caduta dell’Impero romano, 1300 anni di storia, da Augusto alla caduta di Costantinopoli…
Sì, è una minaccia. Ma son sola, e dunque…

scritto da Leila Mascano · 12 luglio 2009, 21:54 · #

Mr Spada, il mio frigo non è più in cucina. La prego di controllare se nel suo bagno la lavatrice è ancora lì. Temo che sia accaduto l’irreparabile. Fuggiti insieme.

scritto da Leila Mascano · 12 luglio 2009, 23:26 · #

C‘è un “dallo più straordinario “ Il più è stato messo dopo, questo spiega l’incongruo “dallo”.

scritto da Leila Mascano · 12 luglio 2009, 23:31 · #

I commenti si rincorrono veloci, si accavallano l’un l’altro, come leprotti.
Ora il frigorifero è mio (l’estate, sa, il caldo), la lavatrice, invece è da Lei.
(Pari opportunità, ma distinzione tra i ruoli, i fuggitivi, inseguiti dai sospetti, hanno lasciato la città per le spiagge della costa.
Rientro previsto: in nottata, salvo diversivi e ammiccamenti)

scritto da frank spada · 13 luglio 2009, 11:04 · #

Mr Frank, i due tornano a settembre, come da telegramma.Prevedo un’estate di bucati a mano, o di costose lavanderie, bibite calde, gelati sciolti.
Non so da lei, ma casa mia è invasa dai leprotti.

scritto da Leila Mascano · 13 luglio 2009, 21:59 · #

Dearest, il gelato non mi piace, bevo caffé, le farò riavere il frigorifero.
Qui, da un terzo piano nel nord-est, il dito di un angelo li punta (fuggiaschi senza destino, cing, ciang… ciang!) impotente, distanzato.
‘Estate’, ‘Settembre’, di Bruno Martino non ricordo altro.

scritto da frank spada · 14 luglio 2009, 11:29 · #

Giorni fa, sotto un diluvio improvviso che ricordava i cicloni tropicali, mi tornò alla mente quella canzone…
E la chiamano Estate, questa Estate senza te…
Mitico Bruno Martino!

scritto da maurizio · 14 luglio 2009, 14:18 · #

No, scusi, Frank, lasci perdere. Che il frigo sia felice, almeno lui, ed anche la lavatrice. Per il resto sono venuta a patti coi leprotti. Li ospito, ma che diano una mano in casa. Il bucato lo fanno loro, i gelati li compro al bar, le bibite fredde fanno male allo stomaco, E la chiamano Estate come sottofondo…Ragazzi, siamo off topic!!!

scritto da Leila Mascano · 15 luglio 2009, 00:01 · #

Ieri pomeriggio (due orzate, bicchieri imperlati), il libraio (Mr. John Atta), mi ha fatto (in parte) ricredere su Cal Tjaden.
Non è Milt, o Lionel in Flyng Home (Marlowe 3), comunque, mi scuso, Lady Leila.
Poi abbiamo ricordato Richard Conte (‘L’urlo della città’) Macture e la Paget, e ho scoperto che un’imbroglio del regista (Siodmak ?) aveva fatto credere a un bambino che il “male” può essere vestito di bianco, talchè vince.
Prima di lasciarci, abbiamo parlato di letteratura, non minore, sfogliando un Sellerio. E la chiamano estate? Ma per piacere!
A casa ho sparato Audition a tutto volume, Shelly con le bacchette sul rullante e Shorty… ma in cielo, diamine!
Oggi farà più caldo.

scritto da frank spada · 15 luglio 2009, 07:48 · #

Non siamo OT, parliamo di “risentire” che è affine a rileggere. “Odio l’Estate”, rieccoci con Bruno Martino. Odio l’estate perché i miei stati depressivi, gli eventi più tragici della mia vita (comprese le morti di genitori e nonni, l’ultima è stata mia madre quattro anni fa) sono avvenuti tutti d’estate. Perfino i due traumi subiti da bambino, che ancora segnano la mia vita! Odio l’estate, insieme a Bruno Martino. Ed odio quest’aria appiccicosa che già pervade tutto…

scritto da maurizio · 15 luglio 2009, 10:06 · #

Da più di venti anni non rileggo, è già tanto se riesco a leggere un libro ogni due o tre mesi. L’unico romanzo che certo rileggerò prima di lasciare questa valle di lacrime sarà il mio adorato Oblomov. E qualche testo di spiritualità orientale sul buddismo, lo zen e simili argomenti, di strettissima attualità (dico sul serio!).

scritto da maurizio · 15 luglio 2009, 10:12 · #

Questo è un poeta inglese, Cecil Day Lewis:

Amore, non solo i nostri giorni di vacanza sono contati.
Non un solo giorno ma un’intera vita viene assorbita
Attraverso questa puntura di spillo del dubbio entro le tenebre.
Momento d’assoluta giustizia! Verremo giudicati
Traditori di noi stessi?Abbiamo l’alea, ora, di fare che il nostro fluire
S’arresti e susciti la scintilla sacra,
Ora, quando le lacrime sorgono e crollano le dighe
Per aprire il varco alla potenza dell’addio,
Quale arca abbiamo tranne l’amore? Imbarchiamoci.

Credo che morirò d’estate.

scritto da Leila Mascano · 15 luglio 2009, 16:46 · #

Qui non si tratta di OT, gentile amico, ma di lei, dei suoi guai.
La prego, Maurizio, di mantenersi al meglio e nell’attualità dei fatti, che la vedono circondata da molti amici (io, tra loro – dico sul serio).
Se suonano alla porta, apra, faccia entrare, quello potrebbe avere indosso un pastrano… le porterà fresco in casa.
Un abbraccio.

scritto da frank spada · 15 luglio 2009, 18:34 · #

Qualcuno ha parlato di Oblomov?
Credo sia l’unico libro letto finora che è per me fonte di tranquillità e di “parole giuste al momento giusto”. Il mio libro sul comodino. E’ vero, la mia rincorsa ai classici, iniziata in tarda età (rispetto a quelle da voi elencate sopra), è ancora all’inizio. Ne ho di strada da fare. Mi son persa pure quelli dei ragazzi (tranne Piccole donne e seguito e l’immancabile libro Cuore)e probabile che io non raggiunga mai i livelli culturali qua esibiti. Per questo ora, sto zitta, vi leggo e imparo.

scritto da nadia · 25 luglio 2009, 00:38 · #

“Io mi occupo di me stessa. Più sono sola, priva di amici, abbandonata, più devo avere rispetto di me stessa.” Quasi una dichiarazione femminista. E’ Jane Eyre, grande eroina romantica, e se Flaubert diceva “Madame Bovary c’est moi” a maggior ragione avrebbe potuto dirlo Charlotte Bronte ( come al solito metteteci la dieresi )a proposito di Jane. Charlotte rifiuta matrimoni, vuol essere indipendente, vuol fare quel che la testa e il cuore le suggeriscono, uno scandalo quasi per l’epoca.Come Jane. E se la storia è romantica, col bel tenebroso che piace tante all’immaginario femminile ( ma non raggiunge le vette, tempestose, di Heathcliff, nato dall’immaginazione di Emily, sorella di Charlotte )la sua eroina, non bella, non di elevata estrazione sociale trova la sua strada con straordinaria coerenza, fedele innanzitutto a un suo ideale di vita al quale è disposta a sacrificare anche l’amore. Insomma possiede quello “spirito di frontiera” che certo guidò i Padri Pellegrini,e i padri Pellegrini avevano al seguito delicate signore che si rivelavano di ferro.Senza di loro al seguito, niente America. Credo che la gran notorietà nuoccia a certi romanzi. Certo Jane Eyre è lontano dal nostro gusto, ma a parte che davvero con le caratteristiche della protagonista rappresenta qualcosa di nuovo per l’epoca,è tutt’altro che privo di risvolti psicologici e di capacità intuitive,si guardi il ritratto di St.John Rivers, il pretendente che la protagonista respinge, e tutto il loro complesso rapporto. Consiglio a chi ne ha voglia di rileggerlo con occhi nuovi e rinnovata curiosità, non fosse che i Bronte sono stati un fenomeno unico e probabilmente irripetibile, un gruppo familiare straordinario,tutti dotati, visionari, in qualche modo “pazzi”. E’ interessante rileggere quello che questa pazzia ha prodotto, principalmente due libri in qualche modo indimenticabili come Jane Eyre e Cime Tempestose.

scritto da Leila Mascano · 26 luglio 2009, 21:43 · #

Ben per me, ché ho letto ‘I ragazzi della via Pal’ e mi accomuno a Nadia.
E la Mascano?
Un bacio a entrambe.

scritto da frank spada · 27 luglio 2009, 12:04 · #

Parlando di riletture…nel mio cuore avverto sempre più, in tante occasioni, la risposta dello scrivano Bartleby…I PREFER NOT TO (preferirei di no). Di fronte alle doverose ipocrisie sociali, ai molti compiti stupidi e inutili inseriti nel lavoro, io vorrei tanto rispondere I PREFER NOT TO (suona così in inglese? Suona bene…). Bartleby, mio caro amico al pari di Oblomov…

scritto da maurizio · 27 luglio 2009, 15:21 · #

Ciao Leila.
Ho seguito le tue indicazioni ed eccomi giunto qui. Interessante, davvero. Merita di essere stampato su carta e letto bene.
Urca però: vengono quasi 60 pagine! Complimenti. Leggerò e ti dirò.
Stefano

scritto da stefko · 5 ottobre 2009, 10:35 · #

Grazie Stefko, debbo farlo anch’io; grazie per essermi venuto a trovare. Ultimamente ho un po’ trascurato questo spazio, è incredibile che, essendomi occupata d’un archivio e d’una biblioteca negli ultimi tempi abbia finito per non parlare più di libri…

scritto da Leila Mascano · 5 ottobre 2009, 22:22 · #

Bene bene, dunque si riparte!
Attrezzo le manovre per un’andatura stretta di bolina, LeiLalascio sotto coperta, a fare il punto della rotta, forse verso i monsoni stagionali.
Le scotte vibrano già allegre, il tagliamare fende l’onda, l’Union Jack tesa come un timone. Bene bene.

scritto da frank spada · 6 ottobre 2009, 12:27 · #

Leila, ne avrai avuto fin sopra i capelli di libri…personalmente sto leggendo da due mesi (con una media di 5 pagine al giorno) “La mia vita segreta”, di Salvador Dalì, autobiografia, per dire cosa scontata, di un pazzo geniale…

scritto da maurizio · 7 ottobre 2009, 13:16 · #

Quello che avrei voluto era rinchiudermi là dentro e disinteressarmi del mondo fuori.

scritto da Leila Mascano · 9 ottobre 2009, 00:59 · #

Mi chiedo perché non l’ha fatto – intravedo un’ombra – eccola!
Si cena in cappa, fuori diluvia.

scritto da frank spada · 9 ottobre 2009, 10:44 · #

Mi riservo di farlo “dopo”. Ho intenzione di sistemarmi nelle biblioteche, visto che le considerai se non un paradiso in terra, certo un luogo di tregua. Dunque quando arriverò in purgatorio, e per espiare mi rispediranno quaggiù, sceglierò di essere un fantasma da biblioteca, cioè troverò il modo di abitare nel “mio paradiso”, temendo il momento in cui mi si richiama lassù. Temo che le arpe e le musiche divine per l’eternità non siano il mio genere. Al limite meglio l’inferno, così ci trovo un po’ di gente che conosco.

scritto da Leila Mascano · 10 ottobre 2009, 00:53 · #

Stasera probabilmente si incappa in un diluvio. E non potrò disinteressarmi del mondo fuori perché mi troverò all’aperto…Cercando di rileggere “Manuale pratico dell’evoluzione interiore” di Placide Gaboury senza far bagnare le pagine…interessante, se volete cercate su guggle…

scritto da maurizio · 11 ottobre 2009, 10:09 · #

Suole bagnate a terra, dunque, o ancora umide che salgono una scala.
Ma dove andate? Il mare non scorre sotto casa, anche se diluvia. Volete che poggio un po’ e vi aspetto? Non molto, però, ché ho Capo Horn in rotta di collisione con lo scafo e voglio presenziare allo spettacolo dell’evoluzione umana, che appesa al vortice s’inabisserà verso l’inizio del principio – è consigliata una cerata, possibilmente a pois (saremo più attraenti allo sbocco di una nuova vita).

scritto da frank spada · 12 ottobre 2009, 09:54 · #

Io voglio l’impermeabile giallo e la musica del vento ( ma i Led Zeppelin mi piacciono parecchio. )

scritto da Leila Mascano · 24 ottobre 2009, 22:17 · #

Lascio il cimitero degli abissi e risalgo in superficie: piove! Ritorno sotto: il mare non si muove, riposerò!

scritto da frank spada · 3 novembre 2009, 09:30 · #

Che dormita!
Dopo quasi un mese, il sole nel nord-est filtra tra le nuvolaglie sciroccose il chiarore delle nuove: l’invito (esteso alla redazione di Blog Robin) a guardare sopra un tavolo coperto da un panno rosso.
Dove? Ma qui – http://www.riaprireilfuoco.org/blog/?p=300#comments – dove il mondo pare vada a fuoco girando all’incontrario, tanto da farmi pensare che ritornerò bambino, ricominciando la mia vita daccapo per non cambiare il mio passato!

scritto da frank spada · 1 dicembre 2009, 13:50 · #

Io non sono tanto sicura che vorrei rivivere tutto daccapo, però...

scritto da Leila Mascano · 1 dicembre 2009, 19:09 · #

Se accadrà sarà solo opera del fato: due sconosciuti in uno, che potrebbero arrivare cavalcando una cometa per rivivere il passato, anticipandosi il futuro – immagini sfuocate, sovrapposizioni di pensieri, letture, riletture di parole – il nulla, insomma, con uno che punterà il canocchiale a rovescio contro il sole, l’altro, invece, il suo compare, orbo come quel Ninetto di un certo D. Runyon… ma non sarà che entrambi faranno una brutta fine come quel gattino?
E noi, Lady Leila, Maurizio, Roberto, e tutti gli altri amici, che faremo?
Buon Natale a tutti, e lunga vita al Blog di Robin; in ogni caso, Mr. Scroll, per il 2010 si procuri un’adeguata scorta di Optalidon!

scritto da frank spada · 22 dicembre 2009, 19:17 · #

Ritornerò bambino, ma cosa me ne farò in una nuova vita di telefonini megagalattici, microcomputers, playstation da incubo? Voglio rinascere DI NUOVO nei meravigliosi anni ’50! Coi palloni di gomma, i cremini, Carosello, i formaggini, i chinotti Neri, i calzoncini corti! Che ne dite, amici? Buon Natale a tutti! E un felicissimo Ventidieci (mi piace chiamarlo così).

scritto da maurizio · 23 dicembre 2009, 23:47 · #

Cosa faremo? Questa è una bella domanda.Balleremo il nostro valzer col destino, che distribuirà i suoi doni come un papà Natale ubriaco, a casaccio.Così, caro Frank, spero che nella distribuzione dei doni sia favorito, che il suo bel libro così pieno d’atmosfera, di spirito e d’ironia, nonché di colti richiami, abbia il successo che merita, e così quelli che verranno. Su tutti noi che ci incontriamo in questo luogo l’augurio affettuoso che l’angelo si giri nella nostra direzione, e che i doni pazzi del destino se arrivano siano strambi ma belli: innamorarsi quando si pensa che mai potrebbe accadere, raccogliere per pietà un cane ferito e trovarsi nei dieci o quindici anni successivi davvero un fedele amico, scoprirsi un talento di scrittore quando mai lo si sarebbe sospettato ed essere baciati dal successo…perché no? Di brutto ci è già accaduto abbastanza, credo, ed essendo brutto anche se fosse stato poco è sempre troppo.

scritto da Leila Mascano · 25 dicembre 2009, 10:48 · #

Cominciamo dalla fine…“Addio alle delizie della Francia, al paradiso dei piaceri della corte, allo splendore dei nostri giorni, ai giorni della bellezza, al fiore delle Margherite, al fiore di Francia.” Questa l’omelia d’addio per Margherita di Valois, l’ardente regina Margot,raffigurata sulla copertina del libro di André Castelot che così s’intitola in un ritratto d’epoca che ci mostra una bionda slavata ma volitiva, sul tipo d’una Thatcher giovinetta e che ci fa dubitare della definizione dei cronisti del tempo: “ Tanto bella che nulla di sì bello al mondo avrebbe potuto risplendere.” Figlia di Enrico II e Caterina de’ Medici,vive in quell’epoca tardo cinquecentesca piena d’assassini e di violenze, in una corte fastosa e corrotta dove esercita le sue arti di seduzione e d’intrigo.Margherita è intelligente, spregiudicata, ama la poesia e le belle lettere,e soprattutto ama.Tout court.Nel 1589 con l’assassinio di Enrico di Navarra, diventa ufficialmente regina di Francia, benché Enrico, che aveva sposato, l’abbia in pratica relegata ad Usson. Sono molte le vicende che dovranno accadere, nell’arco di circa altri trent’anni, prima che si concluda la sua avventura nella cappella di Saint Augustin. Castelot, come sempre, è straordinario, perché queste biografie che scrive sono assolutamente appassionanti, eppure rigorose, documentate con attenzione come testimonia la notevole bibliografia. Il libro si legge, o si rilegge, come nel mio caso, tutto d’un fiato, ed è edito da Rizzoli nel 1994.

scritto da Leila Mascano · 14 febbraio 2010, 19:25 · #

Buonasera a tutti, o Ciao se preferite. Mi presento, dietro invito di Leila, anche se guardandomi intorno dovrei forse ripassare un po’ di letterature varie. Ma credo non si prospettino quiz o esami e nemmeno il QI con le figure geometriche da scegliere. Mi chiamo Andrea e scribacchio, mi piace la storia… qualche volta verrò a trovarvi.

scritto da Andrea Masotti · 14 febbraio 2010, 22:04 · #

Finalmente qualcosa riecheggia…..

scritto da Maurizio · 16 febbraio 2010, 08:48 · #

Accidenti quanto scrivete! Dovevo venire prima… Ma nessuno mi dice mai niente…
A parte gli scherzi, io rileggo sempre i libri che mi sono piaciuti, tanto me li dimentico dopo un po’, ricordo solo che mi sono piaciuti. Dimentico anche l’assassino nei gialli. Che fortuna eh?
ciao

scritto da Francesco Pomponio · 19 febbraio 2010, 21:56 · #

Mistero…la mia voce, in queste solitarie stanze?

scritto da Leila Mascano · 20 febbraio 2010, 17:33 · #

Rileggere i vecchi fumetti di Tex…come venire proiettati in un altro mondo dalla macchina del tempo, esaltarsi di agguati e sparatorie, incontri col mistero, cavalcate senza respiro, deserti punteggiati di teschi al sole, cime aride e rossastre che ricordano le Dolomiti, cactus, villaggi con saloon e con strade polverose, locomotive fumanti, tende indiane, totem, sceriffi, cow boys e pistoleri, lunghe carovane, Bibbie e colt 45…
Rinasco! Rinasco negli anni ’50…

scritto da maurizio · 20 febbraio 2010, 18:30 · #

Ci sono già nato una volta una seconda mi sembra eccessiva caro omonimo, puoi giurarlo su un mucchio di Bibbie (Kit Carson)

scritto da Maurizio · 21 febbraio 2010, 01:39 · #

Per me, adesso, dopo tanti libri, è tutta una Babele. Un po’così: http://www.youtube.com/watch?v=U9K-hGvKlB8

scritto da Miriam · 20 luglio 2010, 11:57 · #

E inversamente libri non letti, pagine bianche, come bambini mai nati.

scritto da frank spada · 20 luglio 2010, 17:58 · #

Vedere un film, in seguito leggere il libro dal quale il film è stato tratto, è un po’ rileggere, se il film stesso segue in modo abbastanza fedele la trama, spesso addirittura i dialoghi? Mi è appena capitata questa cosa, col libro “La classe”, del francese Begadeau, da cui il regista Chantet trasse una buona opera cinematografica che ottenne un premio importante. Per chi interessa, il film è anche in rete…

scritto da maurizio · 21 luglio 2010, 09:38 · #

... e non per caso, caro maurizio, quella che comprende le altre sei è il CINEMA, la settima arte, dove c‘è tutto o quasi, dove un bambino sogna a occhi aperti o guarda lo schermo fltrando le immagini tra le dita di una mano, mentre qualcuno, con affettuosa simpatia, sparge la voce che: “A’ stu guaglione lle piace ‘e pazzià!” (leggete i commenti precedenti di Leila Mascano, la scrittrice che merita l’applauso e che spiazza chiunque, e scoprirete dove). Poi vi consiglio di fare un salto nell’Archivio in alto a destra e leggere, o rileggere, i suoi “pezzi” – voi mi ringrazierete e Leila mi scuserà se sono stato così esplicito, è una Lady eh!

scritto da frank spada · 21 luglio 2010, 18:34 · #

Leggo un libro meraviglioso, Istruzioni per vivere. Semplice e fulminante nella sua chiarezza, è un vademecum prezioso almeno quanto un compendio di storia delle religioni e di filosofia. Ecco come disporsi a questa straordinaria avventura che è vivere con animo distaccato e sereno, forte nelle avversità e gioioso quando siamo sfiorati dalla felicità; cosa pensare quando la morte o la malattia, o comunque la perdita ci minacciano o ci passano accanto, come trattenere un amore che ci abbandona lasciandoci con la vita vuota, come saltare ogni remora e tuffarsi in un nuovo lavoro,amore, o quel che sia, e soprattutto come trovarli. Sereni nella delusione che tuttavia non ci atterra, perché messi in guardia dal prezioso libretto, lo sfoglieremo ad ogni angolo deserto di strada, perché ci mostri ancora la via che ci riconduca a noi stessi, agli amici perduti, agli affetti svaniti, che ci riconduca a noi. Lo vogliamo perfino, il nostro libro prezioso, nell’ultimo viaggio, quando magari è chiaro che non ci serve più, e tuttavia il suo contatto ci sembra indispensabile anche quando preumibilmente non lo sentiremo più...
Ma quale libraio lo venderà, quale scrittore lo avrà scritto? Un titolo bellissimo,( La vita, istruzioni perl’uso ) analogo, mi deluse, giacché vere istruzioni non ve n’erano, e a questo punto ammetto di non possederlo ‘sto libro, di non sapere dove trovarlo, anzi aiuto! Se qualcuno ne possiede una copia, di “vere” istruzioni per vivere, che me lo spedisca, temo proprio d’essermi smarrita.

scritto da Leila Mascano · 22 luglio 2010, 09:36 · #

Sono grata ai libri, a tutti i libri, io li sento scorrere in me e se tutto dovesse andare male, me ne starò con loro al riparo dai fantasmi, mentre fuori è notte, nel cerchio di luce, finché non si spegne.

scritto da Leila Mascano · 6 febbraio 2008, 15:00 · #
Il 6 febbraio 2008 scrivevo queste parole perfettamente in buona fede, convinta. Poco dopo tutto quello che costituiva il mio universo è stato spazzato via, e io sento il dovere di correggere l’ingenuità di questo pensiero. Confesso anche di avervi parlato dei libri che amavo, perché salvo che per Erennio, per tre anni e mezzo vi ho parlato di cose lette prima. Non riuscivo più a leggere, semplicemente. Il cerchio di luce e il libro non funzionavano più.
Ora sì, ora ho ripreso a leggere, ma in questo spazio che mi ero ritagliata, così poco frequentato da voci diverse dalla mia che lo vivificassero, non so più se abbia un senso scivere i miei pensieri, Li formulo, ogni tanto, alzando gli occhi dai libri.
Loro, poverini, erano sempre là. Il fantasma ero io.

scritto da Leila Mascano · 1 gennaio 2012, 20:02 · #

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