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Poche Chiacchiere: Nothombofilia #2

Nothombofilia #2

1. Le inquietudini sotto i quaranta
Plectrude si ripromise di tenere a mente la seguente legge: l’amore, il rimpianto, il desiderio, l’infatuazione, quelle sciocchezze erano malattie segrete dei corpi al di sopra dei quaranta chili. Amélie Nothomb ha scritto un altro libro. Dizionario dei nomi propri. Che in francese porta un titolo che è pure un belletto. Robert de non propres. Perchè Robert nel Romanzo sarà nome scelta e memento così come Plectrude è ipotesi auspicio e inquieto diabolico bagliore negli occhi. Quando il romanzo comincia la protagonista ancora non è nata. Ma le idee delle cose seminano e incubano i suggerimenti e gli stilemi della vita a venire. Così è per Plectrude. La sua giovane fibrillante madre non dorme e suo padre bello e inetto come un principe azzurro di tulle si diletta al poligono di tiro e quando rientra inutile e divertito crolla privo di qualsiasi curiosità per il corpo di sua moglie e per il singhiozzo di sua figlia. Il singhiozzo è insopportabile e sussultorio, la giovane sposa che credeva di aver convolato con una avventura si volta e vede solo un uomo che dorme. Un uomo che dorme non ha nemmeno gli occhi azzurri. Impugna la pistola e l’ammazza poi chiama la polizia. Non è una assassina era solo estenuata. Non la smetteva di singhiozzare. La bambina. Chi? Non è pazza ma non sopportava più il singhiozzo. Questo è quanto. È tutto così chiaro che la mettono in galera. Lei per converso mette al mondo la bambina a cui il mondo non potrà sembrare che una prigione, la fa battezzare Plectrude e si impicca. Ha pensato a lungo a questo nome. Bene bene. La bambina con gli occhi magnetici che il padre non ha più aperto e un fascino innato e quasi innaturale incanta e conturba tutti e viene affidata alla sorella di sua madre. Che ha già due figlie. Lei se ne innamora suo marito ne è rapito e le due ragazzine troppo piccole e senza cognizione di causa effetto e tempo pensano che sia sorella. Ma il corpo ha le sue leggi e pure ricorda. Plectrude è un fuscello fascinoso che ammalia. Gli occhi degli altri che si domandano sono prigione e conferma. La madre che la cresce la adora la veste come una principessa e la rimpinza di qualsiasi leccornia. La vizia, cosicché la scuola comincia con un (melo)dramma. Gli altri sono un dramma. Gli altri non si rendono conto della bellezza. La invidiano e potrebbero meravigliarsi. Pusillanimi. Gli incontri ci sono, qualcuno è importante ma non si sa quanto una amica diventa una vestale di quella dea intransigente che è Plectrude e rende sopportabile il passaggio dalle attenzioni broccate della madre ballerina mancata ai rigori dell’école des rats. La scuola di danza dell’Opéra. Perché Plectrude è una ballerina nata, di più, è una étoile. Ne ha il piglio l’abnegazione la postura e lo sguardo. Questa ragazza ha occhi da ballerina. Aveva quella meravigliosa disinvoltura nel movimento che è la più suprema ingiustizia della natura, perché la grazia viene donata o rifiutata alla nascita senza che nessuno sforzo ulteriore possa sopperire alla sua mancanza. Così, in mezzo al culto dell’eterna adole-scenza, dove la pubertà è additata come bruttura deformazione e escrescenza purulenta Plectrude passa otto ore al giorno alla sbarra rinuncia al cibo e piano piano anche allo yogurt magro. Perché la gonfia. Ma tutto è prova per i depositari del volo umano. Perché la danza è esercizio al volo umano. E così dopo due anni di scuola all’Opéra, che l’hanno resa aliena a qualsiasi corpo sopra i quaranta chili, pure a un vecchio amore, e indifferente al mondo di fuori in cui il cibo è quasi ragione sociale, le ossa di Plectrude diventano cave come quelle degli uccelli. Si alza dal letto una notte e invece di librarsi, cade e si rompe una tibia. Fine della sbarra e del volo, fine di tutto. Sembra tutto finito. Ma Nothomb ci riserva una sorpresa e in poche brevi frasi salva Ionesco, la storia, la coerenza e l’ironia della sua letteratura. Il sangue questa volta trasfonde rinascita e possibilità. C’è la verità, l’irrazionalità egoistica dei rapporti familiari la scelta e la liberazione. Nothomb ha una scrittura piena di metafore di accostamenti surreali e colti. Utilizza termini inconsueti costruisce in questo lungo racconto una teoria sulla danza e torna come l’onda da sgocciolio di una fontana giapponese sul tema dell’adolescenza. Che le è caro se ha scritto Igiene dell’assassino che accattivante chiude in sé la crudeltà asfittica dell’eterna adolescenza. Ma Plectrude non è Prétextat Tach e fortunatamente letterariamente Dizionario dei nomi propri libera tutti, forse Northomb per prima, da una vecchia cara ossessione. Prezioso.
A. Nothomb, Dizionario dei nomi propri, Voland (2004), pp.148, € 13,00

2. La fame sono io
All’improvviso, mia madre vide il mostro che la stringeva. Vide l’orco che aveva cresciuto, vide la fame in persona, con i suoi occhi giganteschi che esigevano un appagamento fuori dalla norma. Amelie Nothomb torna sugli scaffali con un buon libro che pure essendo somma e sottolineatura di altri suoi scritti regala perle di novità letteraria e righe di risa imbarazzate o fresche. Il tema è il suo ed è la fame. Di vita di libri di diversità e di zuccheri. Riprendendo i ritornelli di Metafisica dei tubi e di Sabotaggio d’amore Nothomb racconta la sua giovinezza peculiare e ubriaca di parole e bevande alcoliche e di innamoramenti feroci e precoci e di costruzione letteraria a spasso per mezzo mondo al seguito di un padre diplomatico, di una madre bellissima e di una sorella simbiotica. La sua droga si chiama Juliette. Si intrecciano così all’amore sviscerato per il Giappone e al conseguente odio per la Cina, alle incongruenze tra le serate newyorkesi e le miserie del Bangladesh, le analisi sulla onnipotenza della fanciullezza e i limiti dell’adolescenza, i turbamenti dell’anoressia e la prepotenza con quale la vita torna a vivere sempre e nonostante. La biografia di Nothomb è eccentrica tanto da apparire invenzione letteraria, ma si lascia leggere volentieri e curiosamente. E inganna appena perché per le prime ventisei pagine Nothomb sembra voler cambiare ritmo narrativo e invita a inciampare nelle arguzie piuttosto che a scivolarci sopra. Poi riprende il solito narrare fatto di periodi brevi e molto coordinati. Ma qualcosa è cambiato. Perché questo libro di Nothomb si porta dentro e si tira dietro, secondo la consecutio che uno vuole assegnare alla vita e alle scelte o alle scelte e dunque alla vita, tante altre letture. Non è solo meravigliosa favella e inventio. È commenti e impressioni e predilezioni e immagini. È una biografia eccentrica perché è una biografica cartaceaa dove il sé si struttura attraverso letture bulimiche. Nothomb ingurgita senza masticare tomi che, al senso comune, potrebbero adattarsi ad adulti colti. Invece che a bambini iperreali. L’iperrealtà, la sovrabbondanza, l’eccesso fastidioso di bellezza in questo libro, che pure ci fa sentire appena mediocri, ci convince che la letteratura è compagna e gogna e altare e ananas che ferisce le gengive. Avevo pensato leggendo Dizionario dei nomi propri e Antichrista che Amelie avesse perso le parole, che si fosse avvitata sulle sue ossessioni tanto che nessuna nuova emozione sarebbe stata così insistente da permetterle di cambiare la lampadina. Fiat lux, speriamo. L’avevo letto perché mi ammirassero. Leggevo e scoprivo di essere io ad ammirare. L’ammirazione era una attività deliziosa, dava un pizzicorino alle mani e facilitava la respirazione.
A. Nothomb, Biografia della fame, Voland (2005), pp.146, € 13,00.

Inserito il 18/10/2007 da Chiara Valerio | ci sono 5 commenti

A voi la parola

Nothombofilo io non lo sono di certo, a dirla tutta ho letto solo sabotaggio d’amore della succitata, ma non mi è parso questo svolazzo ispirato di allegorie e citazioni abilmente celate nel testo, però ad essere sinceri si deve riconoscere all’autrice una cruda ed innata capacità di rendere solide, quasi fisiche, le emozioni, mentali, epidermiche e non solo, dell’infanzia e dell’adolescenza, questo si. sono sinceramente rimasto più colpito quando ho letto il suo inserimento, anche lei sa rendere merito alle sue passioni, anche se, va da sè, quando sono letterarie è più facile. la leggerò con piacere, forse più che la Nothomb.

scritto da metello · 31 ottobre 2007, 14:22 · #

beh, la nothomb ha avuto fasi alterne. immenso sfavillio all’inizio e poi un po’, come scrivo ogni volta che posso, di avvitamento su se stessa e su certi caratteri forzosamente autobiografici.
credo che il suo libro migliore rimanga Igniene dell’assassino (sempre Voland).
Ha mai incontrato Pretextat Tach?.
Se no, Metello ( Pratolini?), deve, deve incrociarne lo sguardo, è una figura nitida e sovrabbondante.
Dopo che lo avrà letto, se le va, può leggere pure un mio divertissemant su Pretextat pubblicato in Fermati un minuto a salutare (Robin) e intitolato Antipasto d’autore.
Detto questo, e visto che la sua penna è piena di eco e aggettivi e spassosa da seguire e colta spero che voglia visitare un altro sito che tengo di recensioni http://juliacraye.wordpress.com/ così da incastrare, magari, altre letture. grazie per l’attenzione e le intenzioni.
chi

scritto da chi · 31 ottobre 2007, 15:14 · #

Mi sembrava di averti già visto da qualche parte…..carino il blog, complimenti..
By
Il ragazzo che cerca di equilibrare uno Spritz poco alcoolico con un Negroni

scritto da Marco · 10 novembre 2007, 10:44 · #

ehi chi, Nothomb ha tutto quel genio addosso ma mi sembra tanto il Prigione di Michelangelo, incompiuto e raggelato dall’urlo della sua incompiutezza.

*** grande klingosoror. è veramente così. chi

scritto da kli · 1 marzo 2008, 14:15 · #

ciao nothombofilo, sapresti dirmi su quale libro della nothomb, trovo questa frase:” era come tenere tra le dita il nulla “.grazie brad

scritto da brad · 17 ottobre 2008, 18:20 · #

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