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Poche Chiacchiere: Quei sette morti di Torino

Quei sette morti di Torino

Ci sono questioni ed avvenimenti che per quanto mi sforzi di analizzare, razionalizzare o giustificare, non riesco proprio a mandare giù.
In Italia, nell’anno 2007, ci sono stati una media di quasi quattro morti al giorno sui luoghi di lavoro. Numeri, o meglio, perdite di vite umane, semplicemente inaccettabili. Una carneficina quotidiana, culminata con la strage dell’incendio alle Acciaierie Thyssenkrupp di Torino del 6 dicembre scorso, dove sette operai hanno perso la vita.
Operai che bruciano come legni da ardere o che rimangono schiacciati da camion o muletti, manovali che precipitano da altezze infinite di palazzi e strade in costruzione. Morti che spesso non fanno neanche più rumore, come la neve che scende lenta e lieve a Natale o che vengono presto dimenticate, come fossero fantasmi da esorcizzare.
Bene ha fatto l’amministrazione della città di Torino ad annullare i festeggiamenti per il Capodanno, perché non c’era nulla da festeggiare.
Quanto tempo ci vorrà ancora perché una mattina qualsiasi, di un giorno qualsiasi, si esca per andare semplicemente a lavorare e non a giocare alla roulette russa, sperando di non incontrare la morte?

Siamo pieni di leggi sulla sicurezza del lavoro, ma evidentemente da sole non bastano, se è vero che si continua a morire anche nelle fabbriche più sindacalizzate.
C’è qualcosa che non va e che va oltre la mera osservanza delle regole di buona pratica del lavoro.
Qualcosa che non riesco a focalizzare, ma che lo stesso, comunque, non riesco a digerire.
Certo, a fronte di una maggiore competitività dovuta alla globalizzazione, troppo spesso ancora le aziende ricercano produttività, redditività ed efficienza, non tramite investimenti in ricerca, tecnologia e qualità, ma solo con la flessibilità. Il che, tradotto in altre parole, vuole dire che nella maggior parte dei casi, si usa la stessa vecchia strategia di sempre: precarietà, bassi salari e tagli al personale e alle strutture.
Ma ci deve essere dell’altro.
Mi domando ad esempio in quale contesto ci stiamo muovendo e quale sia la cultura del lavoro oggi e quale il significato che gli viene dato in questo nuovo millennio.
Vedo disoccupati cronici, lasciati al loro destino, come fossero malati terminali, senza più alcuna speranza di guarigione.
Vedo che il precariato è diventata la norma, un biglietto d’ingresso nel mondo del lavoro che si paga a caro prezzo con anni di insicurezza e retribuzioni inadeguate e spesso anacronistiche.
Precari e sottopagati, vuol dire anche essere in una condizione di estrema fragilità.

Si dice che siamo nell’era della consapevolezza e dell’individualismo. Vero. In pratica sappiamo ciò che ci accade intorno, ma a meno che non ci tocchi personalmente o da vicino, non ce ne frega niente.
Dov’è finita la solidarietà e il senso civico che animava i posti di lavoro?
Ho paura che anche le fabbriche, come i cantieri e gli uffici, siano diventati dei “non luoghi”, nel senso della definizione che all’inizio degli anni novanta l’antropologo francese Marc Augé dava ai centri commerciali o agli aeroporti. Insomma, quegli spazi, isolati dalla realtà cittadina e caratterizzati da un assenza di scambi sociali. Spazi in cui milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione.

Le librerie sono piene di eruditi saggi sociologici sull’organizzazione del lavoro, fioccano master e dibattiti politici su come aumentare il valore aggiunto di una azienda o del “sistema paese” e si finisce sempre col mettere al centro solo fatturato, costi e redditività.
E l’uomo? Dove è finito l’uomo?
Ho la tragica impressione che anche qui, nell’opulento occidente dove è nata la rivoluzione industriale, l’uomo sia in molti casi rimasto semplicemente un numero, un consumatore, o peggio ancora, a volte, una merce da sfruttare, come tante, senza più nome, volto e identità.
Almeno fino a quando, una mattina qualsiasi, di un giorno qualsiasi, scoppia un tubo in una fabbrica di Torino e se ne ricomincia a parlare.

Paolo Mattana, 5 gennaio 2008

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FABBRICA
Bruce Springsteen
(dall’album Darkness of the edge of town, 1978)

Di primo mattino suona il fischio della sirena della fabbrica
L’uomo si alza dal letto e si veste
L’uomo prende il suo pranzo, esce immerso nella luce del mattino
E’ la vita di lavoro, la vita di lavoro, nient’altro che una vita di lavoro

Attraverso le case della paura, attraverso le case del dolore
Vedo mio padre entrare nei cancelli della fabbrica sotto la pioggia
La fabbrica gli ha preso l’udito, la fabbrica gli dà da vivere
E’ la vita di lavoro, la vita di lavoro, nient’altro che una vita di lavoro

Fine della giornata, grida la sirena della fabbrica
Gli uomini escono dai cancelli con la morte negli occhi
E farai meglio a credere, ragazzo
Che qualcuno starà male stanotte
E’ la vita di lavoro, la vita di lavoro, nient’altro che una vita di lavoro

FACTORY
Bruce Springsteen
(dall’album Darkness of the edge of town, 1978)

Early in the morning factory whistle blows,
Man rises from bed and puts on his clothes,
Man takes his lunch, walks out in the morning light,
It’s the working, the working, just the working life.

Through the mansions of fear, through the mansions of pain,
I see my daddy walking through them factory gates in the rain,
Factory takes his hearing, factory gives him life,
The working, the working, just the working life.

End of the day, factory whistle cries,
Men walk through these gates with death in their eyes.
And you just better believe, boy,
Somebody’s gonna get hurt tonight,
It’s the working, the working, just the working life

Inserito il 05/01/2008 da Paolo Mattana | ci sono 2 commenti

A voi la parola

Quanta ragione nelle tue parole… troppo spesso però le parole giuste si perdono nel vuoto e si ode solo ciò che si vuol far udire. Sempre il tintinnio dei soldi e poco la voce del cuore e della giustizia! bravo!!!

scritto da paola · 23 gennaio 2008, 17:11 · #

“Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:

io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore”.
(Faber – Il testamento di Tito)
—————
Troppe leggi non vengono applicate e fatte rispettare.
Troppi interessi, troppo marciume nascosto all’ occhio umano.
Questo fa si che ognuno badi a se stesso a dispetto degli altri.
Recentemente due anziani sono stati uccisi a martellate da uno squilibrato davanti a centinaia di persone totalmente indifferenti a ciò che si prospettava davanti ai loro occhi.
Due Senegalesi senza permesso di soggiorno hanno bloccato l’ uomo e lo hanno consegnato alla polizia.
Solo allora quella folla voleva linciare lo sbandato.
Non prima.
I due Senegalesi, per premio, hanno ottenuto il permesso di soggiorno.
Mi sono commosso e li ho ammirati.
Io, però, avrei completato l’ opera: avrei tolto il permesso di soggiorno a tutti quegli italiani che sono rimasti lì a guardare come niente fosse, invece di intervenire.
Su queste basi, come si può pensare a quella solidarietà che dovrebbe essere alla base di una società democratica e civile?
Lo Stato non fa nulla per mettere il popolo in condizione di vivere civilmente e quando fa qualcosa, impone leggi senza curarsi che esse vengano rispettate (a meno che non si tratti di sanzioni laddove è più comodo e facile “punire”).
Non si muove di fronte a chi cerca lavoro, ovvero a chi è in difficoltà economica se non con le solite chiacchiere durante le interviste: chiacchiere che friggono quanto un vinile ascoltato mille volte.
Chi ha fame e chi rischia la fame lo sa bene.
Durante il governo Prodi avevo 40 anni e cercavo una occupazione, una qualsiasi occupazione che mi desse cibo a fine mese. Italiano, buona salute, 16 anni di esperienza lavorativa, disoccupato. Ho bussato a mille porte, vedendo assumere falsi disabili, raccomandati, extracomunitari,... Ma non me od altri come me.
Durante il Governo Prodi, per trovare un lavoro, ho dovuto aprire una ditta individuale. Durante il Governo Berlusconi ho rischiato di chiuderla.
Forse, senza nè l’uno, nè l’ altro, tanta gente sarebbe vissuta meglio.
Forse tanta gente non sarebbe morta sul lavoro.
Forse tanta gente non farebbe la fame.
Forse poca gente continuerebbe a vivere rubando dietro ad una facciata di legalità.
... Forse…

scritto da Roberto Ziviani · 22 giugno 2009, 03:09 · #

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