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Poche Chiacchiere: Pensare

Pensare

Riportiamo di seguito un resoconto di un noto giornalista.
La riflessione con cui lo accompagniamo è questa:
un momento di confronto sociale dovrebbe essere un momento di riflessione. Dovrebbe essere rassicurante immaginare che tanti ragazzi, coinvolti in una protesta come questa, dovranno per forza pensare. Ma chi lo potrà fare davvero? Sballottati tra:

forze politiche che comunicano solo in modo strumentale al loro potere;
fazioni politiche giovanili che approfittano del momento per arruolare;
forze dell’ordine al soldo del peggio della politica e schiave del retaggio politico in esse prevalente, summa per eccellenza del non-pensiero;
opionione pubblica sballottata tra preconcetti e falsità mediatiche;

come potranno i ragazzi pensare davvero?
E il raccoglimento? La serenità? L’approfondimento interiore? Resterà spazio per questo?

Se resta, che letture consigliare loro?
Ci proviamo?
Chi ha idee?

Articolo di Curzio Maltese preso da Repubblica.it del 30 ottobre 2008:

AVEVA l’aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c’era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. “Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane” sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un’onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.
Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove.
Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano “Duce, duce”. “La scuola è bonificata”. Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent’anni, ma quello che ha l’aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un’altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell’università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. “Basta, basta, andiamo dalla polizia!” dicono le professoresse.
Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. “Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!” protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: “E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!”. Il funzionario urla: “Impara l’educazione, bambina!”. La professoressa incalza: “Fate il vostro mestiere, fermate i violenti”. Risposta del funzionario: “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra”. C‘è un’insurrezione del drappello: “Di sinistra? Con le svastiche?”. La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: “Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un’azione di violenza da parte dei miei studenti. C‘è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c’entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire”.
Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: “Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra”. Monica, studentessa di Roma Tre: “Ma l’hanno appena sentito tutti! Chi crede d’essere, Berlusconi?”. “Lo vede come rispondono?” mi dice Laura, di Economia. “Vogliono fare passare l’equazione studenti uguali facinorosi di sinistra”. La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: “Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov‘è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.
Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. “È contento, eh?” gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all’ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì”.
È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un’azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. “Lei dove va?”. Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: “Non li abbiamo notati”.
Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: “Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!”. L’altro risponde: “Allora si va in piazza a proteggere i nostri?”. “Sì, ma non subito”. Passa il vice questore: “Poche chiacchiere, giù le visiere!”. Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra.
Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s’affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l’assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro. Un gruppo di studenti s’avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell’Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.
A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all’occupazione, s’aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. “Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l’idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo”.

di Sergio Calderale

Inserito il 30/10/2008 da La redazione | ci sono 12 commenti

A voi la parola

10, 100, 1000 Maltese! Il G8 dovrebbe averci insegnato. L’arma più forte che abbiamo è questa: possiamo testimoniare. Possiamo e dobbiamo raccontare, fotografare, registrare. Ed è una cosa che anche i ragazzini adesso possono fare e i canali per dare voce a tutto questo non mancano. Leggendo online quello che adesso sta succedendo nelle piazze mi sento confortata, nessuno ha intenzione di farsi fottere, la reazione c‘è. E testimonieremo.

scritto da carla · 30 ottobre 2008, 12:35 · #

Comincio io.
Consiglio numero 1:
“Scritti Corsari”
P.P.Pasolini

scritto da Simone · 30 ottobre 2008, 15:47 · #

Ottimo, grazie.

scritto da La Redazione · 30 ottobre 2008, 16:25 · #

Secondo me 1984 di Orwell sarebbe comunque utile.

scritto da Armando · 30 ottobre 2008, 16:27 · #

...io Spinoza ce lo vedrei a fagiuolo…

scritto da mago · 30 ottobre 2008, 16:38 · #

Io in omaggio a quel povero pinocchio di legno calpestato rileggerei Pinocchio, che tra l’altro andrebbe meglio studiato. Anzi, rilancio, meglio ancora rileggerne il contro-meta-testo che ne ha fatto Manganelli (era lui, vero?), che è una lettura del tutto imperdibile. E le opere di gente di questo livello certo aiutano il pensiero ad accelerare un po’ ed infiammarsi delle proprie forze.

scritto da Apelle · 30 ottobre 2008, 18:18 · #

“ Infine la scuola in Italia ha tentato fino all’ultimo momento ( 68) di trasmettere i più squalificati valori tradizionalistici. Ciò indica che la classe dominante non è capace di realizzare neppure una riforma modernizzante del sistema scolastico, o addirittura può permettersi il lusso di non farlo. Dopo l’ondata della contestazione, è probabile che la scuola non riesca più a trasmettere nulla in termini di valori e contenuti culturali, puntando principalmente a produrre apatia, conformismo,ed adattamento passivo negli allievi, con un accentuato ricorso, al primo accenno di crisi, al disciplinamento di tipo fascista… Lo sfasciamento della scuola,esistente quando avviene non come risultato di progressi politici consapevoli, ma come risposta strategica dei detentori del potere per assorbire i colpi della contestazione, non facilita affatto una politicizzazione delle masse studentesche adeguata al livello delle contraddizioni da loro subite;contribuisce anzi in modo rilevante a creare quel potenziale di frustrazioni e deformazioni psicologiche che poi ostacolano un lavoro politico di gruppo creativo ed emancipativo…
Questa l’introduzione di Carlo Donolo ad un libro di Kerniston, “Giovani all’opposizione” , in cui si parla (e siamo nel 72!) di tanti problemi che oggi sono di grande attualità, insomma questo libro edito da Einaudi Paperback mi sento di consigliarlo a tutti coloro che sono interessati al “come si è arrivati fin qui”.

scritto da Leila Mascano · 30 ottobre 2008, 19:26 · #

Correggo: Keniston.La “r” è un errore di battitura.

scritto da Leila Mascano · 30 ottobre 2008, 20:34 · #

Pasolini, Spinoza, Orwell, Collodi. Ok va tutto bene. Però a questi ragazzi dobbiamo spiegare anche perché dovrebbero leggere questo o quello senza limitarci a fare i fratelli maggiori supponenti (o i genitori arrivati tardi). Vorrei riprendere quello che il mio primo “viscerale” post diceva: forse bisogna aiutarli a raccontare (e/o raccontarsi), magari in maniera meno autoreferenziale di quanto la nostra generazione fa, dovremmo aiutarli a descrivere la realtà intorno a loro (sembra facile).
Dovremmo aiutarli ad imparare di nuovo a scrivere, perché scrivere è rivedere e ricostruire, ricostituire la realtà. Ci sono anche modi diversi di rappresentarsi che YouTube. Non si può lasciarli credere che quello sia la loro unica forma di espressione. Non possiamo permettere che a raccontarceli, i ragazzini di oggi, sia la De Filippi. O, peggio ancora, Moccia.
Dobbiamo lanciare qualche salvagente e qualche libretto di istruzioni (ma noi le abbiamo davvero capite?). “Se tu bagni il tuo piede in un lago di un paese chiamato Cultura, poi tirar indietro il piede è assai dura, ma più duro imparare a nuotar….”
E già Leila, faremmo bene anche noi a capire “come siamo arrivati fin qui”.

scritto da carla · 30 ottobre 2008, 21:08 · #

La nostra generazione, col suo sinistrismo d’accatto, col suo permissivismo ipocrita ha distrutto quella nuova, di generazione. Siamo figli del 18 garantito, degli esami di gruppo, dove i furbi sanguisugavano i pochi volenterosi, dei gruppetti politici guidati da capetti arroganti, dei miti folli da Mao a Stalin e Che Guevara. Siamo la generazione del menefreghismo celato dietro la scusa del “lasciare liberi i ragazzi”. Ora siamo solo capaci di recitare il mea culpa tuonando poi contro berlusconi e berluschini. Ci dovremmo vergognare, stare zitti per secoli, altro che storie! Altro che consigliare letture!
Anzi, voglio incorrere anch’io nel peccatuccio…“Povera santa, povero assassino” di Giordano Bruno Guerri. Fa capire tante cose sull’Italia, sulla Chiesa, sulle malversazioni politiche che da sempre ci affliggono…

scritto da maurizio · 31 ottobre 2008, 00:43 · #

Scopro ora che bisogna anche “Pensare” e che il Direttorio in Redazione attende risposte! Faccio giusto in tempo a consigliare a chi è appena un po’ in età di dedicarsi a questa attività micro-elettrica-cerebrale (senza distrarsi troppo dal cercar morose, o morosi, eh, mi raccomando) che di Luciano Bianciardi gira un libricino dove si consiglia di non leggere libri, ma di farseli raccontare! In ogni caso fate un saltino su “leggere e rileggere” nel Blog di Casa Robin, dove ci si chiede cosa avrebbe pensato quell’intellettuale maremmano…

scritto da frank spada · 11 giugno 2009, 16:07 · #

Più che leggere libri, credo che occorra leggere dentro se stessi.
E non v‘è un’ età specifica per fare questo.
Riconoscere la mera violenza distinguendola da una battaglia ideologica; capire che la politica, a proprio comodo, veste da eroe un Che Gue Vara od un Mussolini esaltando le masse a spese della povera gente che “si trova lì per caso” quando i fanatici usano la loro violenza falsamente vestita da ideale politico.
Non v’ è età per essere eroi. Non v’ è età per essere babbei. Non v‘è età per vestire i babbei da eroi e far creder loro di esserlo.
Può succedere di essere al posto giusto nel momento giusto e diventare un eroe. Ma non può succedere di cercare il posto giusto ed il momento giusto per diventarlo.
Più che un libro, consiglierei di leggere e meditare su aforismi Zen e su tematiche che possano portare ad una seria introspezione per arrivare a capire cosa si è veramente e non come si appare al prossimo.
In uno Stato nel quale si vive di stereotipi fatti di automobili, griffe, fame di notorietà quale è il nostro, c‘è forse più bisogno di consapevolezza che di apparenza.
Non si può criticare ciò che c‘è è fuori senza essere ben consci di ciò che si è dentro.

scritto da Roberto Ziviani · 15 giugno 2009, 22:54 · #

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