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Poche Chiacchiere: Le liriche rock - Jigsaw Puzzle

Le liriche rock - Jigsaw Puzzle

Io sono certo che altri (più capaci di me) avranno affrontato o affronteranno qui argomenti culturalmente elevati, o sociologicamente rilevanti.
Per cui mi sono detto (...ogni tanto, come tutti, parlo con me stesso): “Glauco, ti conviene disquisire di cose che conosci e che ti divertono, senza troppe remore”.
In passato io ho scritto di rock anglosassone e su questo spazio – ho deciso – parlerò ancora di rock.
Ovviamente non dimentico che ci troviamo nel blog di una casa editrice, quindi punterò il discorso non sui suoni o i tecnicismi strumentali, ma sui testi delle canzoni.

La forza del rock è principalmente nella musica, nesssuno lo nega; lo dimostra il fatto che brani debolucci o ingenui dal punto di vista delle liriche, hanno avuto enorme successo, perché ben composti o piacevolmente cantati ed eseguiti. Le prime canzoni dei Beatles, come “Please Please Me”, ne sono l’esempio lampante.
Tuttavia, nella fase (1965 circa) in cui il primo “beat” cominciò a maturare, contenuti più ricchi e maggiormente pensati si affacciarono anche nelle parole dei brani di quella che – al momento – veniva definita “pop music” .
Decisamente importante fu l’influenza del cosiddetto “folk” (Dylan, Paul Simon negli USA, Donovan in Scozia e molti altri), un genere musicale che (come d’altronde il blues) annetteva maggior importanza alla qualità dei versi.

Nei gruppi musicali, quindi, i compositori dei testi allargarono le tematiche, che in un primo momento erano esclusivamente limitate al tema amoroso.
I vari Jagger, Lennon, McCartney, Marriott, Barrett, Townshend, Burdon si prodigavano senza particolari pretese letterarie, ma con l’atteggiamento un po’ naif che era proprio dell’epoca, pescando allegramente ispirazione in tutto ciò che capitava loro sotto mano. Abbiamo così, contemporaneamente, temi sociali indirizzati a mutamenti di costume, ricordi d’infanzia, quadretti grotteschi o surreali, nonsense e giochi di parole (alla Lewis Carroll o alla Groucho Marx), astrattismo puro, deliranti associazioni di idee.
I temi amorosi permangono, ma vengono trattati in modo più profondo e originale.
Il bello, teniamolo a mente, è che nessuno pretendeva di ascendere verso l’Olimpo della Cultura, nell’affrontare tematiche nuove o comunque importanti. I rockers, così come avevano imbracciato le chitarre senza studi particolari tecnici o compositivi, si buttavano a capofitto nell’agone; erano convinti che il loro entusiasmo giovanile e la forza delle idee che si respiravano nell’aria all’epoca sarebbero bastati a produrre comunque qualcosa di valido, di differente da quanto fatto fino ad allora.

E, a conti fatti, avevano ragione. Le liriche delle canzoni, oltre a fornire una ricchissima documentazione sullo spirito dei Sixties, offrono molti momenti indimenticabili, tanto dal punto di vista formale che da quello contenutistico.

Noterete che evito accuratamente il termine “POESIA”.
Anzi, sgomberiamo subito il campo dall’equivoco: le parole di una canzone, anche quelle più belle, le più amate, NON sono poesia, semplicemente perché nascono come qualcosa d’altro.

I testi sono sempre abbinati alla musica e da essa non possono prescindere: in un certo senso seguono le sue regole, nella struttura, nella lunghezza, nelle sonorità, nelle rime.
Alcuni, sovente, nel panorama musicale, vengono definiti “poeti” – penso a Dylan, a Peter Brown, Keith Reid; a Nick Drake, Pete Sinfiled; a Jim Morrison. Ma il termine è inadeguato, perché nessuno dei testi di questi signori poté nascere e svilupparsi senza tener conto dell’effetto finale: e quindi ogni verso finisce sposato, indissolubilmente legato alla musica. Lo stesso Morrison, quando volle comporre delle poesie vere e proprie, senza che divenissero canzoni, lo fece, comprendendo la diversa natura delle due cose.

“Pop” voleva dire “popolare”, e, per lo più, gli esponenti di quella stagione non erano persone di Cultura nel senso accademico del termine. Il loro bagaglio di idee e mezzi espressivi era più o meno quello dell’uomo comune; essi riuscirono tuttavia a elevarsi con le proprie forze al di sopra dei loro limiti, per produrre una forma d’arte – sonora, letteraria, timbrica, visiva – eversiva e poderosa.

Spesso il valore delle liriche rock sta proprio nell’affrontare tematiche anche tangibili e banalmente terrene, senza termini altisonanti o aulici; tuttavia in esse si riscontra quasi sempre un “guizzo” inconfondibile, un sapore tipico, che le differenzia dalle Poesie con la P maiuscola che si studiano a scuola.
Per usare un’immagine Lennoniana, direi “Guardando il mondo attraverso una cipolla di vetro”.

Nei prossimi post proverò ad esaminare alcuni brani più o meno noti, per verificare se ancora oggi conservano la loro carica artistica: insieme a voi, se lo vorrete.

Inserito il 26/02/2007 da Glauco Cartocci | ci sono 3 commenti

A voi la parola

Ma cosa è “popolare”? Qual è il confine? Ammesso che la musica fosse più “orecchiabile” di una musica più complessa. Ma in fondo non è complesso quello che ancora non conosciamo, e basta? Poi i nodi si sciolgono. E allora quel rock valeva un’altra cosa. Le sue parole potevano essere altre, non erano né più semplici né più difficili. Non dovevano piacere di più o di meno. Quello che però mi sembra è che questo rock di cui parli non abbia più un posto, lo dico con rammarico, mi pare che non sia più idoneo a dire ciò che riusciva a dire un po’ di tempo fa. Ci si può sempre illudere, o rifugiarvisi, ma non è la stessa cosa, no? C‘è sempre stato un tempo per una certa musica, ora che musica dovrebbe esserci? Non è tutto un po’ fuori luogo? E le parole? Quali servirebbero? Mi viene una domanda angosciante: la forza di una musica può svanire? L’allucinata preveggenza di un Jim Morrison potrebbe indicarci ancora qualcosa, ammesso che l’abbia mai fatto? O quei magnifici funghi lisergici non hanno più un degno bosco all’intorno? Ultimo dubbio: disciolte nella musica le parole divengono altro. Suono cosciente? Vederle scritte è fare loro una piccola violenza, come sgusciare una lumaca? Patty Smith ha scritto poesie che mai avrebbe potuto cantare. Vale il viceversa?

scritto da Ermanno · 28 febbraio 2007, 00:03 · #

Per carità, mica male il rock, ma non credi che sia meglio parlare di jazz…? Che mi dici di un artista eclettico come Keith Jarrett…?

scritto da Rino · 3 aprile 2007, 14:07 · #

Ciao Rino. Grazie dell’intervento.
A ciascuno il suo. A me piace il rock e parlo di questo, senza voler fare contrapposizioni di sorta. Mio figlio ha anche dischi di Keith Jarrett, e si intende sia di rock che di classica; questo per dirti che non parto da barriere culturali aprioristiche. Tuttavia, personalmente, “capisco” meglio, “sento” emotivamente quel tipo di linguaggio: parlare di “meglio” o di “peggio” non ha senso.

Inoltre questo blog si occupa di testi, e direi che Keith Jarrett di “testi” non ne ha… o sbaglio? :-)

scritto da glauco cartocci · 3 aprile 2007, 15:28 · #

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