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Poche Chiacchiere: Riflettendo su altri mondi possibili

Riflettendo su altri mondi possibili

E’ possibile immaginare un mondo diverso da quello attuale? Certamente. Anzi direi che è quanto mai necessario. Il problema è però prima capire quale mondo vorremmo e poi, questione ancora più grande, cercare di comprendere come costruirlo.
Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi, nel suo “Breve trattato sulle decrescita serena” (Bollati Boringhieri, 2008) ci da in questo senso numerosi stimoli di riflessione a cominciare dalla sua analisi sulla realtà socio economica contemporanea:
“La nostra società ha legato il suo destino a un organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata. Questo sistema è condannato alla crescita. Non appena la crescita rallenta è il panico….Questa necessità fa della crescita una «camicia di forza». L’occupazione, il pagamento delle pensioni, la spesa pubblica (istruzione, sicurezza, cultura, trasporti, sanità ecc..) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL)…Alla fine il circolo virtuoso diventa un ciclo infernale.. La vita del lavoratore si riduce per lo più a quella di un «organismo che metabolizza il salario con le merci e le merci con il salario, transitando dalla fabbrica all’ipermercato e dall’ipermercato alla fabbrica»”.
Questo sistema è ovviamente la logica conseguenza di una società occidentale ancora oggi ben ancorata al modello economico capitalistico che si basa sul binomio accumulo del capitale-consumismo. Un modello che ha certamente portato al progresso e benessere di molti. Ma lo ha fatto troppo spesso contemporaneamente a scapito del Sud del Mondo (Africa, America Latina, ..), della qualità di vita dell’uomo (disgregazione delle famiglie, alienazione, scomparsa del tempo libero …) e dell’ambiente (effetto serra, deforestazione, inquinamento).
E che il sistema così concepito sia oramai insostenibile è un fatto che nessuno a questo punto nega più, semplicemente perché è arcinoto che le risorse del nostro piccolo pianeta non sono infinite. Consumiamo già ora più di quanto siamo in grado di produrre e il crescente e rapido sviluppo di Paesi come la Cina o l’India, che si stanno allineando alle logiche socio-economiche occidentali, non fa altro che peggiorare la previsione di un futuro tutt’altro che roseo.
Non solo, produciamo male e consumiamo peggio. Come dice ancora Latouche:“La nostra economia, immensamente produttiva, esige che noi facciamo del consumo il nostro stile di vita, perciò abbiamo bisogno che i nostri oggetti si consumino, si brucino e siano sostituiti e gettati a un ritmo sempre più rapido (…) La nostra sovracrescita economica si scontra con la finitezza della biosfera. La capacità rigeneratrice della terra non riesce più a seguire la domanda: l’uomo trasforma le risorse in rifiuti più rapidamente di quanto la natura sia in grado di trasformare questi rifiuti in nuove risorse”.

Questo vuol dire ad esempio più spreco e più rifiuti da smaltire (quanto sta accadendo a Napoli in questi giorni ci dovrebbe venire subito alla mente..). Una logica perversa che ci sta portando ad una deriva ecologica difficile da sostenere. Un modello economico che raggiunge l’apice del non senso, quando, a mio giudizio, addirittura “l’acqua”, elemento essenziale di ogni forma vivente sul nostro pianeta, viene non solo continuamente deturpata ed inquinata, ma addirittura, utilizzata come merce.
A tale proposito, ecco cosa dice Padre Alex Zanotelli, missionario in Africa dell’ordine comboniano, che da anni si impegna in battaglie civili: “Perché proprio in questo momento la lotta per l’acqua? Perché senza acqua non si può vivere, senza petrolio sì: l’essere umano è vissuto per quarantamila anni senza petrolio e tra trenta-quarant’anni forse ne potrà fare a meno. Solo il 3% di tutta l’acqua del mondo è potabile. Di questo stesso 3%, il 2,70% è usato per l’agricoltura industriale governata dai ricchi del mondo mentre 1 miliardo e 400 milioni di persone non hanno accesso all’acqua. Secondo l’ONU diverranno 3 miliardi in trent’anni. Per accaparrarsi la percentuale residua corrono le multinazionali consapevoli che l’effetto serra sarà devastante.” ( Da un Editoriale della rivista: Mosaico di Pace, 2007)

Tornando a Latouche, la ricetta al cambiamento che lui propone è quella di cambiare le regole del gioco procedendo in direzione inversa a quanto sinora visto, ossia utilizzare una strategia che lui stesso chiama della “decrescita serena” che ha come obiettivo quello di una Società “in cui si vivrà meglio lavorando e consumando di meno”, ovviamente affinché si possa “consumare tutti”. L’idea è certamente affascinante e mi trova d’accordo con lo spirito che la anima, ma, per la verità, non mi piacciono molte delle ricette che vengono proposte a sostegno di tale idea. A cominciare dall’ auspicato ritorno ad un localismo spinto, a livelli di sviluppo di trent’anni fa, alla forte riduzione dei viaggi e degli interscambi.

Mi trova più d’accordo invece la teoria dello “sviluppo sostenibile”, che potrebbe essere sintetizzata, utilizzando le parole dalla World Conservation Union, UN Environment Programme and World Wide Fund for Nature, nel 1991, come « ...un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende » . Questo concetto, che presuppone la ricerca di un equilibrio sostenibile, tra ambiente (vivibile) società (equa) ed economia (realizzabile), è stato purtroppo eccessivamente abusato negli ultimi anni, senza che ci sia stato un conseguente significativo cambio di rotta nel modo di approcciare le politiche occidentali. Bisogna certamente fare di più, a cominciare da una rinascita di una corretta cultura ambientalista, e continuare a vigilare, anche perché non tutte le proposte politiche degli ultimi tempi vanno nella direzione giusta. La notizia ad esempio di questi giorni che il nuovo governo Italiano di Berlusconi, voglia ritirare fuori l’opzione “dell’energia nucleare” come fonte di “energia alternativa”, mi fa letteralmente venire i brividi.
Lascio le parole a tal proposito a Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, che così commenta la notizia in un articolo pubblicato sul Manifesto del 23 Maggio 2008: “Il ministro Scajola fa anche un altro errore quando sostiene che le centrali nucleari sono «sicure e competitive». Sicure? Nessuno dei problemi che spinsero gli italiani a bocciare il nucleare 20 anni fa è stato risolto: non il rischio d’incidenti, non lo smaltimento in sicurezza delle scorie, non lo smantellamento degli impianti in disuso, né la loro protezione da eventuali attacchi terroristici. La storia del nucleare è costellata da una lunga lista di gravi incidenti, da quello di Three Mile Island nel 1979 negli Usa a quello di Mihama nel 2004 in Giappone. In Europa, dopo la catastrofe di Cernobyl, a Temelin nella Repubblica Ceca negli scorsi anni si è verificata una serie di incidenti che hanno messo in allarme la vicina Austria. Per non parlare delle scorie. Si calcola che 250mila tonnellate di rifiuti radioattivi nel mondo siano in attesa di stoccaggio. Esistono circa 80 depositi «provvisori» nel mondo, ma non ancora un sito di stoccaggio definitivo. C‘è poi lo smantellamento delle centrali una volta spente, processo delicato e oneroso, che comporta rischi altissimi per la sicurezza.”
Il concetto di “Sviluppo sostenibile” se correttamente interpretato non può che prescindere dallo sviluppo di politiche a sostegno della “salvaguardia ambientale” e questo, sinceramente, mi sembra assolutamente inconciliabile con l’ipotesi di un ritorno al radioattivo.

Nel 2001, l’UNESCO ha ampliato il concetto di sviluppo sostenibile indicando che “la diversità culturale è necessaria per l’umanità quanto la biodiversità per la natura”. In altre parole: “la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale”. (Art 1 e 3, Dichiarazione Universale sulla Diversità Culturale, UNESCO, 2001). Come dire, non c’è progresso, senza la conoscenza dell’altro e il confronto tra culture. Il che presuppone “semplicemente” dialogo, ascolto e rispetto reciproco. Non è un concetto difficile. Eppure, in una società contemporanea come la nostra, dove la tecnologia ( internet, trasporti per primi) ha per fortuna abbattuto molte distanze, rendendo il pianeta, per così dire, un pò più piccolo, dove per volontà o per necessità, gli spostamenti e gli incontri tra realtà e culture diverse saranno sempre più frequenti; si mantengono ancora, anacronistiche aree di resistenza al cambiamento. Non c’è bisogno di ricordare che ovunque nascono di continuo nuovi e vecchi nazionalismi, razzismi, intolleranze, guerre di religione.

“Un altro mondo è possibile” era lo slogan “positivo” dei movimenti di Porto Alegre di qualche anno fa. Un utopia, certo, ma ancora necessaria. Perché non posso sognare un mondo più equo e sostenibile, dove al centro ci sia l’uomo e l’ambiente che lo circonda, e dove “sviluppo” sia sinonimo di vecchie difficili parole da pronunciare come: lotta alla fame e alle malattie, pacifismo, non-violenza, cultura, tolleranza, accoglienza, solidarietà ed integrazione?

Paolo Mattana, 24 Maggio 2008

Inserito il 24/05/2008 da Paolo Mattana | ci sono 7 commenti

A voi la parola

Jeremy Rifkin è un economista, presidente della Foundation of Economics Trends, che ha tentato di dare alcune risposte a molti degli interrogativi che riguardano un nuovo mondo possibile,e dunque una nuova economia possibile. Egli individua tre fondamentali problemi che attualmente riguardano la nostra società: il debito del terzo mondo, il riscaldamento della terra, la questione mediorientale. Questi problemi hanno a che fare col petrolio, e dunque è fondamentale trovare un nuovo regime energetico, che egli individua nell’idrogeno.Inoltre è un nemico accanito degli OGM, cioè di quegli organismi che sono geneticamente modificati per essere resistenti per esempio agli antiparassitari, o per avere sviluppo o dimensioni insolite. Una corrente progressista vede in questi prodotti una soluzione a molti problemi legati alla produzione, e in particolare la possibilità di risolvere alcuni dei problemi legati alla fame nel mondo. Pare che non sia così. Secondo Rifkin è assurdo il solo formulare un’utopia del genere. E’ vero che enormi quantità di prodotti vengono distrutti per mantenere alti i prezzi. Inoltre questi OGM potrebbero avere sulle lunghe distanze effetti nocivi sulla salute: ma soprattuttoi prodotti geneticamente modificati sono sottoposti a brevetti, il che significa che la produzione del grano, per esempio, presto sarà nelle mani di potenti multinazionali, senza contare che gli OGM “ contaminano” quei prodotti che non sono tali. Certamente il dibattito è interessante, anzi fondamentale per la nostra sopravvivenza, così come la globalizzazione si è rivelata un’arma a doppio taglio che pone molti problemi etici e morali nei confronti dell’economia soprattutto per quello che riguarda la manodopera del terzo mondo. Questo modesto intervento da profana non risponde certo a nessuna domanda su un altro mondo possibile, ma è un invito all’approfondimento e alla riflessione su alcuni argomenti ad esso strettamente connessi, né più né meno di quanto dovrebbe preoccuparci una possibile fuga di gas nella nostra caldaia. Infatti il mondo, che è la nostra casa, non solo come individui ma come specie, da noi messo in pericolo ci mette in pericolo e solo noi possiamo modificare l’andamento attuale delle cose. Il punto è che di tempo ce n‘è davvero poco.

scritto da Leila Mascano · 24 maggio 2008, 23:29 · #

Mi è venuto in mente di aver omesso una cosa molto importante: i semi, i grani dei prodotti geneticamente modificati non riproducono la pianta d’origine e dunque vanno riacquistati ogni volta.

scritto da Leila Mascano · 25 maggio 2008, 15:55 · #

Mi commuove sempre ascoltare John Lennon e in particolare mi commuove ascoltare Imagine, un mondo utopico e giusto, bellissimo… la Città ideale… la Città del sole… Utopia: molti grandi, grandissimi, santi, scrittori, filosofi, hanno vagheggiato un mondo migliore, compreso quel magro menestrello che cantava un mondo senza violenza e senza guerre. Penso alla copertina celeberrima del disco postumo, con i suoi occhiali rotti (spruzzati di sangue forse, o sono io che colorisco un vago ricordo?) copertina che fu definita scioccante, trash, indegna e molto altro ancora (credo che Yoko Ono, imputata della scelta, sia con Crudelia Demon e Grimilde una delle donne più odiate del pianeta, e non scelgo a caso due personaggi immaginari, in quanto chissà perché relegata in un ruolo di “cattivona” vagamente fumettistico) ma oggi non so trovare che un aggettivo a quella copertina, ed è, purtroppo, “eloquente.”

scritto da Leila Mascano · 29 maggio 2008, 21:53 · #

Perché alla fine “Imagine” è ancora capace di commuoverci, mentre, ad esempio, una lagna successiva come “We are the world” ci fa solo girare i co…? Eppure c‘è molta ingenuità sia nell’una che nell’altra. Ma in “Imagine” traspare una certa purezza e spontaneità, l’altra gronda di melensa ipocrisia buonista-preveltroniana…

scritto da maurizio · 30 maggio 2008, 11:59 · #

Accanto agli atolli più belli del mondo,vi sono veri e propri continenti galleggianti, formati da spazzatura.I paesi della Campania, un tempo giardino d’Europa, sono anch’essi sommersi dalla spazzatura. Un mare immondo, maleodorante, infetto minaccia di travolgerci. Un mare immorale, perché quella spazzatura è in massima parte il risultato di una politica dello spreco, e non serve a nulla. Un tempo nelle case signorili si usavano le uova di legno per rammendare i calzini, s’insegnava ai bambini ad evitare lo spreco.Si liquidavano come leggende le storie che parlavano dell’America come di un luogo dove gli elettrodomestici non si riparavano, si buttavano via. Poi ci siamo americanizzati anche noi. Il primo segnale fu che smisero di sostituire il bicchiere dei frullatori…“tanto valeva “ ricomprarlo tutto nuovo. Provate a portare a riparare un ferro da stiro o un asciugacapelli: è una piccola odissea…“tanto vale” comprarselo nuovo.Chi non ha la smania di sostituire il cellulare o l’automobile è guardato come un eccentrico, e vediamo i frutti di questa dissennatezza perché tutto il pianeta è un’immensa discarica a cielo aperto. E così il brutto, volgare, osceno superfluo divora il bello, pulito, auspicabile necessario: falde acquifere non contaminate, cieli limpidi, scudo d’ozono, mari puliti. Allora torniamo sempre allo stesso punto: non tutti sono chiamati a morire su una goletta di Green Peace per difendere un ideale, ma tutti, dico tutti potrebbero evitare gli spray non ecologici, le inutili e orrende buste di plastica,la smania dell’inutile, che ci polverizza la sola cosa utile davvero: la possibilità di vivere. Superfluo è anche diossina, contaminazione, cancro: ma ci vuole tanto a capire che innanzitutto è la mentalità da rapina che dobbiamo cambiare, se vogliamo lasciare un mondo possibile ai nostri figli, anzi semplicemente il mondo.

scritto da Leila Mascano · 18 luglio 2008, 22:08 · #

E’ il consumismo bellezza, anzi, il CONSUMISSIMO, come lo chiamava lo studente Verzo, dimenticata macchietta di “Alto gradimento”. Non è un caso che da decenni nessuno lo chiami più così, una pratica comune di vita non ha più bisogno di definizioni. La definizione esisteva finché esisteva ancora qualcuno ad opporvisi.
Nessuno ripara più niente, e mi sorprende ascoltare ancora a volte il gorgheggio ritmato dell’arrotino-riparaombrelli, quando un parapioggia lo paghi (autentico madeinchina) 3 euro. Nessuno ripara più niente e nessuno CREA più nulla con le sue mani, l’artigianato è defunto. La nostra casa è piena di oggetti usa e getta, noi stessi siamo ormai oggetti usa e getta.
Non sfuggo a tutto questo, e domani corro a comprarmi il nuovo megatelefonino con computer, telecamera, internet, fotocopiatrice, TV al plasmon e macchinetta da caffé. Che sono più fesso degli altri?

scritto da albatro · 21 luglio 2008, 18:29 · #

da tempo navigo cercando uno spunto una luce che mi faccia vivere senza multinazionali,consumismo e tutto quello che dovrebbe far sembrare l uomo meglio di una bestia ma che di fatto lo fa diventare una bestia assetata di potere e di “cose”.Possedere forse è la parola chiave,ma è una parola che non conosce la libertà.Ma poi in fondo non è triste parlare di questo utilizzando una multinazionale?Buona vita

scritto da Nadia Viviani · 19 settembre 2008, 20:11 · #

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