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Poche Chiacchiere: L’Inizio (del romanzo)

L’Inizio (del romanzo)

Ne leggiamo di tutti i colori, questo è poco ma sicuro. Si parla tanto dei romanzi ma la cronaca è da sempre fucina inesauribile di viaggi allucinanti.

A volte le cose che succedono non si sa bene quale peso abbiano, o cosa si debba vederci dentro, o cosa implichino. In un romanzo capita che ti venga spiegato, ma di fronte al mondo ti ritrovi nudo. Devi confrontarti con la tua esperienza. La maggior parte delle volte leggiamo quello che ci dicono come ce lo vogliono dire, ne prendiamo atto e poi passiamo oltre, magari perché non è il nostro campo.

Prendete la notizia di questo benedetto esperimento che stanno facendo in Svizzera e che sembrava potesse, o possa, cancellare il mondo. Lo sanno tutti. Se non fosse stato per questo pathos da fine del mondo sarebbe sembrata solo una grande pippa da scienziati, da mondo degli addetti ai lavori. Una faccenda al di là della comprensione della maggior parte di noi-non-scienziati.
Si poteva provare a capire cosa stessero cercando, ma già il come era più difficile da immaginare. Già l’idea di ’sto buco nero che avrebbe potuto aprirsi e inghiottirci in un boccone era minacciosa ma oltre la nostra esperienza. Possiamo sapere cos’è cadere in un fosso, ma trovare chi può vantarsi di avere un giorno messo un piede male ed essere ruzzolato nell’antimateria è più impegnativo.

Sapete che c’è? Quello è un problema secondario. Una questione quasi irrilevante. Ma come? direte, potevamo sparire tutti e sarebbe un problema secondario? Sì, in un certo senso è così. A volte lo capisci accennando della faccenda con un amico, che ti fa: “Ma se riescono a simulare il Big Bang” – (che il succo dell’esperimento in qualche modo era anche questo, per come ce l’hanno raccontata) – “allora avremo confutato l’esistenza di Dio?”. Naturalmente è una domanda retorica, lo sta insinuando. Pesantemente.

E ti ritrovi a pensare: caspita, sarebbe bello, coi tempi che corrono, che la gente si dimenticasse di Dio, e della religione, e di tutte le guerre che si fanno per questo motivo. E poi pensi anche: caspita, ma sarà mica per quello che l’esperimento si è bloccato, per un problema con un magnete dicono. Ma allora potrebbe essere sabotaggio! Chissà quanta gente non vorrebbe che questo accadesse.

E qui ti accorgi che questa notizia di cronaca, portandola avanti su questo versante, può essere un romanzo pazzesco.

Ma quale verità vogliamo decidere di cercare?

Domande così grandi le possiamo immaginare soltanto in un romanzo? o ci piacerebbe che appartenessero alla vita?

E soprattutto: che differenza fa, se ne fa?

di Sergio Calderale

Inserito il 23/09/2008 da La redazione | ci sono 5 commenti

A voi la parola

Come criticare, con poca indulgenza, me stesso.


Scrivere per me è un’arte marziale in cui l’avversario sono io stesso. Sono io che scrivo e sono io che impedisco a me stesso di scrivere. Sono io che mi pongo un traguardo e, guarda un po’ sono io che mi ostacolo per non arrivarci quasi mai. Sono io che programmo la vittoria e sono sempre io che la saboto . Ma, come nelle arti marziali il principio consiste nel far sì che il contendente si sconfigga da solo con la sua stessa forza, così, apprestandomi a scrivere devo aver presente attraverso quali esercizi l’impeto con il quale lo sfidante mi attacca può essere utilizzato a mio vantaggio e ritorto contro di lui.
Come diceva Pogo (il fumetto americano di Walt Kelly) : “Ho visto il nemico e lui è noi”: ma è quella parte di noi, di me, che è ammalata di presunzione, di megalomania, o di pura e semplice paura: paura dell’ignoto, del fallimento, o anche di un successo che mi metterebbe di fronte a conseguenze che temo di non saper affrontare.
Mentre sono intento a una prima stesura del mio lavoro lotto contro demoni di cui sono responsabile solo in parte. Poeti defunti, antichi maestri, parenti vivi, amori perduti o incombenti, malattie, bollette da pagare e rogne di ogni tipo si mettono sul mio cammino. Finché è questo il caso va ancora tutto bene: è da loro che devo guardarmi, non da me stesso. Ma non appena sono arrivato alla parola fine (sempre che ci arrivo), sia che abbia scritto un sonetto di quattordici versi o un poema di cinquecento pagine, l’ombra che debbo affrontare si fa più minacciosa. Inizia il duello interiore della rilettura, l’ordalia del rifacimento, l’insormontabile supplizio della riscrittura. L’altro me stesso resiste con tutte le sue forze: dapprima cerca di convincermi, come un sussiegoso Bruno Vespa qualsiasi, che la zoppicante creatura a cui ho dato forma è una splendida fanciulla in minigonna che troverà schiere di tenaci ammiratori: poi gioca la carta della rabbia e del risentimento: quello che ho scritto avrà pure i suoi difetti, ma è davvero tanto peggio di ciò che ogni giorno si scrive e si pubblica in questo disgraziato Paese, dove la stella dell’ispirazione è tramontata e la notte della mediocrità regna senza timore di essere sconfitta dall’aurora?
Infine, la terza larva che il demone indossa per ingannarmi è quella della stanchezza della commiserazione: sì, la mia operina è lungi dall’essere grande: non è nemmeno meritoria di particolari menzioni; ma nessuno è perfetto, e perché mai dovrei giudicare me stesso con una severità che non è praticata da nessuno? Allora, così com‘è, la licenzio con qualche indispensabile aggiustamento, tanto più che ne siamo stufi, vorremmo passare a un altro progetto più allettante e che ci permetterà di dare miglior prova del nostro talento, e poi il giornale o l’editore o il mio destinatario mi aspetta al varco, la scadenza è vicina e gli ho dato la mia parola. Tutte giustificazioni comprensibili, di cui però a chi mi leggerà non importa un bel nulla. Il lettore, maledizione a lui, legge solo quello che c‘è scritto. Perfino Goethe si lamentava che nessuno sembrava essersi accorto dell’enorme lavoro di lima che gli era costata la sua Ifigenia. “È così. a nessuno importa la pena che ti dai”, commentò amareggiato. Se il pubblico è stato così noncurante nei confronti di Goethe, lo sarà a maggior ragione anche con me che sono meno di una pulce al confronto del tedescone. E io stesso, una volta che passo dal ruolo di autore a quello di lettore, non giudico diversamente da così. La conclusione, amara e necessaria, è solo una: finché l’opera è ancora nelle mie mani non sono ammesse fughe, scappatoie o diversioni: devo affrontare e sconfiggere il cavaliere oscuro, colui che mi impedisce di criticare me stesso con la stessa severità che di solito uso o tento di usare per qualsiasi altro.
Devo ammettere, però, che trovo conforto da degli appunti che tante lune fa presi durante una lezione-evento di Franco Fortini a Torino. Parlava di stilemi di scrittura e di composizione e scomposizione di una prosa o di una poesia e, ad un certo punto, elencò tre metodi critici, presi in prestito da Dalton Trumbo (sceneggiatore di Hollywood esiliato in Messico negli anni 50 a causa del maccartismo che lo aveva messo nella lista nera, dove proprio lì scrisse la sceneggiatura di un grande film antimilitarista, “e Johnny prese il fucile”) di grande efficacia per chi vuole scrivere e come si dovrebbe metterli in pratica:
Scoprire il peggior difetto di quanto si è scritto e quindi tornare indietro pagina per pagina, riga per riga, prendere degli appunti e mettere in risalto tutti i difetti dove il passaggio è più evidente. Gli effetti di questo sistema possono, però, essere devastanti e costringere l’autore a riscrivere tutto daccapo;
Oltre a concentrarsi sul peggior difetto del lavoro, bisognerebbe ritornare sui personaggi. Il vantaggio di questo metodo consiste nel vedere se si è coinvolti a livello personale e che invece di odiare si prova pietà dai personaggi coinvolti nella vicenda;
In questo punto tutto è permesso. Niente è sleale. Lo scopo non è cambiare il libro o i personaggi, ma l’uomo, l’autore, denudarlo dalle sue certezze e costringerlo a riconoscere le sue debolezze per quello che sono; la testardaggine è una brutta cosa, dovunque e comunque si presenti e può portare in molti casi all’insuccesso, di contro l’umiltà porta alla comprensione più profonda delle leggi della Vita.
L’avversario, però, è sempre in agguato anche nei minimi dettagli: la punteggiatura, un apostrofo fuori luogo, un pensiero che s’insinua radente a tutt’altro pensiero, e prima di raggiungere gli stadi superiori dell’idea in cui il combattimento si trasforma in una danza di beltà squisita, mimesi dell’armonia della creazione, sul campo di battaglia della pagina non ci sono trappole così piccole che se ne possa trascurare l’insidia.
Scordatevene di tutto quanto sopra riportato, vale solo per me, l’importante, amici cari, è fare due cose: leggere e scrivere e tutto il resto viene da se.

scritto da Frator · 27 settembre 2008, 11:23 · #

Cominciamo da Goethe: “Napoli è il Paradiso, tutti sembrano vivere una inebriata dimenticanza di sé, e non pensano che a godere…” Così il “ragazzo Goethe” come l’avrebbe chiamato La Capria, il che la dice lunga sul fatto che pur grandissimo qualche svarione lo prendeva anche lui. Ed eccolo farsi sangue cattivo perché non si comprende la sua fatica del dar di lima…Il divino Nureyev aveva piedi bruttissimi, con degli allucioni come martelli a furia di reggere il suo peso; in preda a crisi isteriche spazzava personalmente, sacramentando, l’impiantito dove si esercitava , e per ore e ore sudava come un bue sfiancandosi in estenuanti ossessivi esecizi..chi l’avrebbe detto vedendo il risultato finale, una libellula, un arcangelo, un demone divino, se è lecita la definizione.Conta il risultato finale, il cui scopo è tanto più raggiunto se è invisibile la fatica che lo precede…E dunque, mio sconosciuto amico che lotta con se stesso,spesso la troppa severità con se stessi nasconde uno smisurato orgoglio…le parla un’esperta in materia. Lasci invece scaturire la grazia e l’abbondanza di quello che ha scritto, e poi con onestà d’artigiano adoperi la lima, o gli esercizi di Rudolph, se le garba il paragone.Quando la materia grezza e viva si avvicinerà alla forma ideale che voleva darle, non si chieda se è sublime. Qualche volta anche il ragazzo Goethe era noioso, anzi noiosissimo. Si chieda se è onesto. Si chieda se è sincero. Si chieda se le somiglia. Se lei non inganna se stesso, e sono certa che non lo farà, neppure il lettore si sentirà ingannato.Questa semplice riflessione è quella che mi aiuta a scrivere, probabilmente, anzi certamente con modestissimi risultati, ma con meno ansia.

scritto da Leila Mascano · 27 settembre 2008, 15:05 · #

A Leila


Ansia e passione
si sommano e accumulano
ma il risultato
se non è onesto
lo pesto.


Grazie.

scritto da Frator · 28 settembre 2008, 13:54 · #

Ma se il rimedio all’ansia è un ansiolitico, qual è il rimedio contro la passione? E viceversa c‘è un farmaco che la passione la favorisca? Quanto a pestare quello che è disonesto, ci sarebbe da menare parecchio le mani, e non certo sui risultati letterari!

scritto da Leila Mascano · 22 ottobre 2008, 19:41 · #

Signora Mascano, la prego: riprenda da qui – la sua passione per la scrittura colta è il farmaco che sostituisce ogni ansiolitico, perché vuol privarci ancora di quel che qui si VUOLE?
TUTTI l’aspettano, sa!

scritto da frank spada · 28 novembre 2009, 13:15 · #

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