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Poche Chiacchiere: La Letteratura dell’esilio

La Letteratura dell’esilio

Oggi al “Violeta Parra” si parla dell’esilio. Un tema a cui ho dedicato il racconto “Tango”.

In America latina tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, circa due terzi della popolazione è sotto dittature militari. Migliaia di cileni, argentini, uruguaiani e di altri paesi sono costretti all’esilio. Molti vanno in Europa, altri in Messico o Cuba.
Intere famiglie vengono distrutte o disgregate. Si parte dal Paese di origine, abbandonando, spesso per sempre, fratelli, sorelle, genitori, figli ed amici. Si parte di nascosto, lasciandosi dietro una scia di sangue e di orrori. Si parte con la paura e l’angoscia dell’ignoto, e si perde la casa ed il lavoro. Si arriva in un Paese nuovo, dove non si conoscono né le abitudini, né la lingua. Bisogna ricominciare da capo. Il lavoro non si trova. La tristezza ed il ricordo ti assalgono. Passano interminabili giorni, che poi diventano prima mesi e poi anni. Si comunica con i parenti rimasti nel Paese di origine con le lettere e con le foto. Non si dorme più, molte coppie si separano, alcuni si suicidano.
E poi un giorno, può capitare che si riesce a tornare. Però, il Paese da cui si è partiti e che si ritrova non è più lo stesso. La gente ed i parenti non sono più gli stessi. Anche la lingua è cambiata. Tutto è diverso e allora ti accorgi delle occasioni perse e degli anni che nessuna potrà più ridarti indietro. Ti accorgi che non sei più ne carne ne pesce.

Tra gli esiliati sudamericani vi furono molti scrittori, alcuni dei quali cercheranno proprio attraverso il loro lavoro, di far conoscere sia la propria condizione di rifugiati politici, che le nefandezze delle dittature. Nascerà una vera e propria “corrente letteraria”, tanto che si parlerà di “literatura del exilio”, caratterizzata da testi malinconici alternati ad altri di rabbia e denuncia. La scrittura diventa allo stesso tempo mezzo per esorcizzare la paura ed attutire il dolore.

Mario Benedetti, poeta, scrittore e giornalista uruguaiano, che ha fatto della letteratura dell’esilio parte importante di tutta la sua produzione letteraria ( es. il poema Viento del exilio 1981), a seguito del colpo di stato è costretto a lasciare Montevideo dove insegnava all’Università Lingua e Letteratura Ispanoamericana. La Triple A (Alleanza Anticomunista Argentina) da Buenos Aires lo minaccia apertamente di morte. E’ costretto a fuggire prima in Perù e poi a Cuba dove troverà asilo politico e lavoro come ricercatore alla “Casa de Las America”. Sarà un esilio che durerà dodici anni. Quando tornerà in Uruguay, conierà la parola “desexilio”.

Eduardo Galeano così ci racconta l’inizio del suo esilio, da “Giorni e notti d’amore e di guerra”. Sperling & Kupfer ed. 1998

“Poco prima del colpo di stato tornando da un altro viaggio avevo saputo che la polizia mi era venuta a cercare nella mia casa di Montevideo. Mi presentai solo. Provai paura ad entrare. La porta si chiuse alle mie spalle con un rumore secco, di trappola. La paura mi durò un’ora. Poi se ne andò dal mio corpo. Cosa mi poteva succedere, peggio della morte? Non sarebbe stata la prima visita. Ero rivolto contro il muro, nel cortile. Il piano di sopra era un centro di tortura. Dietro di me passavano i prigionieri. Li trascinavano nel cortile. Alcuni tornavano disfatti; li gettavano al suolo. A mezzanotte suonava la sirena dal trasmettitore. Io ascoltavo il frastuono, gli insulti , l’eccitazione della muta dei cani che si lanciavano alla caccia dell’uomo. I poliziotti tornavano all’alba. Un paio di giorni dopo mi fecero salire su un auto. Mi trasferirono, mi rinchiusero in una cella. Incisi il mio nome sulla parete. Di notte udivo delle grida. Iniziai a sentire il bisogno di conversare con qualcuno. Diventai amico di un topino. Io non sapevo se sarei stato rinchiuso giorni o anni, e in poco tempo si perde il conto. Furono giorni. Ho sempre avuto fortuna. La notte in cui mi rilasciarono udii mormorii e voci lontane, rumori metallici mentre camminavo per i corridoi con un secondino ad ogni lato. Allora i prigionieri si misero a fischiare, dolcemente, come per soffiare via le pareti. Il fischio andò crescendo fino a che la voce, tutte le voci all’unisono, si misero a cantare. La canzone scuoteva le pareti. Camminai fino a casa mia. Era una notte calda e serena. A Montevideo iniziava l’autunno. Seppi che una settimana prima era morto Ricasso. Passò un po’ di tempo ed iniziò l’esilio.”

Tra i tanti scrittori costretti all’esilio, la storia del grande poeta argentino Juan Gelman è emblematica e veramente drammatica. Nel 1975, dopo il colpo di Stato militare, per le sue idee politiche di sinistra, è costretto all’esilio e arriva in Italia. Nel 1976 i militari argentini sequestrano sua figlia Nora Eva (19 anni) e suo figlio Marcelo Ariel (20 anni) con la sua la giovane moglie, Maria Claudia Irureta Goyena (19 anni), in cinta di sette mesi. Marcelo e Maria Claudia, verranno barbaramente assassinati. La loro figlia nascerà in un campo di prigionia e se ne perdono immediatamente le tracce. Da quel momento per molti anni a seguire, Gelman vivrà spostandosi tra un Paese e l’altro (Roma, Madrid, Managua, Parigi, New York e Messico). Nel 1988, può finalmente rientrare in Argentina senza pendenze giudiziarie a carico. Tuttavia, decide di risiedere definitivamente in Messico, Paese della moglie. Il 7 gennaio 1990 vengono identificati i resti del figlio Marcelo, ucciso con un colpo alla nuca. Nel 1999 intraprende una campagna giudiziaria e di stampa per rintracciare la nipote. L’anno seguente, dopo una tenace interpellanza e grazie all’intervento del presidente dell’Uruguay Julio Maria Sanguineti, Gelman finalmente ritrova e identifica la bambina, data in adozione a una famiglia di Montevideo.

Mi Buenos Aires querido ( di J.Gelman)

Sentado al borde de una silla desfondada,
mareado, enfermo, casi vivo,
escribo versos previamente llorados
por la ciudad donde nací.

Hay que atraparlos, también aquí
nacieron hijos dulces míos
que entre tanto castigo te endulzan bellamente.

Hay que aprender a resistir.
Ni a irse ni a quedarse,
a resistir,
aunque es seguo
que habrá más penas y olvido.

Va da se che l’esilio non è stato solo una questione sudamericana. Purtroppo è un fenomeno che ha percorso i secoli passati interessando milioni di persone in tutti i continenti, costrette a fuggire da guerre e dittature violente e sanguinarie. Ancora oggi in molte parti del mondo, si è costretti a fuggire dalla propria casa per riuscire a sopravvivere. Sarebbe bene che non lo dimenticassimo.

Rolo Diez da Foglie nel vento. Marco Troppa Editore ed. 2006

“Ce ne andiamo con la nostalgia del mole poblano, del caffè italiano e dei bar madrileni. Torniamo dove ci mancheranno le rive della Senna, le torri di Praga, una canzone russa, il rovinoso splendore dell’Avana Vecchia, la birra di Uruguayana, il calore di Rio de Janeiro, i treni notturni, le frontiere, le cattedrali, i castelli, le immagini sacre medioevali e tutta la pacchianeria religiosa che circola per il mondo. Divisi, frammentati, disgregati, come pezzi di foglie gettati in aria, andiamo. E forse questo siamo: foglie secche che approfittano del vento per tentare il volo.”

Paolo Mattana, 9 Marzo 2007

Inserito il 09/03/2007 da Paolo Mattana | nessun commento

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