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Poche Chiacchiere: La liberazione di Ingrid

La liberazione di Ingrid

La notizia che è arrivata ieri sera da Bogotà l’aspettavamo da oltre sei anni. Tanto è durata la prigionia di Ingrid Betancourt nella selva colombiana. Era stata rapita il 23 febbraio del 2002 dagli uomini delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) mentre stava andando a San Vicente del Caguan, in un’area da poco smilitarizzata, ai confini della zona sotto il controllo dei guerriglieri colombiani. C’era andata come candidata presidenziale per il suo partito, Verde Oxígeno, a testimoniare la sua politica di pace, tramite la negoziazione non violenta.
A quell’appuntamento vi era giunta dopo un lungo percorso personale. Nata a Bogotà nel 1961, da una famiglia agiata e con il padre politico e poi ambasciatore in Francia. Come racconta lei stessa nella sua autobiografia (Ingrid Betancourt. Forse mi uccideranno domani Sonzogno, 2002) trascorre un’infanzia felice a Parigi contornata da un ambiente invidiabile, con intellettuali e artisti del calibro di Márquez e Botero. Studia e si laurea in Scienze politiche. Sposa un diplomatico francese e acquisisce la cittadinanza transalpina. Viaggia, ha due figli, è benestante. Sembra non mancarle niente. E poi invece sente il richiamo delle origini e decide di tornare in Colombia. Entra in politica e viene eletta al parlamento colombiano poco più che trentenne con il partito liberale, da cui uscirà per entrare nel partito di ispirazione ecologista, dopo essere stata eletta senatrice, e con cui si candiderà alle presidenziali, proprio contro l’attuale presidente Álvaro Uribe. Da allora inizia a dare il meglio di se. Con fare diretto e deciso, si scaglia con l’oligarghia al potere denunciando la forte corruzione imperante nel Paese e le connivenze dell’establishment con il narcotraffico e i paramilitari (accusando tra l’altro lo stesso Uribe). Parla diretta, ai politici e alla gente. Ingrid sogna una Colombia libera, onesta e pacificata. Per questo si batte e per questo iniziano a pioverle addosso minacce di morte ed attentati. Porta in salvo la famiglia a Parigi e ritorna in Colombia.
Dal momento del sequestro, si sono susseguite una serie interminabili di inutili trattative, con alterne vicende e spesso incancrenitesi anche proprio dall’atteggiamento del muro contro muro del governo, che non ha mai voluto scendere a patti con le FARC. Fino a ieri, quando arriva la notizia della liberazione di Ingrid e di altri quattordici ostaggi, grazie ad un blitz dell’esercito colombiano ordinato proprio (ironia della sorte) dal presidente Álvaro Uribe.
Un operazione che ha dato l’esito sperato e senza spargimento di sangue. Da come ce la descrivono i giornali un’operazione perfetta in puro stile hollywoodiano, con tanto di infiltrati, travestimenti, con uno che si finge al telefono addirittura il nuovo comandante in capo delle FARC (Guillermo Leon Saenz, detto Alfonso Cano), con un elicottero di forze speciali governative travestite da rivoluzionari (con la maglietta di Che-Guevara!) che atterra nel nascondiglio segreto e riporta via senza colpo ferire tutti gli ostaggi. Una versione che si fa un po’ fatica a credere nella sua interezza (forse c’è stata una trattativa economica?), ma che comunque la dice lunga sull’inizio di un (speriamo quanto rapido) disfacimento di un organizzazione guerrigliera nata a metà degli anni sessanta come braccio armato del Partito Comunista Colombiano per favorire la rivoluzione marxista nel Paese sudamericano e che è andata col tempo perdendo sempre di più la sua matrice di ispirazione politica per macchiarsi di crimini efferati a danni dei civili e contaminarsi con il narcotraffico. Un organizzazione che praticamente dopo la morte dei capi storici Manuel Marulanda Vélez e Raúl Reyes, sembrano finalmente accusare il colpo.

La vicenda di Ingrid ha fortunatamente sollevato una forte attenzione popolare in tutto il mondo. E se la senatrice franco colombiana è stata liberata, probabilmente parte del merito va anche al fatto che i riflettori dei media, la diplomazia di molti Paesi (Francia in testa) e la nascita di tantissimi gruppi di sostegno in ogni parte del globo, hanno fatto continuamente pressione senza permettere l’oblio di una vicenda emblematica, per la sua feroce ingiustizia.
Ricordo a questo proposito solo un paio di momenti toccanti.
La cittadinanza Onoraria a Ingrid Betancourt, concessa dal Comune di Bologna il 3 Giugno 2008 grazie ad una iniziativa di carattere popolare del comitato “Betancourt Libera!”. che ha permesso di raccogliere a Bologna più di 3000 firme. “Il 2 luglio sarà un giorno da non dimenticare. Ora l’aspettiamo a braccia aperte ” mi dice stasera felice al telefono il mio amico Leonardo Barcelò, consigliere comunale del PD, sostenitore e primo firmatario della proposta.
E la richiesta avanzata dall’Unità il 16 giugno del 2008 di candidare Ingrid Betancourt al Premio Nobel per la Pace, con il bell’articolo di Maurizio Chierici che così esordiva: ”Sono passati sei anni e cento giorni. Da cento giorni la testata dell’Unità propone ai lettori l’immagine del dolore di Ingrid Betancourt per ricordare il dramma di una donna sepolta nella foresta. Impossibile nasconderla sotto altre notizie. Sei anni e cento giorni, e non è successo niente. Noi dell’Unità chiediamo un gesto deciso alla comunità internazionale: il premio Nobel per la Pace può raccogliere attorno a Ingrid intellettuali e politici di ogni colore e tutti gli uomini di buona volontà. Solidarietà dovuta a una donna che sta affogando nel labirinto delle diplomazie. Soffre per aver creduto nella ragione mentre i protagonisti della violenza usano il suo dolore come merce di scambio”. In quell’articolo veniva ricordato anche come il Premio Nobel per la Pace, avesse già sortito effetti positivi, almeno in altri due casi dove due donne erano state protagoniste, salvandole dalla morte certa e accendendo i riflettori su conflitti ed angoli di mondo dimenticati : “Altre due donne che le somigliano nel coraggio hanno vissuto e continuano a sopportare il dolore dell’esclusione: Aung San Suu Kyi e Rigoberta Menchu. Myanmar e Guatemala, comunismo dogmatico e capitalismo selvaggio”.

La Colombia è un Paese bellissimo, come mi ha raccontato spesso il mio caro amico pittore colombiano Rafael Nunez Oneiros. Un Paese immerso tra i mille colori dei suoi tanti paesaggi, dall’atmosfera caraibica, alla selva amazzonica, alle pendici andine. Di cultura millenaria, come testimoniano molte popolazioni indios ancora esistenti e le decine di testimonianze precolombiane.
Ma è anche purtroppo, ancora oggi, troppo simile a quello stesso Paese che già Gabriel Garcia Marquez ci raccontava nel suo splendido libro inchiesta “Notizia di un sequestro” (Mondadori, 1996) e che vent’anni fa era praticamente nelle mani di Pablo Escobar e dei vari Cartelli della cocaina.
La Colombia è un Paese che da anni vive una guerra civile permanente, e che vede in lotta oltre le FARC e i militari governativi, fortemente sponsorizzate dall’amministrazione USA, le guarnigioni del narcotraffico e i gruppi paramilitari di estrema destra. E’ un Paese dove in molte zone, Bogotà compresa, il tasso di criminalità ed omicidi è insostenibile. Dove vi sono centinaia di morti al mese d’arma da fuoco e spesso a sparare sono minorenni. Un Paese dove la corruzione è ancora elevatissima. Un Paese che ha visto abbattersi la tragica stagione del Plan Colombia, che invece di liberarla dalla piaga del terrorismo e dalla droga, ha inasprito il conflitto e devastato intere zone verdi con lo spargimento indiscriminato di velenosi diserbanti gettati a pioggia su interi villaggi. Ancora oggi, oltre settecento ostaggi sono ancora nelle mani delle FARC.
Festeggiamo il ritorno di Ingrid Betancourt alla vita, sperando che non abbia perso il suo spirito combattivo e che segua il successo di altre donne sudamericane, come Michelle Bachelet, vittima della dittatura di Pinochet ed ora presidente del Cile.
Festeggiamo, ma per favore, non spegniamo i riflettori sulla Colombia.

Paolo Mattana, 3 Luglio 2008

Inserito il 03/07/2008 da Paolo Mattana | ci sono 2 commenti

A voi la parola

Sì, per favore, non spegniamo i riflettori sulla Colombia, non smettiamo di credere che la luce ostinata dell’intelligenza e della non violenza avrà la meglio sulla prevaricazione e l’ignoranza, unite all’avidità e al disprezzo per tutte quelle forme di cultura e di civilltà che rendono l’umanità degna di questo nome. Non a tutti è dato di vivere grandi esperienze emblematiche o grandi avventure dello spirito, ma almeno nel quotidiano comportarci come se ciascuno di noi fosse un homo faber e non un bruto sarebbe già una grande cosa. Perché la violenza, la prevaricazione, la sopraffazione sono mali serpeggianti, e ogni volta che assistiamo mutiad una prepotenza ai danni dei più deboli, all’umiliazione di chi non può difendersi, la melma ci lambisce le suole, sfiora le caviglie, monta verso i polpacci, e la crudeltà, la volgarità inutile del mondo minacciano di travolgerci.

scritto da Leila Mascano · 9 luglio 2008, 19:34 · #

...cercando il sorgere della luce
là dove il fiotto di sangue
è l’unico sole dei poveri, perchè un giorno sia
il giorno di domani, il giorno.
Cintio Vitier

...in quegli ultimi momenti di gente il cui orizzonte più lontano fu sempre il giorno di domani. Che.

scritto da Leila Mascano · 9 luglio 2008, 19:57 · #

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