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Poche Chiacchiere: Paura da Palcoscenico 3-Se tutti ascoltassero

Paura da Palcoscenico 3-Se tutti ascoltassero

If everyone was listening

Scusandomi per l’assenza protratta (magari cercherò di recuperare), concludo il tema del rapporto artista/pubblico con questo brano dei Supertramp del 1974, dal bellissimo album “Crime of the century”. Non il più famoso del gruppo (che ebbe maggior fortuna con Breakfast in America) ma, secondo me, insuperato.

Gli attori e i buffoni sono presenti
il palco è sgombro, ma all’oscuro
tutto è pronto perché si alzi il sipario, ma
nessuno sa per certo di che rappresentazione si tratti.
(da quanto tempo fa, quanto dura?)
Se solo fossimo stati attenti al momento giusto
sapremmo come comportarci, per far tutto bene.
Abbiamo sognato parecchio
e abbiamo fatto degli schemi
e abbiamo cercato di cantare d’amore
prima che il palco rovinasse in pezzi.
———-
Se tutti ascoltassero, sai,
ci sarebbe una possibilità di salvare lo spettacolo.
Chi sarà l’ultimo clown
che butterà giù la casa?
Oh no, vi prego…
non lasciate che il sipario si chiuda.
————
Beh, qual è il tuo costume oggi?
E chi sono i nomi di punta nel tuo copione?
Tu reciti una parte che all’inizio ti sembrò
abbastanza onesta…
beh, come giustificarti?
Sei pur sempre un attore,
vai e ripassa le tue battute.
Non sai cosa hai fatto, ma il finale è cominciato.
———-
Se tutti ascoltassero, sai,
ci sarebbe una possibilità di salvare lo spettacolo.
Chi sarà l’ultimo clown
che butterà giù la casa?
Oh no, vi prego…
non lasciate che il sipario si chiuda.
————

L’atmosfera è – direi – a metà fra il brano di Al Stewart e quello dei Jethro. Il primo era sognante e stralunato, l’altro lucido e pungente. Questa canzone (fra l’altro ha una bellissima musica) sembra indulgere più al simbolismo, come se sotto al tema della rappresentazione potessimo leggere altre cose. E’ scontato vederci una metafora della vita, (e già mi pento di avervi condottto su questo tipo di lettura …!!! )
Ma bisogna considerare che nel rock le metafore non sono mai rigide e scolastiche, i margini di interpretazione consentono adattamenti molto personali.
Indubbiamente c‘è una certa dose di frustrazione, penso che ogni artista lotti continuamente contro il calo di attenzione, le reazioni effimere e superficiali di parte del pubblico, che magari applaude ma senza aver capito molto di ciò che ha visto. Per molte persone, purtroppo, l’importante è dire di “esserci stati”, di aver assistito a un film “di cui si discute” o uno spettacolo di un cantautore “che va per la maggiore”, anche se quelle due ore di rappresentazione non li hanno toccati né cambiati minimamente.
I Supertramp trasferiscono tale tipo di sensazione in un’atmosfera decisamente teatrale, anche perché probabilmente il teatro, fra le arti visive, è quello che sembra continuamente, immancabilmente, sul punto di chiudere per sempre.
Voi che ci vedete? Condividete la mia interpretazione o la lettura è più complessa di quello che appare?

Inserito il 13/01/2009 da Glauco Cartocci | ci sono 6 commenti

A voi la parola

Beh… intanto bentornato.
Brano molto bello, anche se la traduzione mi risulta a volte poco comprensibile (ma forse è perché il testo vuole essere un po’ incomprensibile?).
Mi piace molto:
“Tu reciti una parte che all’inizio ti sembrò
abbastanza onesta…
beh, come giustificarti?
Sei pur sempre un attore…”
Trasferisco il riferimento alla vita. La recita che facciamo di noi stessi sì, in fondo ci pare onesta, a volte esageriamo, a volte bariamo, a volte usciamo dal copione di noi stessi, perché è difficile essere coerenti con un personaggio, per quanto bene possiamo conoscerlo.
E’ difficile restare tanto sulla scena, forse a volte ci sentiamo incompresi, e cerchiamo un nuovo pubblico per essere di più noi stessi.
A volte la ricerca è dura, e si sarebbe quasi tentati di chiudere il sipario. Ma solo se potesse anche quello, essere un atto di scena…


-------- NdGlauco: hai ragione, in alcuni punti è incomprensibile, ma è così il testo originario. Non sempre tutto "fila" nelle canzoni.

scritto da Armando · 17 gennaio 2009, 16:18 · #

Mi colpisce molto “e abbiamo cercato di cantare l’amore”.Non è quello che facciamo tutti, raccontarlo, immaginarlo, rappresentarlo? E l’amore non è sempre altrove? La folla degli attori si dà il cambio sul palcoscenico, come nella poesia di Carducci dedicata a Rudel…cos‘è mai la vita? E’ l’ombra d’un sogno lontano…ma il vero immortale è l’amor. Come un mito, come una divinità sconosciuta a cui disperatamente si vuole sacrificare,e man mano il palscoscenico si vuota, il pubblico se ne va, resta qualche nota vibrante nell’aria, cartacce, qualche bottiglia vuota.In verità non c‘è nessuna possibilità di salvare lo spettacolo, né per gli attori c‘è modo di uscire dal copione. Lui, l’immortale, è altrove.

scritto da Leila Mascano · 17 gennaio 2009, 21:32 · #

no, l’amore non è sempre altrove. A volte basta cercarlo, riconoscerlo, cercare di trattenerlo

scritto da carlo cornaglia · 18 gennaio 2009, 13:58 · #

Se parliamo di amore privato hai ragione, Carlo. Ma Leila sottolineava come nella canzone si alludesse a un Amore divinizzato, come Eros, e di quello probabilmente il pubblico disattento non ha memoria.

scritto da glauco cartocci · 19 gennaio 2009, 10:59 · #

Amor che ne la mente mi ragiona
comincia elli allor si dolcemente
che la dolcezza ancor dentro mi suona.
Lo mio maestro e io quella gente
ch’eran con lui parevan così contenti
come a nessun toccasse altro lamento”.
Dante Alighieri, Purgatorio, II,112-117.

E’ un classico sull’amore
ma serve per non far perdere la bussola sui sentimenti.

Ave, Glauco

------- Nota di Glauco: ave, maestro. C'entra pochino col palcoscenico, e anche Dante coi Supertramp ci azzecca poco, ma bene così... non siamo troppo fiscali!

scritto da Frator · 21 gennaio 2009, 16:57 · #

Caro Glauco,
dopo aver passato parte della mia vita a segnare con la matita rossa i componimenti, passami l’eufemismo, completamente avulsi da ogni senso logico ecco che mi arriva il contrappasso, come una sottile e raffinata vendetta dei miei ex allievi scalfiti da quel segno rosso.
In effetti è così. Sono andato fuori tema. Mi sono fatto abbagliare dall’amore che risultava nelle risposte e, parafrasando i S.T. ho lasciato che il sipario si chiudesse, pur nella citazione di un sublime passo di nostro padre Dante che poco c’entrava.
Questo testo dei S.T. che non conoscevo e che, dopo la “batosta”, ho riletto parecchie volte, non può passare nell’indifferenza perchè se il bianco può diventare nero e il tè alla mattina diventare caffè, la poesia, questa in particolare, continua ad aggirarsi intorno ai fiori, intorno alla dialettica fra amore “cattivo” e amore contemplativo, intorno ai granelli di polvere roteanti nei raggi di luce.

---------- NdG: no se preoccupe, F. Era divertente sfotterti un pochino sul "fuori tema" ------ ma il blog è libero ed è il bello di questo tipo di comunicazione......

Sit venia verbo.

Grazie dell’ospitalità.
Francesco

scritto da Frator · 22 gennaio 2009, 17:30 · #

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