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Poche Chiacchiere: L'ultima volta che ho visto Richard

L'ultima volta che ho visto Richard

Per una volta, una canzone d’amore.
Sono fermamente convinto che, se è vero che il Rock lo hanno inventato i maschi, beh, quando si canta l’amore, le donne non le batte nessuno.
Più che altro, nell’ottica “al maschile” si riscontra spesso una sorta di estraniamento, come se la vicenda affettiva di cui si parla (pur se dolorosa) rimanga uno spunto per ragionamenti astratti, o, all’opposto, un aneddoto divertente o paradossale… per così dire, come se l’aspetto letterario o universale avesse, in fondo, la meglio sul privato. E’ anche più facile, per l’uomo, scivolare nel cliché dell’abbandono, della nostalgia; o rifugiarsi nell’alter ego, per non identificarsi del tutto nel soggetto narrante.
Per le autrici, invece, specialmente per Joni Mitchell, risulta evidente come questa specie di “filtro protettivo” non ci sia proprio.
Ogni episodio è un mettersi a nudo, un costringersi a esaminare impietosamente i propri sentimenti.
Una personale terapia, senza dubbio più proficua della psicanalisi stessa.
L’album da cui è tratta questa “L’ultima volta che ho visto Richard” è “Blue” (1971), un vero e proprio diario personale, in cui la Mitchell non si risparmia davvero nello scavare dentro se stessa: “Non penso che potrò mai più fare un album come Blue. È stato troppo doloroso”, dichiarò a suo tempo. Anche se molti altri LP successivi, come il capolavoro Hejira, contengono pagine altrettanto profonde, il livello “esposizione intima” di Blue rimane unico.
Al di là dello status di cantautrice di successo, la fragilità della donna Joni è tangibile: “In quel periodo della mia vita non avevo difese personali. Mi sentivo come l’involucro di cellophane su un pacchetto di sigarette. Ero completamente incapace di celare i miei segreti al mondo e non potevo certo pretendere di essere forte nella vita. Avevo i nervi a fior di pelle. Le mie emozioni, anche quelle più intime, si sono spontaneamente riversate nella mia musica: la cosa positiva è stata quella di non aver innalzato alcuna barriera protettiva”.
Ovviamente, chiunque può muovere facili critiche a tale atteggiamento, parlare di autocompiacimento, di eccessiva enfasi sul privato. Ma è bene chiarire che il disco, nel suo complesso, non ha affatto un tono lamentoso, e le sensazioni che esprime sono molto spesso gioiose, entusastiche, positive.
Energia emotiva totale, che prescinde dal contenuto specifico (dolore, serenità, infatuazione, insicurezza…), come avviene solo quando tutti i sentimenti sono reali e non fittizi, esposti crudamente e non artefatti a fini commerciali.
Non a caso Joni Mitchell è fra i musicisti più amati dagli altri musicisti, che evidentemente ne percepiscono la genuinità.

L’ultima volta che ho visto Richard
L’ultima volta che ho visto Richard fu a Detroit nel ’68,
E lui mi disse che tutti i romantici finiscono nello stesso modo,
prima o poi:
cinici e ubriachi, a scocciare qualcuno in qualche oscuro caffé.
“Tu ridi” proseguì “tu pensi di essere immune,
Ma guardati, hai gli occhi pieni di luce di luna,
ti piacciono le rose e i baci e i begli uomini che ti spiattellano
tante belle bugie
Sono solo bugie
Quando capirai che sono solo belle bugie?”
——————————————————————————————
Poi mise un quarto di dollaro nel juke-box e spinse tre tasti
e quell’aggeggio cominciò a ronzare
A quel punto arrivò la cameriera,
calze a rete e cravattino a farfalla,
e ci disse “Sbrigatevi a finire il vostro drink, è ora di chiudere!”
“Richard” dissi io “Richard, non sei davvero cambiato…
è solo che ora stai colorando di romanticismo
qualche dolore personale:
hai la morte negli occhi,
ma le canzoni che hai scelto parlano di sogni.
Ascolta, cantano del dolce amore,
di come può essere dolce l’amore…
Quando riuscirai a rimetterti in piedi?
L’amore può essere così dolce, non te lo ricordi?”
——————————————————————————————
Richard si è sposato con un pattinatrice artistica
e le ha comprato una lavapiatti
e una macchina per il caffè espresso
ed ora passa la maggior parte delle notti davanti alla TV,
a bere
e tiene tutte le luci in casa accese.
Io spegnerò questa maledetta candela
non desidero che qualcuno venga al mio tavolo
non voglio discutere con nessuno, di nessun argomento
Tutti i sognatori ci passano, un giorno o l’altro:
chini, nascosti dietro le bottiglie in un buio caffè
... buio caffè
Soltanto un bozzolo scuro
prima che ottenga le mie splendide ali
poi volerò via
Soltanto una fase, questi giorni negli oscuri caffè.

“Richard” è in realtà l’ex marito di Joni Mitchell, Chuck. Ma nell’album compaiono varie figure maschili reali e riconoscibili, almeno tre, a testimoniare l’importanza di ogni relazione di quei suoi anni inquieti fra i venti e i trenta. Ma Joni non troverà la pace neanche in seguito, nonostante vari tentativi di solida relazione di coppia. In alcune frasi delle sue canzoni si autodefinirà “un corvo nero alla ricerca perenne di ogni cosa scintillante” oppure “irrequieta figlia di Dongiovanni”, ben conscia che la ricerca dell’amore vero “non sembra cessare mai”.
Voglio ricordare come Joni sia anche un’ottima pittrice. E’ fortissimo l’impatto “descrittivo” di ogni singolo quadro, in questo “interno” di caffé notturno con candele.
Da notare la naturalezza con cui le riflessioni intime vengono accostate alla descrizione precisa della messa in funzione del Juke-box o alla rampogna della cameriera. Dopo che i due ex coniugi, rivedendosi, si sono confrontati e hanno riscontrato (forse per l’ennesima volta) l’incompatibilità delle loro visioni sull’amore, abbiamo il vero guizzo d’autore, nell’ultima strofa.

Joni si trova in un altro caffé, forse in un altro tempo e in una differente città, e pensa alla vita tutto sommato squallida di Richard, il quale ha ceduto, ha finito di credere ai sogni.
I particolari sulla vita domestica sono vividi, e culminano nella nota acuta della “casa con tutte le luci accese di notte”.
Accantonato il ricordo di Richard, Joni è sola ancora una volta, per un attimo diviene cinica e ubriaca, proprio come lui le aveva profetizzato all’inizio.
Ma, restìa a dargli ragione, rivolge, orgogliosa, il pensiero alla prossima fase, in cui il bozzolo oscuro si aprirà e la farfalla spiccherà il volo.

Inserito il 20/04/2007 da Glauco Cartocci | ci sono 2 commenti

A voi la parola

Un’annotazioni sugli autori poliedrici.
Joni scrive musica e dipinge, mi viene in mente Ligabue, scrive canzoni, romanzi poesie fa il regista. O Viggo Mortensen (attore, pittore fotografo, musicista).Sono i primi che mi vengono in mente, ma la lista è lunga. Possono piacere o meno, ma fanno parte di una categoria di persone (stavo scrivendo artisti, ma l’ho trovato un termine irritante in questo contesto) a cui “scappa” da dire delle cose… in qualsiasi modo, in mille forme. Quasi la creatività gli sfuggisse da ogni poro perché il proprio corpo non è capace di contenerla. Si potrebbe pensare a degli ego incoercibili, ma non credo che la questione possa essere liquidata così banalmente.
Dove finisce la musica ed inizia l’immagine e dove il verso traduce un istantanea della propria mente? Non sono una musicista (quello lo lascio all’altra parte della famiglia), ma sono un’illustratrice e spesso mi viene da pensare “è una canzone così bella che mi piacerebbe fotografarla”, è una foto così perfetta come un haiku di sublime equilibrio.
Penso a dei romanzi ed immagino una mia copertina.

Tornando a Joni e all’amore cantato dalle donne, una strofa che mi viene sempre in mente è da Amelia (Hejira 1976) e me la sono ripetuta spesso. Nessuno meglio di una donna può parlare della disillusione amorosa senza mai cadere nel cinismo, sottile o meno, in cui sembrano sempre indulgere un po’ gli uomini:

Maybe I’ve never really loved/
I guess that is the truth/
I’ve spent my whole life in clouds at icy altitude/
And looking down on everything/
I crashed into his arms/
Amelia, it was just a false alarm/

(Forse non sono mai stata veramente innamorata/
Mi sa che questa è la verità/
Ho passato la mia intera vita fra le nuvole ad altezze gelide/
E guardando tutto dall’alto/
Sono andata a schiantarmi fra le sue braccia/
Amelia, era solo un falso allarme/)
Il commento a questo post è fin troppo personale.

scritto da Carla · 23 aprile 2007, 08:42 · #

“Amelia” era un’altra opzione che avevo caldeggiato, sono felice che ne abbia parlato tu…
Anche sulla creatività siamo perfettamente sintonizzati (ma non scendo in particolari perché nel parlare di me stesso mi sembrerebbe di approfittare di questo spazio).
Per finire, trovo giustissimo che il tuo commento abbia dei risvolti “personali”, anche perché è proprio quello che ci proponiamo in questo nostro angolo, no? Utilizzare i testi come spunti e stimoli, non sono parole incise nella pietra che vanno contemplate e basta…

scritto da glauco cartocci · 23 aprile 2007, 09:18 · #

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