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Poche Chiacchiere: L’orlo del sari

L’orlo del sari

I racconti di Anita Desai odorano di nostalgia. Impolverano le mani di occasioni mancate e paludano la testa di un velo di inquietudine dolorosa. E immutabilità Uno per uno. E ognuno diversamente dall’altro. Soli e magnetici pure in questo. Come se non ci fosse un sentimento di abbandono rinascita stupore e noia minimo multiplo comune a tutti. Nessun filo rosso e nessuna consolazione. Raccontano di personaggi esuli a se stessi. A una terra a una classe sociale a una natura e a qualsiasi cambiamento. Refrattari. Sono racconti conservatori perché esigono riflessione. Quiete. Se la rivoluzione c’è stata è passata, dimenticata e, fortunatamente, non se ne covano altre. Nemmeno a Tepoztlán, Messico rurale da Bruegel iperrealista, abitato da figlie nubili che invecchiano dietro a genitori anziani, la rivolta contro la costruzione di un americanissimo campo da golf genera sufficiente indignazione nel giovane intellettuale che pur percependo una gravità riesce a pensare solo alla poesia. Alla filosofia prima sua che dei maestri. I colori dell’India, sempre colonica e rarefatta e se non colta almeno automunita, sono custoditi da parole dal suono esotico, da frutti assaggiati solo in altri libri ai quali è quasi impossibile attribuire una immagine e di certo mai un gusto o un odore definito. Anche in A cinque ore da Simla che pure potrebbe essere l’affresco profumato di una India icona e canicola, sopravvivente di espedienti e grottesca nella sua povertà, l’osservatore è in una automobile straniera, con una famiglia sana, può comprare giocattoli e tè, sperare in una sosta al fresco e oltre la polvere. È un salvato in un’onda di sommersi. Anche in Gli abitanti dei tetti, Moyna è giovane, troppo giovane e indiana per vivere da sola a Delhi, ma lavora in una rivista letteraria, può permettersi un cubicolo tutto per sé, carezzare un gatto, denunciare un furto, condividere una bottiglia di vino inglese con un ragazzo biondo e dinoccolato, parlare. La parola è la differenza. Moyna che arriva a Delhi da una piccola università di provincia, che pure non è pronta per la libertà che difende, ha le parole e potrebbe usarle tutte se ne avesse coscienza. Ma la coscienza arriva dopo e non sempre ristagna. Ma Moyna aspetta e nemmeno chi legge sa cosa. Desai alle volte ci illude, crea specchi e fuochi fatui, riesuma modi dimenticati per un occidentale e proietta increspature sullo schermo convesso dei luoghi comuni. Sua altezza è una perla. In tutti i sensi. Come un uomo così egoista possa essere così conteso, come possa trattenere tutti nell’afa umida dell’estate e ottenere che le donne cantino ai suoi desideri come uccelli ammaestrati è un mistero e uno sconforto. Raja mette in stallo ciò che sceglie. Crea attesa nelle case che decide di visitare. Evidenzia con la sola presenza qualsiasi approssimazione e imperfezione. Possiede la poesia e le parole per lui non sono svolta o mutamento ma conferma potere e seduzione. Raja sa raccontare e connettere. Polvere di Diamante che dà il titolo alla raccolta è la narrazione analitica e quasi finalistica di una passione inammissibile. Perché non è accettabile che un funzionario governativo stimato possa perdere la testa e la dignità per un cane nero fumo che guaisce ulula e azzanna. Perdere la testa è rotolarsi nel fango e tra i fiori. Non è metafora, bisogna dirlo a Das. Ma Desai non è fantastica o surreale. Le sue soluzioni narrative cadono a piombo in una logica causa effetto. A L’uomo che si vide annegare non può capitare nulla di diverso. Il linguaggio culla, non si spezza, i segni di interpunzione scandiscono senza spronare o parteggiare. La scrittura sta e racconta esule da sé, come i personaggi. Anita Desai descrive e invoca attenzione col suo fraseggiare di dichiarata bonaccia. Anche i suoi americani liminali possono ricondursi ad una media ponderata. Il White house hotel di Territori sotterranei non fitta camere ma c’è una ragione profonda, quasi tana, che spunta bendata nelle ombre della sera e Mabel Dodd che agli occhi della giovane Polly è reietta e laida non riuscirà a cambiare nulla, sempre inconsciamente, nella visione de La vita dell’artista difesa dalla bambina. E Paesaggio invernale che è bianco come il lutto in India si apre con un ricordo e si chiude con una possibilità. Forse lascia un seme. Ma è un rimembrare cieco assorto, dimentico di sé, bianco e nero incredulo su una pellicola a colori. Di spalle.
A. Desai, Polvere di diamante, Einaudi (2003), pp.199, € 16,50.

Inserito il 02/01/2008 da Chiara Valerio | c'è 1 commento

A voi la parola

ciao chiara sono simona alunna di tuo padre… come sei brava complimenti.. anche a me piace scrivere… infatti nei miei progetti e nei miei sogni matura qst desiserio.

scritto da SIMONA · 22 febbraio 2008, 17:15 · #

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