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Poche Chiacchiere: La Presa

La Presa

Visto che la psichedelìa sconvolta di “A Whiter Shade” non vi ha ispirato nessun commento, torno a temi forse più tangibili, con questa canzone dei Jethro Tull. Ian Anderson è a mio avviso uno dei più grandi compositori del Rock, e anche come scrittore di testi è magnifico. La difficoltà, per chi vuole tradurre i suoi versi, è che spesso contengono uno o più passaggi oscuri, difficili da rendere, sovente legati a espressioni gergali o a riferimenti che sembrano essere comprensibili solo all’autore o a una ristretta cerchia.
Non è questo il caso di “The Clasp”, brano poco noto nella produzione dei Tull, musicalmente stupendo, come tutto l’album di cui fa parte.
Queste liriche toccano un tema che certamente ognuno di noi ha affrontato più volte nella propria vita: la rarità dei sinceri contatti umani, specialmente fra sconosciuti.
Lo scenario è metropolitano-alienante, specialmente nella seconda strofa: non v‘è chi non si riconosca nei piccoli “prigionieri” dello spostamento urbano, che Anderson descrive con uno sbigottimento tale che sembrerebbe quasi fosse un alieno ad osservarci dall’alto.
“La Presa” è il riconoscersi fratelli, il non rifuggire dall’abbraccio, dalla vicinanza. E’ la smorfia di tensione che si scioglie nel calore di una vera stretta di mano.

La Presa
————
Noi viaggiatori delle infinite lande desolate
in orbite isolate
scivoliamo marciando,
il viso contratto,
verso l’alba, nella tormenta
nascondendoci dietro a cappucci.
Ci incontriamo come fanno gli alti vascelli
mentre passano nel canale
timorosi di sfiorarci anche solo leggermente
timorosi di effettuare La Presa
—————
Nei canyon scoscesi della città
dimora la millenaria frustrazione
sulle strade ad anello, naso contro paraurti
avanzano i pendolari nelle loro gabbie
segnali criptici lampeggiano tutt’intorno
inviati dai piloti nella corsia di sorpasso
imprigionati e stretti nelle cinture
troppo tardi per raggiungere La Presa
—————
Interrompiamo ora il viaggio,
su qualche strada solitaria…
siediamoci come stranieri
e depositiamo il fardello della tensione
parliamoci in confidenza
scuotiamo via l’oscura innominata paura
riempiamo la coppa, beviamo
buonanotte, buona fortuna a te.
————-
I Capi Sintetici
dai sorrisi congelati
procedono, caparbi sulle loro rotte insicure
afferrano le redini della Storia
ritti sui loro cavalli guerrieri
E si incontrano come devono fare i bravi Uomini di Stato
davanti ai milioni di occhi televisivi
mano nella mano si scambiano la menzogna
pretendendo che quella sia La Presa.

Il “bridge” dopo la seconda strofa si staglia fuori dal quadro temporale: i viandanti che riescono, inopinatamente (forse davanti a un fuoco, o in un autogrill?) a entrare in relazione sono figure antiche e moderne allo stesso tempo (c‘è chi ha visto in questa scena una citazione di Chaucer, dai “Canterbury Tales”). Osserviamo i due estranei che riescono a superare la diffidenza reciproca, si scrollano di dosso la paura, si coalizzano contro il comune nemico che è la difficoltà di vivere. Talvolta capita, che perfetti sconosciuti si sentano disponibili ad un contatto che magari è impossibile con chi ti è vicino tutti i giorni, forse proprio in virtù della brevità dell’esperienza, circoscritta al momento. Una parentesi, poi ognuno per la sua strada, ma non senza essersi augurati la buona Sorte.
Subito dopo, spicca, stridente, l’ultima strofa: la falsità dei politicanti, sorridenti manipolatori delle opinioni. Essi si mostrano ammantati di collaborazione, portatori di amicizia fra i popoli, lontani da calcoli e interessi personali. Una caricatura forzata dell’autentico contatto fra individui: La Presa.

Inserito il 20/11/2007 da Glauco Cartocci | ci sono 8 commenti

A voi la parola

Ian Anderson è scozzese, e questo la dice lunga sul suo temperamento: forti e sentimentali nel senso migliore della parola, con uno spiccato senso della socialità e dell’aggregazione. Il testo è molto bello, con un grande anelito a spezzare le catene della passività e del conformismo, e uscire dalle automobili-corazze con le quali ci si incrocia nel buio rischiarato dai fari, più soli degli uomini che nella notte sulle navi si incrociano scambiandosi segnali d’amicizia nel buio,mentre si cercano altre parole, magari quelle della musica, perché le vecchie, logorate e senza più significato, le si lascino ai politici.

scritto da leilamascano · 21 novembre 2007, 14:52 · #

Grazie leila. Leggendo ho pensato di chiederti se conoscevi questo testo prima di trovarlo qui, e se gradiresti il commento di altri testi dei Jethro (ammesso che si riescano a tradurre…) Conosci ad esempio Moths o Heavy Horses, o Velvet Green?

scritto da glauco cartocci · 21 novembre 2007, 15:36 · #

Come potrei non conoscere i Velvet Green? Non conosco i Moths, e gli Heavy Horses solo per sentito dire…Un tempo compravo il Mucchio selvaggio , quando ancora l’edicolante faceva gli occhiacci e ti portava sul retro, a cercartelo tra le riviste hard…Certo, mi farebbe piacere trovare altri testi tradotti, scherziamo…? Quanto alla mia conoscenza del testo, funziona così: frammenti galleggiano come relitti, immagini scorrono su quei frammenti, finché ti viene la curiosità di andarti a tradurre il testo, come è successo a me quest’estate per a Whiter shade of pale ( che avevo tradotto con E più candido il tuo pallore…ma io sono un poeta, l’avrai capito.) Sto ancora impazzendo per ritrovarlo, chissà in questo mare di libri e carte dove è finita… peccato, non mi pareva male.Ciao, e grazie per aver apprezzato quello che ho scritto. Mi riaffaccerò ogni tanto.

scritto da leilamascano · 21 novembre 2007, 18:08 · #

immagino che tu mi stia benevolmente prendendo per i fondelli in quanto Velvet Green, Moths e Heavy Horses li intendo come 3 canzoni dei Jethro Tull, non so se esistano gruppi con quei nomi… ;-)
Ho capito che sei “un poeta” (quello è evidente) ma non mi è chiaro se sei UNA poeta/essa (ma non credo abbia importanza, forget it…)
Il titolo che tu avevi assegnato a Whiter shade è certamente molto bello; io tendo a discostarmi il meno possibile dall’originale, anche se non è detto sia l’optimum.
Ciao, fatti VIV. ;-)

scritto da glauco cartocci · 21 novembre 2007, 18:52 · #

Assolutamente non ti sto prendendo in giro, non solo esiste un gruppo tedesco dei Velvet Green, che naturalmente si ispirano agli Jethro Tull, ma perfino un Green Velvet, come potrai verificare su Google. Gli Heavy Horses sono un gruppo di ragazzi che ancora non ha inciso niente, che io sappia, anche loro col culto degli Jethro, ed ero stupefatta che tu li conoscessi, essendo un gruppo amatoriale…sono una poetessa, guarda che a un passo da te abbiamo amici in comune…

scritto da leilamascano · 21 novembre 2007, 23:23 · #

Chiedo scusa, mi pareva così ovvio conoscere le canzoni degli Jethro Tull che ho creduto, senza ironia, che mi chiedessi di gruppi musicali che da loro traggono ispirazione…

scritto da leilamascano · 21 novembre 2007, 23:49 · #

...ma figurati! Io ne ho viste tante di Cover Bands dei JT, ma per lo più italiane (Oak, Beggar’s Farm…) quindi quei gruppi li avrei potuti ipotizzare, ma non li conosco. I Moths quindi non esistono ;-)))
Non credere sia così ovvio conoscere le canzoni dei jethro, sono uno dei gruppi più sottovalutati del mondo. Amati visceralmente da chi li ama (come il sottoscritto) ma denigrati dai critici (forse perché Anderson non ha mai mostrato piaggerie nei loro confronti…) Se ti va, fra un paio di puntate mi cimenterò con una di quelle (Moths, forse). Intanto nel prossimo post riporterò un antico ricordo che li riguarda…

scritto da glauco cartocci · 22 novembre 2007, 09:37 · #

UN RICORDO

My God

2 Febbraio 1971— primo concerto dei Jethro Tull a Roma, Teatro Brancaccio.

Ian Anderson inizia tutto da solo, nella semioscurità: una nuova canzone, My God. L’irsuto, stralunato “beggar” ci informa che i Jethro Tull si sono sciolti e che a fare il concerto c’è lui, rimasto ormai da solo.

Un attimo di smarrimento fra il pubblico, ma la chitarra acustica e la voce sono profonde, incantatrici, danno l’illusione che comunque lo show possa avere luogo, in qualche modo.
Il buio conferisce ad Anderson fattezze arcane, un menestrello cacciato dalla Corte perché eccessivamente irridente, costretto a contendersi il cibo con i cani sullo sporco terreno dei diseredati. La voce, roca ma poderosa, narra di Crocifissi e di Creatori piegati al volere della Chiesa d’Inghilterra…
L’arpeggio delle sei corde riverbera ipnotico nel teatro, il giullare sembra accompagnarlo con un sogghigno.
———-
Poi, sulla seconda strofa, tre note di pianoforte da chissà dove; riprende il canto, armonizzazioni basse di piano si aggiungono.

In pochi secondi la tensione cresce. Lui fa per alzarsi, posa la chitarra.
... in un lampo il palcoscenico si apre, le luci si accendono, all’unisono con il micidiale riff di chitarra e basso, rivelando Martin Lancelot Barre, John Evan, Clive Bunker, Jeffrey Hammond-Hammond che erano nascosti dietro ad Anderson.
In un istante veniamo riportati al presente, l’invettiva del canto si veste delle fattezze dure e distorte della nostra epoca.

Ora lui è in piedi, anzi su un piede solo, ha imbracciato il flauto !!!!
.......
Credo mi si siano drizzati i capelli in testa. ....E a quel tempo ne avevo parecchi.

scritto da glauco cartocci · 22 novembre 2007, 10:09 · #

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