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Poche Chiacchiere: Paura da Palcoscenico I°-One stage before

Paura da Palcoscenico I°-One stage before

Oggi parliamo di artisti e del loro rapporto col pubblico, mai troppo sereno…
Oltre a questa canzone di Al Stewart ce ne sono parecchie altre che trattano questo tema (ad es. “What do You Want From Me?” dei Pink Floyd) e, se vi interessa, ci ritorneremo sopra, altrimenti passeremo ad altri scottanti argomenti (che so, i rapporti fra Al Bano e la Lecciso… :-)

Al Stewart è un cantautore Anni ’70, noto principalmente per il successo mondiale del brano “Year of The Cat” e del LP omonimo da cui è tratta questa canzone, molto bella anche musicalmente, culminante con un assolo di chitarra elettrica cantabile e lancinante.
Stewart è davvero abile nelle rime e assonanze, come ogni bravo cantautore “classico” e la sua voce cristallina scandisce ogni sillaba come un proiettile.

Un palcoscenico, prima di oggi
————
Mi sembra di essere già stato su questo palco
e di aver manipolato la notte per la stessa vecchia folla
Questi arlecchini che mi affiancano, anche loro
hanno calcato questo pavimento
e ora, ancora una volta, incedono per consumare il loro momento
Vedo dei volti mezzi familiari nella seconda fila
spettrali, con i riflettori negli occhi
ma dove o quando ci siamo incontrati l’ultima volta,
proprio non lo so
è come un’accordo che risuona senza spegnersi mai
per l’infinito.
—————-
Ed ora queste figure nelle ali, con tutte le loro melodie senza pace
attendono che qualcuno chiami il loro nome
camminano lungo i corridoi del retropalcoscenico
attraversano furtivamente i camerini
e svaniscono diventando piccoli brillantini sulle cornici
che racchiudono le fotografie.
Forse si mossero su palcoscenici, mille anni fa
in qualche commedia, a Parigi o Madrid?
E magari io ero con loro in qualche spettacolo itinerante,
ed è quello a essere rinchiuso nella mia testa
ancora adesso
per l’infinito
———————
E alcuni di voi sono armonizzazioni sotto tutte le mie note
può darsi che non ci si incontrerà più,
eppure ormai mi conoscete bene
Mentre altri parlano in chiavi segrete
e traspongono tutto quello che dico
e nulla di quanto io possa fare o tentare
può oltrepassare l’incantesimo
Così, ancora una volta, le luci si abbasseranno
e il sipario si alzerà cigolando
e noi suoneremo, ancora, come tutte le volte precedenti.
Ma lontano, alle spalle della musica,
potrete quasi sentire il suono
delle risate
come le onde sulle spiagge
dell’infinito

Non so a voi, ma a me queste liriche comunicano forti emozioni.
Altri artisti, nel trattare della loro condizione di performer, hanno privilegiato nei loro versi il tema del vampirismo del pubblico nei loro confronti (Gilmour) o della vanità delle star (Joni Mitchell).
Al Stewart, forse proprio perché non è una superstar, ma un onesto menestrello con platee non vastissime, ci conduce in una dimensione stralunata, quasi circense, da Pierrot sperduto in mezzo alle luci del palco.
E intorno a lui muove una galleria di figure spettrali.
Gli arlecchini suoi colleghi di band, gli ex famosi ridotti a “lucine” sulle cornici delle foto dei giorni della gloria; i sicofanti che circondano ogni artista (dai più grandi ai piccoli, ognuno ha la sua corte).
Meravigliosa, nella terza strofa, la frase “While others talk in secret keys and transpose all I say” col suo intrigante gioco di parole: “Chiave” è anche la chiave musicale (la tonalità) che può essere “trasposta”, ma qui evoca sussurri, equivoci, trame, distorsioni della realtà.
—————-
E alla fine, lo spettacolo va avanti, con cadenze che non mutano da secoli: il rock-show in fondo non si differenzia da una rappresentazione shakespeariana al Globe. Mentre qualcuno nelle ultime file ride, per disattenzione, o superficialità... o forse perché ha intuito tutto.

Inserito il 16/10/2008 da Glauco Cartocci | ci sono 11 commenti

A voi la parola

Mi piace questa frase, la tengo: “E alcuni di voi sono armonizzazioni sotto tutte le mie note”.
Mi piace perché suggerisce al contempo vicinanza e lontananza. Perché se l’opera dell’artista per qualche attimo ti fa sentire molto vicino a lui, in realtà se vai a guardare ognuno, di quel pubblico, è lontano, sconosciuto, etsraneo. Nemmeno può, l’artista, sapere perché davvero lo sta ascoltando. Cosa trova nella sua arte, cosa sta traendo dallo spettacolo. Così vicino, così lontano. Credo che la riflessione si possa allargare più in generale ai rapporti tra le persone. Capita di sentirsi vicini a qualcheduno, ma nemmeno si sa perché. Cos‘è che ci avvicina? Qualcosa di essenziale? Qualcosa che appartiene solo alla recita della vita? Qualcosa che può durare? Qualcosa che è sostanziale in noi veramente?
Il finale della canzone invece non mi piace: le risate mi sembrano ininfluenti.

scritto da Armando · 22 ottobre 2008, 20:48 · #

Mi piace la tua riflessione.
Per quanto riguarda le risate, penso che Al si riferisca a tutta quella fetta di pubblico (ed è una fetta grande, purtroppo) che va a uno spettacolo solo per esserci, per fare casino e usare la musica solo come stimolo fisico e non mentale o artistico. Se vai a concerti, grandi e piccoli, basta che ti guardi intorno: spesso gli amici della band (nel caso di dilettanti) sono quelli che fanno più chiasso fregandosene della musica.
Inoltre penso che per Stewart quelle risate “come onde lontane” siano anche un simbolo dell’indifferenza del Destino alle vicende umane… the show must go on.

scritto da glauco cartocci · 23 ottobre 2008, 09:04 · #

Risate come vacuità, quindi, leggerezza “colpevole”, superficialità. Ok, così mi dice qualcosa, grazie del suggerimento.

scritto da Armando · 23 ottobre 2008, 10:53 · #

Ma qualche volta il concerto si trasforma in un evento catartico, il pubblico e chi è sul palcoscenico entrano in sintonia totale, si annullano le distanze, e per tutta la durata dell’evento stai lì coinvolto in un rapporto totale, direi orgiastico,un mistero dionisiaco esaltante e liberatorio. C‘è qualcosa di feroce nel delirio dei fans, che potrebbero fare a pezzi il loro idolo e divorarlo, per così dire, cosa che avviene in modo metaforico, e che dev’essere abbastanza sconvolgente e nello stesso tempo esaltante per chi è sul palco, torero e toro insieme, sacerdote e vittima sacrificale etc. Capisco l’eccitazione, e la paura. Capisco che, come una droga, di questo sacro terrore non se ne possa fare più a meno.

scritto da Leila Mascano · 25 ottobre 2008, 08:48 · #

A volte si crea un rapporto di vero e proprio amore fra il pubblico e chi sta sul palco, una comunicazione immediata che va al di là della musica e che si serve di essa per un’intesa che è OLTRE. A me personalmente accadde una dozzina di anni fa ad un concerto di Giorgio Gaber, al teatro Olimpico. I brani sembravano non finire mai, i bis si alternavano e lui riappariva di continuo dopo un illusorio arrivederci; sudato, in maniche di camicia, ma sempre sorridente, allegro, in vena di scherzare…attimi di vicinanza che non scorderò mai, di commozione vera…C’eri anche tu, Glauco, c’era qualcuno di voi?

scritto da maurizio · 26 ottobre 2008, 09:24 · #

Io non c’ero perché ho sempre seguito solo rock anglosassone, ma Gaber era davvero stimabile, al di là di qualsiasi genere musicale. Credo ciò dipendesse dal fatto che prima di essere artista, lui si proponeva come “uomo comune”. O sbaglio?
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Comunque capisco bene ciò che intendi. Nei grandi concerti (quelli dei palasport) la complicità con l’artista è più difficilmente avvertibile, rispetto ai piccoli club, dove puoi chiedere l’esecuzione del tuo brano preferito, o ridere alle battute del performer. Io l’ho provato con Brian Auger alla Stazione Birra.
——————-
Fatemi sapere se il tema della Paura da Palcoscenico vi interessa, potrei trovare qualcosa di attinente (che so, Minstrel In The Gallery dei Jethro o For Free di Joni Mitchell…)

scritto da glauco cartocci · 27 ottobre 2008, 09:56 · #

Glauco, qualsiasi argomento trattato con intelligenza e competenza è interessante, perfino la vita della foca monaca, e debbo dire che non mi deludi mai. Ma la paura del palcoscenico è ...wow!

scritto da Leila Mascano · 27 ottobre 2008, 23:39 · #

Insomma, devo sentire questo “Minstrel”, caro Glauco, da tutti indicato come l’inizio della decadenza dei Jethro…
A proposito di complicità con l’artista un grande comunicatore era Guccini col suo fiasco di vino, da cui attingeva disinvolto tra un pezzo e l’altro…all’epoca, più di 20 anni fa, dicevano fosse malato di cirrosi epatica…

scritto da maurizio · 28 ottobre 2008, 08:23 · #

Guccini è simpaticissimo e certamente uno dei più intelligenti performer italiani.
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Per quanto riguarda i Jethro:
MINSTREL l’inizio della decadenza???? Ma chi te l’ha detto aveva approfittato degli incentivi statali per la rottamazione dei cervelli…
Minstrel è un album stupendo, la voce di Anderson è all’apice delle sue possibilità. Se proprio gli si vuole fare un appunto, è poco un lavoro di gruppo, molto pesa sulle spalle del Leader.
Tuttavia, dopo il passo falso di “Too Old To Rock’n‘Roll” dell’anno successivo, i Jethro infileranno due capolavori di seguito nel 1978 e 1979, album che nascono dalla collaborazione assoluta fra tutti i componenti della band (SFTW e HH) ...e poi ancora album meravigliosi come Stormwatch, A e Broadsword…. alla faccia della decadenza!

scritto da glauco cartocci · 28 ottobre 2008, 09:47 · #

La prima critica che ho trovato di MINSTREL è questa, ma mi fido più di te, e appena posso mi butto all’ascolto…

TI INSERISCO LE MIE NOTE. COMUNQUE SE PUOI PRENDI IL CD REMASTERED, COSTA SOLO 9-10 EURO ED E' DAVVERO BUONO COME SUONO.

“Più apprezzato di “War Child” da molti dei fan dei Jethro, “Minstrel in the Gallery” gli è in realtà inferiore, nonostante la bella copertina derivata da una stampa di Joseph Nash.

LO DICE LUI: WAR CHILD E' UN MOMENTO DI PASSAGGIO, ABBASTANZA CONFUSO.

Il tessuto strumentale è più povero: le tastiere di Evans, pressoché disoccupato, sono sostituite dall’invadente orchestra di Palmer che, soprattutto nella smorta suite “Baker St. Muse”, accompagna quasi costantemente la chitarra acustica e il canto. E' VERO CHE L'ORCHESTRA E' PIU' PREPONDERANTE DELLA TASTIERA, MA PALMER NON E' UN ROMANTICONE STUCCHEVOLE, ANZI... Ne risulta, complessivamente, un romanticismo senza molto costrutto, un po’ polveroso e di maniera, dove persino la chitarra di Barre sembra sovente girare a vuoto, nel tantativo di dare sostanza ad arrangiamenti che suonano non molto curati: anche se probabilmente le pecche stanno già nella fase di composizione. BARRE SUONA IN MODO INCREDIBILE ALMENO NELLA PRIMA FACCIATA. LA SECONDA E' PIU' INTIMISTICA E QUINDI LA CHITARRA ELETTRICA SI RIDIMENSIONA. Persino la title track, di grande intensità nella prima parte acustica, denuncia una certa stanchezza di fondo proprio quando si fa monumentale grazie ai riff effettistici ma riempitivi e ripetitivi di Barre.

BESTEMMIA. IL BELLO DELLA TITLE TRACK E' PROPRIO NELLA RIUSCITISSIMA COMMISTIONE DELL'INTRO ACUSTICA (QUASI UNA CANZONE A PARTE) E DELLA PARTE ELETTRICA.

Sebbene i passaggi suggestivi non manchino – e in questo senso la brevissima e conclusiva “Grace” occupa uno dei primi posti – essi sono esili e dovuti quasi unicamente all’elemento vocale, alla voce vibrante di Anderson: manca in sostanza, come abbiamo già anticipato, un adeguato supporto strumentale. Gli archi suonano come un surrogato poco convincente, vagamente ruffiano”.

CHE CI SIA LO SBILANCIAMENTO ANDERSON - BAND E' GIUSTO. MA IL RISULTATO E' QUELLO CHE CONTA. ASCOLTALO E VEDRAI- (glauco)

scritto da maurizio · 28 ottobre 2008, 12:32 · #

Di Al Stewart, una canzone a me molto cara è “Palace of Versailles”.
———-
Io penso che il rapporto col pubblico, per un vero artista sia, almeno inizialmente, una sorta di conflitto di interessi.
L’ artista è solitamente schivo ed introverso; d’ altro canto ha bisogno trasmettere le sue opere per avere conferma che le sue emozioni vengono trasmesse, e per questo ha bisogno del pubblico.
Da qui il suo conflitto.
Non dimentichiamoci Gino Bramieri: solare, scherzoso, brillante sul palco tanto schivo e scorbutico nella vita privata.
Oppure la timidezza di Riccardo Cocciante e di Lucio Battisti.
Col passare del tempo, però, alcuni artisti superano questo loro conflitto e col pubblico instaurano una vera e propria simbiosi al punto di non sapere se amano di più presentare la loro musica o passare qualche ora con quella fazzolettata di amici, pochi o tanti essi siano, che li ascoltano e li osannano.
Un esempio può essere dato da Vasco Rossi, Fabrizio de Andrè e Giorgio Gaber.

======== Nota di Glauco: grazie del commento, ne approfitto per dire che anche a me piace molto Palace Of Versailles, ha una di quelle melodie in apparenza semplici, quasi scontate, ma che una volta infilatesi dentro di te non ti abbandonano più, e il testo, anche se parte da una visione direi "liceale" con le sue citazioni storiche, è alla fine affascinante e ammaliatore. Quando tornai a Parigi nell'82 non potevo fare a meno di cantare fra me e me quella canzone, e "free man in Paris" di Joni Mitchell...

scritto da Roberto Ziviani · 15 giugno 2009, 23:44 · #

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