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Poche Chiacchiere: invenzione e rincorsa

invenzione e rincorsa

Taci Bjorn, che le parole disfano la notte
A me questi discorsi non importano. Ormai mi trovo a dover semplicemente riporre gli spartiti su qualche scaffale sgombro di quelli appena costruiti. Lo so che è scorretto, che crea disordine, doppie file, incongruenze sempre più vistose. Ma è inevitabile, e in realtà non cambia nulla. Del resto l’importante è che io lo ricordi. Non c’è altro sistema per tenere sotto controllo l’Archivio. Al centro de La croce Honninfjiord c’è un incastro. Ben congegnato, ingranato, pieno di echi, di rimandi e di persone. Il due fili che reggono pioli distanti decenni giorni o epoche di questa biscaglina sono la musica e l’acqua. La musica a reggere le storie d’amore, spavalderia, salvazione e meraviglia, l’acqua a gonfiare i rivoli di odio, guerra, distanza e abbandono. Bjorn lavora in un archivio che è il corrispettivo musicale di una torre di Babele che si sviluppa però orizzontale e sotterranea, Marie suona il violino ed è ossessionata dalla sua finta orfanità. Bjorn e Marie si incontrano perché nell’archivio c’è la chiave che apre la porta oltre la solitudine di lui e le mancanze di lei. La porta, che pare un camerino tanto è nomata, sostiene l’etichetta Edvard von Honninfjord-Dervinskij, compositore, partigiano della piccola Norvegia resistente contro l’immanente Reich, direttore del conservatorio che include l’Archivio e forse assassino, forse assassinato, di certo sovversivo autore di un Trattato contro la monodia che è sempre il fischio assordante di una autorità, che sia il nazismo, il canto gregoriano, il tempo o la stasi poco importa. La prosa di Giovanni Montanaro è lineare ironica e puntellata di rimandi, gioca con le letture e la memoria del lettore, inverte financo lo sdegnoso marchio di fabbrica di Poirot “Askert… Dunque lei è belga?”, “No, io sono francese!” ribadì con un certo piglio. La prosa di Giovanni Montanaro è costrutta e giovane. Giovane come impetuosa, giovane perché chiede conferme, giovane come ansia di elogi, giovane perché affastellata nei contenuti, giovane come sempiterna passione per i Lego e le simmetrie che ne conseguono. La croce Honninfjord è infatti un romanzo, ibrido e meticcio che si snoda attraverso cronache radiofoniche, traduzioni dalla lingua d’oil, diari, lettere, voci dizionarie, lucciole e lanterne, che si bea delle proprie simmetrie, le sottolinea fino a non lasciare al lettore nemmeno un dubbio, una incertezza, una titubanza e questo se pure è un limite quando si chiude il romanzo nella definizione di mystery o spy sotry diventa plusvalore quando si pensa che tutta la giovinezza di questo libro è una esigenza di chiarezza e marchingegno smontato e rimontato. Giovane come trasparente. Trasparente come affidabile. Guardai l’orologio; mancavano ancora dieci minuti, prima che potessimo vederci. La mia attesa era diventata tachicardia.
G. Montanaro, La croce Honninfjord, Marsilio X (2007), pp. 279, € 16,50

Tagliamo la testa al topo
(…) ma la sua bottiglia contro il negozio infestato dai ratti costituiva un concentrato di filantropia cristallina. Gli uomini cambiano, si adattano, sopravvivono, i topi fanno più o meno la stessa cosa. Quindi, o noi, o loro. Trecentomila di Marco Biaz è insieme una storia metafora e una striscia narrativa di avventura urbana. Di ambientazione eporediese (e l’aggettivo ricorre come un mantra) e fattura paratattica, con giochi di parole divertenti che non ne intoppano lo scorrere Trecentomila è il racconto di un piccolo condominio bizzarro che si trova, malgrado tutto, a essere l’ultimo baluardo della resistenza a una invasione di topi. Al centro del racconto invero stanno imperniate due invasioni. La carta assorbente di umane sciagure di una catena di Sant’Antonio e la calata pelosa e maleolente di topi grossi come gatti. Il perno è Nico Pazzini, detto Nico Pazzia, momentaneamente disoccupato, gran fattore di pizza margherita, con una amante dagli occhi blu e frequentata via sms, e una fidanzata quasi storica, quasi annoiata, quasi scaricata. E due pistole. Il mittente è sbagliato ma le pistole dormono nell’armadio cariche quanto basta per esser definite arma da fuoco. Entrambe le invasioni sembrano inarrestabili e le fiamme come soluzione sono assai poco prese in considerazione. Perché il condomino è in legno, per non cedere a nessuna metafora di purificazione, per poter dileggiare il buon Molotov, personaggio così legato a un passato di lotta da essere incapace di agire secondo qualsiasi logica costruttiva e dialogata, per poter inscenare soluzioni frivole ma plausibili e per raccordare i pifferi di Ivrea a quelli di Hamelin senza riscrivere una storia da infiniti rigurgiti psicanalitici. Trecentomila infatti è una commedia umana dai risvolti ironici e buffi, con qualche accenno di epica, e che un poco mi ha ricordato La strategia della lumaca (Sergio Cabrera, Italia-Colombia 1993), forse anche per le incursioni politiche quasi surreali. I topi erano come il Mossad non c’era speranza di far perdere le tracce, le fogne ci stanno per divorare il cuore e tu leggi i classici del comunismo, scoprii dove è collocato il confine tra un uomo comune e un pusher, la postura del ducismo gli veniva abbastanza bene, et alii. Biaz costruisce una atropologia circense della quale Nico Pazzia è banditore, agitatore e succube. Allestisce baruffe talvolta personali talaltra corali, e sempre insufficienti, inadatte, approssimative, vane a contrastare l’avanzata delle grigie truppe e delle bianche lettere. L’unica cosa che manca a Nico Pazzia e dunque forse a Trecentomila è la capacità di affezionare. Il lettore è preso dalla storia, divertito dagli espedienti, colpito dal bestiario, illuminato da Dulcinea ma alla fine assai ben disposto a lasciarli andare, ognuno nelle proprie ossessioni e mancanze. Sbattei le palpebre, la tinta non cambiò. Tutto era topo.
M. Biaz, Trecentomila, Giraldi (2007), pp. 144, € 12,50

Inserito il 09/03/2008 da Chiara Valerio | ci sono 3 commenti

A voi la parola

sto per finire il tuo libro… mi manca già

scritto da nicla · 3 luglio 2008, 12:18 · #

Ho pescato il tuo libro per caso…
sta parlando alla mia vita più di chiunque altro possa farlo in questo momento.
Vorrei chiederti altri miliardi di cose… ma…

*** in effetti i racconti parlano sempre troppo... menomale che non sempre a sproposito. grazie federica :-) chi

scritto da fede · 16 luglio 2008, 16:49 · #

Ciao Chiara. Non so se sei tu che hai scritto i racconti della serie “Qui non ci sto più” che sono stati letti in Storyville su rai3.
Se sì devo dirti che mi hanno colpito come “un pugno nello stomaco”. Lo dico in senso positivo: poche volte ho avuto lo stesso effetto da altri racconti. Credo che tu possa vantare un livello comunicativo incredibilmente superiore alla media degli scrittori italiani di oggi.


Buona giornata,
Salvatore.

*** salvatore!! sono contenta che i miei racconti ti siano piaciuti e ti abbiano fatto eco! grazie infinite anche per aver usato "pugno allo stomaco". io adoro le parole che mi lasciano piegata come una chiocciola. che le mie parole ti abbiano fatto questo effetto mi rende lieta. grazie eh! chi

scritto da Salvatore · 6 aprile 2009, 11:32 · #

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