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Poche Chiacchiere: Las Mujeres de Neruda

Las Mujeres de Neruda

Il geniale scrittore argentino Julio Cortazar descrisse così la poesia di Neruda “un enorme alluvione di parole cariche di materia spessa, di pietre e di licheni, di sperma siderale, di venti del litorale e gabbiani della fine del mondo, un inventario di rovine e di nascite, una nomenclatura di legni e metalli e pettini e donne e faraglioni e splendide bufere”.
Universalmente popolare ed amato, Premio Nobel della letteratura nel 1971, talento e sensibilità incomparabili, Pablo Neruda è con pieno merito tra i poeti più conosciuti e letti del Novecento. Poeta simbolo per la forza espressiva delle sue parole, ha raccontato un’esistenza d’amore e di impegno politico, come dimostrano i suoi versi e le sue vicende personali.
Una vita energica e vissuta da protagonista, con un carattere espansivo, gioviale e generoso. Una vita trascorsa intensamente, ricca di passioni, di amicizie, di incontri e di viaggi. Una vita che certamente non sarebbe stata la stessa però, senza le sue compagne, le sue mujeres, quelle stesse che contribuirono in modo determinante al suo successo e che lo hanno al contempo, ispirato, sostenuto ed amato. Perennemente innamorato della vita, così Neruda ebbe a definirsi “Sono onnivoro di sentimenti, si esseri umani, di libri, di avvenimenti e di battaglie. Mi mangerei tutta la terra. Mi berrei tutto il mare”.

La prima donna ad influenzarlo fu certamente la madre, Rosa Neftalí Basalto, non tanto per la sua presenza, ma per la sua assenza. Il poeta, perde infatti la madre poco dopo il parto, nel 1904, quando ha un solo mese di età. La mancanza della figura materna renderà probabilmente ancora più forte da adulto la sua sete insaziabile d’affetto. Ed inoltre, proprio in ricordo della madre, entusiasta lettrice, inizierà sin da piccolo a circondarsi di libri e ad appassionarsi alla scrittura.
Il suo amore giovanile e non corrisposto ha il nome di Albertina Azocar, sorella del suo amico scrittore Ruben Azocar, che conobbe nel 1921 a Santiago all’età di diciassette anni all’Istituto di Pedagogia. Fu un amore impossibile, fatto di lunghe camminate, silenzi e lunghe conversazioni che gli ispirò molti dei suoi primi versi, come il famoso Poema 15. Ad essa dedicherà varie liriche che si ritrovano in Veinte poemas de amor y una cancion desesperada (1924), in El hondero entusiasta (1924) e in Residencia en la Tierra (1933).
Nel 1927, al suo primo incarico diplomatico, console onorario del Cile in Birmania, conosce Josie Bliss, una giovane, sensuale e passionale ragazza del luogo, con cui intraprende una breve storia d’amore. Don Pablo ne è fortemente attratto, vivono assieme, ma poi se ne distacca l’anno dopo una volta trasferitosi a Ceylon sempre per incarichi di rappresentanza. Anzi, lei lo raggiungerà contro il suo volere e alla fine sarà costretta a desistere e a tornare in Birmania.
“Ebbi qualche difficoltà nella mia vita privata. La dolce Josie Bliss si andò appassionando e chiudendosi in se stessa sino ad ammalarsi di gelosia. Se non fosse stato per questo, io forse avrei continuato a stare con lei.” racconta Neruda in Confieso que he vivido. Quando lascia con la sua nave il Golfo del Bengala, scrive ispirandosi alla sua storia con la “pantera birmana” il famosissimo “Tango del viudo” che inserirà nella raccolta Residencia en la Tierra I .

Di nuovo in viaggio, nel 1930, mentre è console a Java, conosce Maria Antonieta Hagenaar Vogelzanz, una giovane figlia di immigrati olandesi. In Confieso que he vivido racconta “avevo conosciuto una creola olandese che mi piaceva moltissimo. Era una donna alta e dolce, completamente estranea al mondo delle arti e della letteratura”.
Maria non sa neanche lo spagnolo, ma Pablo non è un uomo che sa stare da solo, e si sposano nel dicembre del 1931. Sarà però una infatuazione breve, perché i loro rapporti con il tempo vanno sempre più raffreddandosi. Nel 1934 Neruda arriva in Spagna, sempre come console del Cile, a sostituire la sua amica Gabriela Mistral, che termina il suo mandato, e mentre è a Madrid, nasce la sua prima ed unica figlia che chiamerà Malva Marina. La bambina è nata con problemi fisici e presto si ammala. Passerà lunghe notti insonni a cercare di vegliare la piccola e Neruda ce ne lascerà testimonianza come al solito nei suoi versi, come in Maternidad e Enfermedades en mi casa. Così quello che doveva essere l’evento che avrebbe dovuto riavvicinare i due coniugi, finirà invece per allontanarli definitivamente, aumentando tensioni e distanza.
Nel 1936 la Guerra Civile Spagnola, a cui Don Pablo partecipa parteggiando per i Repubblicani, l’assassinio del suo amico poeta Federico Garcia Lorca e l’orrore della guerra, cambieranno per sempre la sua poesia. Neruda fugge in Francia. Prende la palla al balzo e una volta alla frontiera, lascia per sempre moglie e figlia. La piccola Malva Marina, morirà da sola in Europa all’età di otto anni, nel 1942, quando il poeta è in viaggio a Cuba.

Nel 1934, a Madrid, nella casa del suo amico poeta Rafael Alberti, Pablo Neruda ha intanto però conosciuto la bionda pittrice Delia del Carril, figlia di una ricca famiglia argentina. Lui ha trent’anni, lei cinquantaquattro. Lei è sensibile, affascinate, di modi fini e con una grande personalità. Iscritta al partito comunista francese è inoltre pienamente inserita nel panorama artistico e letterario del tempo. Insomma è la donna ideale per il giovane scrittore cileno. Lui ora l’aspetta a Parigi: “Hormiguita adorata: non so perché rimani ancora mesi a Barcellona. Ho lasciato Maruca, la situazione è risolta con la sua partenza…Ti abbraccio con tutto il mio cuore e ti desidero ogni giorno, spero di vederti, che è la unica cosa che desidero. Pablo”, scrive Neruda in una lettera a Delia Del Carril, datata dicembre 1936. In quello stesso anno, Neruda si separa dalla sua prima moglie, fugge via con Delia in Messico, dove si sposano. Dopo due anni di permanenza nel paese centroamericano, i novello sposi vanno a vivere in Cile e si stabiliscono in una casa del centro di Santiago. Lì vivranno intense stagioni di forte complicità ed impegno artistico e politico, ma anche questa volta, non sarà per sempre.

Nel 1945, viene assegnato il premio Nobel a Gabriela Mistral, Neruda ottiene il Premio Nazionale di Letteratura e viene eletto Senatore nelle file del Partito comunista cileno. L’anno dopo, * Ricardo Neftalí Reyes Basalto* cambia legalmente il suo nome sostituendolo in modo definitivo con quello che sino ad allora era stato ufficialmente solo il suo pseudonimo, Pablo Neruda e, soprattutto, conosce a Santiago Matilde Urrutia, una giovane ragazza cilena appassionata di canto, di otto anni più giovane di lui.
Nel 1948, con il famoso discorso al senato “Yo acuso” Neruda denuncia il presidente della repubblica Cilena Gonzalez Videla, eletto con lo stesso aiuto di Neruda e del partito comunista, accusandolo di essere il regista della violenta politica di repressione che si sta attuando contro i lavoratori cileni. Un mese dopo, per tutta risposta, il tribunale di Giustizia ordina la sua cattura. Neruda rimarrà clandestino in Cile ancora per un anno, sino a quando nel gennaio del 1949, attraversa la Cordigliera Andina ed inizia il suo lungo esilio.
Esilio che lo porterà anche a soggiornare nel 1952 in Italia, precisamente a Capri.
Mentre Delia del Carril è in Cile cercando di far decadere l’ordine d’arresto contro suo marito, Neruda rimane sull’isola caprese, ma non da solo. A fargli compagnia c’è oramai Matilde Urrutia la sua nuova musa ispiratrice. In quello stesso anno scrive “Los versos del Capitan”. Versi palesemente dedicati a Matilde, cosa che il poeta tenterà di non far capire a Delia, pubblicando l’opera come fosse di un “anonimo”.
Il mandato d’arresto viene ritirato e Neruda può ora tornare finalmente in Cile, accolto con affetto da Delia e dagli amici. Tutto sembra tornare come prima, ma non è così. Neruda prende l’abitudine di trascorrere la siesta in un’altra casa di Santiago, e precisamente in un’abitazione ai piedi del Cerro San Cristobal, nella “Chascona”, come la soprannominerà lui stesso, proprio come a preso a chiamare la sua amante Matilde, che ogni giorno, lo aspetta con “ardente paciencia”. Nel 1955 Neruda si separa da Delia del Carril, e lo farà inviando un amico al posto suo, a chiedere il divorzio.
Così, mentre Delia si sente giustamente tradita ed offesa, Neruda inizia la sua nuova vita con Matilde, che sposerà in Cile nel 1966 e a cui dedicherà nel 1959 “Cien sonetos de amor”. Matilde, profondamente amata da Neruda, seguirà il poeta restandogli accanto nelle gioie e nei dolori, sino agli ultimi giorni della sua vita, quando cioè Neruda morirà il 23 di settembre del 1973, proprio pochi giorni dopo aver visto morire il suo amico Salvador Allende per mano del Colpo di Stato di Pinochet.

Matilde da allora lotterà strenuamente contro la dittatura che tenterà invano di sopprimere il ricordo e l’immagine del poeta. All’indomani del golpe la giunta militare ordina il sequestro delle case di Pablo Neruda e distruggerà numerosi oggetti e documenti, ma Matilde alla fine riuscirà a gettare le basi per quella che diventerà poi la Fundacion Pablo Neruda.
Delia nel frattempo rimarrà a vivere in Cile e morirà nel 1989 all’età di 105 anni.
Matilde invece si spegnerà prima, nel gennaio del 1985 e sarà sepolta accanto al poeta nella sua casa di Isla Negra con lo sguardo rivolto al cielo e alle onde dell’Oceano Pacifico.

Paolo Mattana, 20 Ottobre 2007

********************
TANGO DEL VEDOVO (Tango del viudo)

Oh maligna, avrai già trovato la lettera, avrai già pianto con furia
e avrai insultato la memoria di mia madre
chiamandola cagna putrefatta e madre di cani,
avrai già bevuto da sola, in solitudine, il tè della sera
guardando le mie vecchie scarpe vuote per sempre
e non potrai ricordare i miei malanni, il mio dormire, il mio mangiare
senza maledirmi ad alta voce come se io fossi ancora lì
a lagnarmi dei tropici dei coolies corringhis,
delle febbri velenose che mi hanno rifinito
e dei ripugnanti inglesi che odio ancora.

Maligna, in verità, com’è grande la notte, com’è sola la terra!
Sono tornato di nuovo nelle camere solitarie,
mangio nei ristoranti pietanze raffreddate, e di nuovo
butto per terra i pantaloni e le camicie,
non ho attaccapanni nella stanza né ritratti alle pareti.
Quant’ombra, di quella che albergo in cuore, darei per riaverti,
e quanto minacciosi mi sembrano i nomi dei mesi
e che suono di lugubre tamburo ha la parola inverno!

Sotterrato vicino al cocco troverai più tardi
il coltello che ho nascosto per timore che tu mi uccidessi,
e ora all’improvviso vorrei fiutare la sua lama da cucina
abituata al peso della tua mano e al fulgore del tuo piede:
sotto l’umidità della terra, tra le sorde radici,
delle umane parole il poveretto non saprà che il tuo nome,
ma la grossa terra non capisce il tuo nome
fatto d’impenetrabili sostanze divine.

Come mi angoscia pensare allo sfolgorio delle tue gambe
distese come ferme e dure acque solari,
alla rondine che dorme e vola nei tuoi occhi,
al cane di furia che alberghi nel cuore,
così vedo anche quanta morte c’è tra noi due da quest’ora
e respiro nell’aria cenere e distruzione,
il lungo, solitario spazio che mi circonda per sempre.

Darei questo vento del mare smisurato per il tuo brusco respiro,
che ho udito in lunghe notti senza oblio
congiungersi nell’aria come la sferza al cavallo.
E per udirti orinare, nel buio, dal fondo della casa,
come versassi un miele sottile, tremulo, argentino, ostinato,
quante volte darei questo coro d’ombre che è mio,
e il rumore d’inutili spade che mi sferraglia nel petto
e la solitaria colomba di sangue che sta sulla mia fronte
a invocare cose scomparse, esseri scomparsi,
sostanze stranamente inseparabili e perdute.

da “Pablo Neruda. Poesie (1924-1946). BUR, 1988” nella traduzione di Roberto Paoli.

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Bibliografia essenziale

1923 Crepuscolario
1924 Veinte poemas de amor
1933 Residencia en la tierra I
1935 Residencia en la tierra II
1937 Espana en el corazon
1947 Tercera Residencia
1950 Canto General
1952 Versos del Capitan
1954 Odas elementales
1954 Las uvas y el viento
1956 Nuevas odas elementales
1957 Tercer libro de las odas
1960 Cien sonetos de amor
1961 Las piedras de Chile
1964 Memorial de Isla Negra
1966 Fulgor y Muerte de Joaquin Murieta
1974 Confieso que he vivido

********************

Su Internet

Per quei pochi che non avessero mai letto niente di e su Neruda o per chi volesse invece reimmergersi nella vita e nelle opere del grande poeta cileno, vi segnalo i seguenti tre siti assolutamente imperdibili, (il primo in italiano e gli altri due in spagnolo), da cui iniziare uno splendido viaggio nel mondo Nerudiano:

http://www.pabloneruda.it
Sito Italiano aperto per le celebrazioni ufficiali del centenario dalla nascita del poeta avvenute nel 2004. Bellissimo l’articolo di Teresa Cirillo (Nerudista e docente di letteratura Ispano-Americana Università L’ Orientale di Napoli) dedicato al rapporto tra Neruda e l’Italia. Nella sezione multimediale è poi possibile vedere ed ascoltare la voce originale del poeta che legge le sue poesie .

http://www.fundacionneruda.org/
Il sito ufficiale dell’associazione culturale fortemente voluta da Matilde Urrutia, pieno di immagini, documenti scritti, sonori e filmati, con un ampio spazio dedicato all’attività della fondazione e alle tre case museo di Neurda, La Chascona, La Sebastiana e la splendida Isla Negra.

http://www.neruda.uchile.cl/
Il sito dell’Universidad de Chile dedicato interamente a Neruda. Anche qui numerose le immagini e i documenti, tra i quali una sezione dedicata a “las mujeres” del poeta e soprattutto una splendida ed ampia sezione dedicata alla “critica” dove sono raccolte testimonianze ed analisi d’eccezione (da Gabrilea Mistral a Nicanon Parra) sulla vita e le opere di Neruda.

Inserito il 20/10/2007 da Paolo Mattana | ci sono 15 commenti

A voi la parola

Pablo Neuda, innamorato delle donne, innamorato dell’amore. Donne diversissime per età, aspetto, condizione sociale, caratteri, temperamenti lo travolgono per un mese o per anni, ed è meraviglioso questo suo abbandonarsi con sempre nuovo ardore al fuoco della passione, che accende le sue poesie così delicate, così carnali, così sublimi. Così come Nazim Hikmet amava le donne, e le donne amavano lui, rispondevano al suo potente richiamo, affascinate da tanto calore e immagino dall’incanto di quei versi che dovevano avvolgerle e trascinarle come un’arcana melodia. Come conciliare questa sublime immagine dell’amore che lui canta, così insieme spirituale e sensuale, con la sua vita prodiga di storie, che talvolta si concludono bruscamente e forse con un pizzico di crudeltà, come del resto tutti gli abbandoni? La risposta è nei suoi versi, come in quelli di Hikmet: qualsiasi nome prenda, qualsiasi aspetto abbia, entrambi amano sempre lei, la Donna, ed è sempre lei l’Unica, in tutte le sfaccettature, così come è unico il diamante. La luce, cioè la passione, l’entusiasmo, la foga del poeta e dell’amante accendono di meravigliose scintille tutte le superfici tagliate, e più la pietra velocemente gira, più splendidi sono i riverberi, L’amore è nel poeta, e trabocca. Per fortuna, perché spenta la sua voce, ancora e ancora quei versi ci scaldano il cuore e accendono i sensi.

scritto da Leila Mascano · 11 maggio 2008, 18:05 · #

Quanto poco sappiamo della cultura ispano-americana! Magari sono off topic, ma mi viene in mente per esempio Alfonsina Storni, che, nata in Italia, a quattro anni emigra in Argentina. Scrive essenzialmente poesie d’amore, bellissime, struggenti, appassionate, l’ultima si chiama Vado a dormire, e a dormire ci andrà davvero, annegandosi nell’oceano.Eccola, nella traduzione di P. Allegrini, nell’antologia della Biblioteca di Repubblica.

Denti di fiori, cuffia di rugiada,
erbose mani, tu, nutrice lieve,
tienmi pronte le lenzuola di terra
e la coperta di muschio cardato.

Vado a dormire, o mia nutrice, cullami
ponimi una lucerna al capezzale
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; smorzala un pochino.

Lasciami sola; ascolta erompere i germogli…
un piede celeste ti culla dall’alto
e un passero ti traccia uno spartito

perché dimentichi…Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, sono andata…

scritto da Leila Mascano · 13 maggio 2008, 00:25 · #

Cara Leila,
colgo l’occasione del tuo ultimo commento per ringraziarti dei tuoi vari interventi sul mio blog. Sempre centrati, stimolanti, appassionati.
In attesa di trovare il tempo per poter leggere il tuo “Fammi ridere” (Robin , 2007), a proposito di letteratura sudamericana … (e Alfonsina Storni), ti rimando ad un paio di miei post orami in archivio ….

http://blog.robinedizioni.it/violeta-parra-santa-de-greda-pura

http://blog.robinedizioni.it/gabriela-e-alfonsina-poetesse

http://blog.robinedizioni.it/la-letteratura-dellesilio

http://blog.robinedizioni.it/feliz-cumpleanos-gabo

scritto da paolo mattana · 13 maggio 2008, 12:29 · #

Grazie Paolo per le tue parole. Conosco quello che hai scritto, e l’ho apprezzato, anche se intervengo solo quando penso di poter dire qualcosa. Sono molto smarrita in questi giorni, e il computer mi fa compagnia. Se vai sul blog di Glauco Cartocci,Per quando noi non ci saremo, il mio post del 4 maggio, che comincia con “ un robot” ti dirà perché. Quel robot umano sono io.
Frequentavo i labirinti, come un’Arianna cercavo l’Aleph che indicasse la via a quelli che si smarrivano. Oggi ho perso il filo, e mi sono perduta anch’io nell’immensa biblioteca del mondo. Come non pensare allora a chi creò questa metafora,il grande Jorge Louis Borges? Scelgo alcuni versi de L’Artefice, che mi colpiscono:
Lento nella mia ombra, l’ombra vuota
vado esplorando col bastone incerto
io che mi figuravo il Paradiso
sotto la specie di una biblioteca.

E ancora:

Groussac o Borges guardo questo amato
mondo che si deforma e si spegne
in una vaga cenere sbiadita che s’assomiglia al sonno dell’oblio.

Sono triste stasera.Grazie per le tue parole.

scritto da Leila Mascano · 13 maggio 2008, 17:50 · #

Qual‘è la funzione della poesia? Quella d’un alambicco, forse, che cattura entusiasmi e tristezze, e li distilla in profumi che li evocano, ma senza l’aspra consistenza, per così dire, della realtà, sicché l’amore che ci ferisce e inganna, e magari ci abbandona,il dolore che ci trafigge si stemperano spesso ( non sempre si badi ) nella dolcezza e nella malinconia, e dunque possiamo riconoscerli, e accoglierli dentro di noi, riconciliati. Penso a Chopin, ad alcune sinfonie ispirate a battaglie, di cui resta l’impeto epico, la passione, l’ideale, ma non il fango,i cavalli sbudellati, i corpi come fantocci sventrati…perdonate la crudezza, è solo un esempio, e non so neppure se è vero. Passeggio dunque tra i versi, e trovo questo sorprendente guerrigliero, artista, politico, studioso nicaraguense che si chiama Ernesto Gardenal…attenzione, è un sacerdote, fondatore di una comunità di contemplazione e lavoro che dopo dieci anni di attività fu spazzata via dall’offensiva somozista, poi ci fu la nomina a Ministro della Cultura da parte di Ortega e la sospensione a divinis del Vaticano per quell’incarico. Mi sembra giusto citare la fonte di queste informazini, ed è sempre il volume della Poesia straniera spagnola e ispano-americana della Biblioteca di Repubblica, come pure lo stralcio della poesia che ho scelto, una sorprendente Preghiera per Marilyn Monroe, i cui versi finali recitano:
Il film terminò senza il bacio finale.
La trovarono morta nel suo letto con la mano sul telefono.
E i detectives non seppero chi stava per chiamare.
Fu
come uno che ha fatto il numero dell’unica voce amica
e sente solo la voce del disco che dice wrong number.
O come uno che ferito dai gangsetrs
allunga la mano verso un telefono staccato.
Signore
chiunque fosse quello che stava per chiamare
e non chiamò ( e forse non era nessuno
ed era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles )
rispondi Tu al telefono!

scritto da Leila Mascano · 15 maggio 2008, 07:47 · #

Continuo a tenere sul comodino il volume della Biblioteca di Repubblica sulla poesia straniera, questo in particolare di poesia spagnola e ispano-americana. Trovo Juan Gelman, nato nel ’30, che segue la linea della “poesia impura” di Neruda. Le terribili vicende della politica lo costringono all’esilio dodici anni, , figlio e nuora incinta desaparecidos…dice di aver trovato nella soggettività del pensiero gli spazi in cui continuare a coltivare l’amore per la vita. Probabilmente è possibile, nelle mie passeggiate anacapresi mi stupivo sempre di trovare su muri a secco e rocce impervie le Linarie,piccole perfette riproduzioni delle bocche di leone, e davvero sembravano sfidare ogni legge della fisica e della botanica per essere così penetrate in aride fessure, dove c‘è solo sabbia e roccia e un sole che dardeggia violento – i Greci chiamavano il sole – colui che morde da lontano – e ancora i piccoli fiori si rivoltano contro il muro,o la parete rupestre in cerca di quell’incrinatura arida dove far attecchire i semi che le minuscole capsule libereranno…tale è evidentemente l’amore per la vita.
Questa volta, trascrivo i versi iniziali della nota IVX:
Sei vivo?/Sei morto?/figlio?
vivimuori ancora/un altro giorno/come
morivivesti in questi tre anni
in un campo di concentramento? cosa
hanno fatto di te/figlio/dolce calore che una volta
abbimbava il mondo/padre della mia tenerezza/figlio
che non finì di vivere/finì di morire?

Abbimbava, ninaba (e non ho qui neppure la seconda n adatta ),e tenero suona il fantasioso verbo in italiano,sarà in quella tenerezza ,incrinatura nell’anima prosciugata come la rupe credo da tanto dolore, che attecchisce la stupefacente pianta che ricade in cespugli dai sottilissimi rami e dai fiori delicati e belli, così ricchi da chiedersi se non si nutrano di segrete dolcezze e incorruttibile amore,proprio come certe anime.

scritto da Leila Mascano · 20 maggio 2008, 12:43 · #

Capita a volte di non riuscire a leggere. Le parole segnano sentieri che all’improvviso s’inaridiscono, polvere e sassi, perfino l’erba è secca, il cielo polveroso anch’esso svanisce in un’arida calura, di certo non percorreremo che quel nastro bianco che ci porta verso un doloroso niente, e allora ci solleva la musica, anche quella delle parole, perdonatemi se mi ripeto, e non resta che la poesia, che direttamente parla, quando parla, all’anima, senza intermediari.Ancora Pablo, dunque nella sua celebre Posso scrivere i versi…
Più non l’amo certo, ma forse l’amo.
E’ così breve l’amore,è così lungo l’oblio.
Mi vengono spontanei alla mente altri due versi,
Odi et amo,quare id faciam fortasse requiris.
sed fieri sentio et excrucior.
Stesso smarrimento, stesso sentirsi un relitto in balia della sofferenza,eppure in qualche modo non c‘è romanticismo in questo sentimento, mi pare, ma lo smarrito dolore di chi osserva una piaga sul proprio corpo,un coinvolgimento che non esclude il distacco, o per meglio dire il proprio sguardo esterno e smarrito su un “dentro” che ci estranea da noi stessi, perché cosa invero è più terribile del dolore quando ci depriva della nostra integrità??

scritto da Leila Mascano · 1 giugno 2008, 08:21 · #

oggi è molto importante che le persone che amano la poesia si rendano conto che i poeti e lepoetesse sono anche loro di duplice natura.
io ho conosciuto un poeta spagnolo e la sua poesia APPARIVA VERA. QUELLO CHE NON CAPISCO COME PUò APPARIRE VERA UNA POESIA GENERATA DA UN BUGIARDO VILE E SENZA DIGNITà. COME PUò ESSERE PREMIATA UNA POESIA BUGIARDA. scusami …ma sono domande senza risposta …perchè forse la poesia è solo lo specchio di tutto anche della menzogna e dove c‘è dell’incanto e della bellezza. un saluto

scritto da roxana · 10 luglio 2009, 15:44 · #

Non c‘è alcuna relazione tra amore e merito, cioè noi non amiamo le persone in quanto meritevoli, le amiamo e basta, come ben c’insegnano Catullo, o Stendhal. Il bugiardo vile e senza dignità è sincero nello slancio del cuore, e belli dunque e sinceri sono i suoi versi. Ma è debole, probabilmente, e pavido, come spesso sono gli uomini e soprattutto i poeti. Garcia Lorca piangeva e si dibatteva di fronte alla morte, e questo desta materna tenerezza. Roxana, perdoni il poeta bugiardo:lo compatisca.La vera superiorità, la vera maturità consiste nel ricordare di tutta una storia l’attimo felice di comunione, il riso complice. Non tutti sono all’altezza delle proprie ispirazioni, dei propri desideri…si delude più per pochezza che per bassessa. E poi l’amore fa paura. L’amore è scandalo, spezza le barriere, salta le convezioni…l’amore è rivoluzionario. Non tutti se la sentono, e si ritraggono. Sa, a Napoli si dice che chi non ha coraggio non va a dormire con le donne belle, e le cito un po’ scherzosamente questo detto, lei mi sembra sincera, impetuosa e addolorata, lo sono anch’io, se mi ha letta fin qui legga su questo stesso blog su Rileggere o non rileggere quello che scrivo su La Fontaine, lì sono un po’ più seria e non è possibile non capire quel che voglio dire.

scritto da Leila Mascano · 11 luglio 2009, 01:02 · #

La data del mio racconto sulla sezione Rileggere o non rileggere è su questo blog il 4 maggio 2009

scritto da Leila Mascano · 11 luglio 2009, 01:08 · #

Ancora in cartellone. Poche recite, poi lascerà Parigi. Solo una stagione e tre uomini, suicidi per amore. Indossa l’abito di raso. Calze di seta. L’ultimo tocco al viso, davanti allo specchio (luci a capocchia ai lati, in verticale). Lascia il camerino, il biglietto sul ripiano, le rose a terra.
Ingresso in scena: un battimani fuori tempo, il suo disprezzo.

scritto da frank spada · 12 luglio 2009, 06:45 · #

Nella traduzione il detto napoletano perde un po’ della sua colorita efficacia, che suona in dialetto così: Chi nun tene curaggio, nun se cocca cu ‘è femmene belle. Questo va applicato in senso lato, ma nella realtà ci si cocca eccome, con belle brutte e così così,( e per le pari opportunità con brutti, belli e così così ) i problemi vengono poi. Questo non c’entra affatto con Roxana, beninteso, è solo una mia riflessione personale.

scritto da Leila Mascano · 12 luglio 2009, 07:59 · #

Posso chiedere un aiuto? Dovrei fare una breve ricerca sull’esilio trattato dal punto di vista letterario specie ispano americano, mi darebbe degli spunti? Grazie Margherita

scritto da Margherita · 21 settembre 2009, 10:34 · #

Cara Margherita, c‘è un film del 1985, credo, che mi commosse molto: parla di esilio e dell’anima argentina. Si chiama L’esilio di Gardel, ed è un film struggente, che le suggerirà molte cose. Non dovrebbe essere troppo difficile reperirlo, magari in rete, perché a suo tempo riscosse un buon successo di critica e di pubblico. Questo è il mio piccolo contributo a quella che immagino sia una tesi. Contatti Paolo Mattana, lui è un esperto di letteratura ispano americana, io sono solo un’appassionata. Come lei certo saprà, anche Neruda ha sofferto l’esilio, non sarà difficile documentarsi sulle lettere e gli articoli che scrisse. Le faccio molti auguri.

scritto da Leila Mascano · 21 settembre 2009, 23:03 · #

Cara Margherita,
l’esilio ha accompagnato molti paesi latinoamericani durante tutto il secolo scorso.
Ma certamente ciò che accadde negli anni settanta e ottanta nei paesi del “cono sud” è qualcosa che ha una portata eccezionale. Una vicenda “umana, storica e politica” che ha varcato i confini dell’America Latina, lasciando il segno non solo in quelle migliaia di cileni, argentini , uruguaiani che a seguito delle dittature militari furono costretti ad abbandonare, spesso in modo rocambolesco, la propria casa, il proprio lavoro e i propri affetti, ma anche nelle coscienze di intere generazioni di europei.

Forse per questo, come saprai benissimo, tale vicenda è stata oggetto e soggetto di molta letteratura ed è stata raccontata da molti scrittori, spesso protagonisti in prima persona, in saggi, romanzi, poesie e racconti. Con il doppio intento , di narrare agli altri per non dimenticare ( perché la Storia con cada nell’oblio e sia da monito per impedire che ciò che è stato non si ripeta) e di narrare a se stessi per cercare di dimenticare ( come fosse una sorta di autoanalisi liberatoria).

E’ impossibile fare perciò una recensione completa della letteratura dell’esilio, perché il materiale a disposizione è veramente imponente.

Ti suggerisco però una serie di articoli e siti web, sperando che siano di spunto per le tue ricerche rimanendo comunque a disposizione qualora avessi delle richieste più precise.

Un caro saluto e a risentirci.
Paolo Mattana

articoli
http://blog.robinedizioni.it/la-letteratura-dellesilio

http://blog.robinedizioni.it/argentina-para-que-nunca-mas

http://www.webalice.it/p.mattana/10LIBRI.html

http://www.webalice.it/p.mattana/10FILM.html

http://www.webalice.it/p.mattana/Cile.html

siti web esilio argentino
http://www.nuncamas.it/index1.asp

siti web esilio cileno
http://www.memoriaviva.com/

http://chile.exilio.free.fr/index.htm

http://www.abacq.net/imagineria/biblio.htm

scritto da paolo · 23 settembre 2009, 21:08 · #

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