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Poche Chiacchiere: Racconti dall’Irlanda

Racconti dall’Irlanda

Non ero mai stato in Irlanda e quest’estate ho colmato la lacuna. E con l’occasione ho anche riletto alcune pagine di alcuni autori irlandesi, perché si sa, l’Irlanda è bella da vedere, ascoltare, ma anche da leggere.
Una splendida isola dalla natura lussureggiante. Cliff mozzafiato a strapiombo sul mare, isolotti dove vive gente d’altri tempi e ampie distese di pascoli verdi semidesertici, battuti dalla pioggia e dal vento, con le nuvole basse a proteggere greggi di pecore, mucche e cavali in libertà.
Ma anche una nazione che è passata dalla deprimente stagione dell’isolamento e delle piccole e grandi migrazioni del passato, al rapido sviluppo dell’ultimo decennio. Una crescita economica vertiginosa, che l’ha portata in breve tempo, grazie a politiche di forte detassazione e deregulation, ad essere luogo di investimenti finanziari e industriali, soprattutto nel campo dei servizi e della tecnologia.
Una terra di musicisti e, senza scomodare le vecchie ballate celtiche, per capirlo basta citare Van Morrison, gli U2, Sinead O’Connor o i Pogues. O fare due passi la sera per le strade di Tample Bar o semplicemente entrare in un pub, dove, tra un bicchiere di Guinnes ed uno sguardo ad una partita di calcio, capita quasi sempre di ascoltare musica dal vivo.
Ma l’Irlanda è anche da sempre, e anche questo è ben noto, una incredibile fertile terra di scrittori. Un paese che a dispetto dei pochi milioni di gente che la abita, annovera tra i suoi cittadini intere generazioni di poeti e narratori. E per comprendere l’antico rapporto tra gli irlandesi e la letteratura, basta fare due passi a Dublino.
Si può iniziare dando un’occhiata alla Old Library del Trinity College ed ammirare l’impressionante biblioteca storica dell’Università, che mostra tutto il suo fascino nella Long Room. Un corridoio di oltre sessanta metri di lunghezza completamente circondato da un immensa libreria di legno ripiena di oltre 200.000 volumi antichi, perfettamente catalogati. Per arrivarci bisognerà passare per delle stanze che mostrano il “Book of Kells”, la bellissima miniatura scritta e rilegata dai monaci, risalente all’ 800 d.c.
Oppure si può andare a Parnel Square, in fondo ad O’Connell street e visitare il Dublin Writer Museum. Li, all’interno di una splendida palazzina bianca, in sole due stanze, sono racchiuse foto, ricordi, libri originali e brevi biografie di un impressionante numero di scrittori irlandesi, nella maggior parte dei casi, nati e cresciuti a Dublino. Qualche nome?
Si va dai “classici” come Jonathan Swift e Bram Stocker a quattro premi Nobel della letteratura, come William Butler Yeats, George Bernard Shaw, Samuel Beckett e Seamus Heaney, nobel rispettivamente nel 1923, 1925, 1969 e 1995. Per finire, si fa per dire, con quelli che probabilmente sono gli scrittori più conosciuti, discussi ed amati d’Irlanda, ossia Oscar Wilde e James Joyce.
E proprio per gli appassionati dell’autore dell’ “’Ulysses”, poco lontano dal Museo degli scrittori, si può visitare il James Joyce Centre al 35 di Great George’s Street, dove si continua a studiare e ricordare vita e opere del grande autore dublinese. Poche cose, ma suggestive ed interessanti, come la ricostruzione della sua povera e modesta stanza-studio all’epoca del suo autoesilio triestino. E poi foto, libri e soprattutto una monografia interattiva sull’Ulisse, con le critiche contraddittorie che accolsero il testo alla sua uscita, l’analisi dei personaggi e degli stili usati nel libro. E se poi non ne avete abbastanza, potete sempre andare a farvi un brunch, sabato o domenica, da Davy Byrnes, al 21 di Duke Street, una perpendicolare dell’affollatissima Grafton Street, in quel pub dalla facciata blu marino, da cui ogni anno parte il 16 giugno (giorno in cui Joyce conobbe la sua compagna Nora Bamacle ) il Bloomsday, il giro per la città della capitale irlandese sulle tracce di strade e luoghi narrati da Joyce, proprio come foste il mitico Signor Bloom.
Per gli amanti della poesia e di Yeats, si può andare alla National Library d’Irlanda, al 2 di Kildare Street. Qui oltre a consultare antichi testi o giornali, c’è una splendida mostra monografica multimediale sul poeta e mistico dublinese, dove i reperti originali si sprecano. Dalle foto di famiglia, ai taccuini che Yeats portava con se durante i suoi viaggi e su cui annotava impressioni e frammenti di poesie che avrebbe poi sviluppato e pubblicato.
Questo senza parlare dei tanti scrittori contemporanei che sono nati in questa terra e che ci hanno già lasciato libri di culto, da “The Commitments” di Roddy Doyle a “La metà di niente” di Catherine Dunne o “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt, solo per citarne alcuni.
O delle tante librerie che spuntano in ogni angolo della città, dove dominano i tanti scaffali riservati alla narrativa breve, di cui, come si sa, gli scrittori irlandesi sono maestri.

Ho già detto e scritto da qualche parte, che adoro la narrativa breve. Se poi ne sono protagonisti uomini e donne “comuni” con le loro storie “ordinarie” di tutti i giorni, mi piacciono ancora di più.
Quella del racconto è certamente un arte, dove attimi di esistenze, vengono descritte in poche magistrali righe, nel loro momento cruciale, come fosse uno scatto di un fotografo.
Spesso dei personaggi che popolano queste storie “minime”, non sappiamo niente o comunque poco. Però si intuisce. Certamente se ne capisce il dramma, che è quello dell’esistenza di ogni giorno.
Racconti che non parlano di grandi epopee, e neanche di grandi gesta eroiche.
I misteri che li popolano, non sono quelli dei Templari o dei grandi enigmi della Storia.
Ma sono quelli dell’animo umano, così difficile da capire e da indagare, anche se sono da sempre parte di noi.
Vite anonime, che scivolerebbero via in esistenze quotidiane, senza grossi scosse e che invece, ad un certo punto, si ritrovano a fare i conti con il loro destino. A volte è il caso, a volte sono le circostanze, certamente accade. Svincoli quotidiani, che sembrano imprevisti, ma che spesso rappresentano la catarsi di un lungo percorso che scava dentro come l’acqua nella roccia. Goccia a goccia. Attimi, insignificanti, che pure rappresentano pietre miliari di quelle esistenze, come capita a tutti, ad ognuno di noi.
Racconti che in poche pagine ci restituiscono il senso di una vita.
Sconfitta o vincente, transitoria o definitiva che sia.
Come diceva lo scrittore irlandese Frank O’Connor “l’essenza del racconto sta nel cogliere il momento in cui un individuo, di fronte ad una crisi che modifica radicalmente la sua vita, si rende conto che nulla sarà più come prima”.

James Joyce, colui che forse più di ogni altro ha rivoluzionato la letteratura del novecento, nei famosissimi “Racconti di Dublino” (Dubliners, 1914) , scritti praticamente quasi per intero dal suo esilio triestino, esplora vizi e virtù, sogni e passioni della sua gente e della sua città, tirandone fuori una sorta di corollario che va ben al di là dell’ambientazione storica e sociale del tempo. Un libro che è un ritratto universale dell’animo umano, solo per caso ambientato a Dublino, dove vengono toccati un infinità di temi esistenziali, dall’adolescenza all’età adulta, dalla passione alla frustrazione, dalla solitudine all’amicizia, dall’amore alla morte.
Ecco come con in poche righe, il grande Joyce ci descrive l’atmosfera di Dublino nel racconto “ Due Galanti” (in “Gente di Dublino”, James Joyce ed. Giunti Editore):
“Andarono avanti lungo Nassau Street e poi voltarono in Kildare. Poco distante dai portici del circolo un arpista suonava in mezzo alla strada, attorniato da un piccolo pubblico. Pizzicava le corde con noncuranza, lanciando rapide occhiate di tanto in tanto al viso di ogni nuovo venuto e di tanto in tanto, pure con aria annoiata, al cielo. Anche la sua arpa, incurante che la sua fodera le fosse caduta intorno alle ginocchia, sembrava annoiata così degli occhi estranei come delle mani del padrone. Le note della melodia risuonavano profonde e piene.
I due giovani proseguirono senza parlare, seguiti da quella musica malinconica. Quando arrivarono allo Stephen’s Green attraversarono la strada. Il rumore dei tram, le luci e la folla, li trassero dal silenzio.”

Il lungo isolamento culturale ed economico che ha attraversato l’Irlanda per lunghi tratti del novecento, si fa ancora più pungente in un paese scarsamente abitato dove, ad eccezione di Dublino, Galway o Cork, la regola sono i piccoli paesini di campagna. Un isolamento, a volte ancor più acuito dalle regole ferree di una tradizione ultracattolica, tipica della Repubblica d’Irlanda.
Ecco come William Trevis, alla fine dello splendido racconto “La Sala da Ballo”, che apre la sua raccolta “Notizie dall’Irlanda” (Guanda, 1998), ci descrive la visione di Bride, una giovane ragazza della campagna irlandese, divisa tra il dovere di accudire il padre malato e la voglia di andarsene, ma che decide di consegnarsi ad un futuro che sa molto di rassegnazione: “Inforcò la bicicletta e discese dal pendio; Bride invece spinse la sua fino in cima alla salita, poi montò anche lei. Pedalò nella notte come aveva fatto ogni sabato per tanti anni e come non avrebbe fatto mai più perché ormai aveva raggiunto una certa età. Avrebbe aspettato, adesso, e prima o poi Bowser Egan sarebbe andato da lei, dopo che fosse morta sua madre. Suo padre nel frattempo sarebbe morto anche lui. Avrebbe sposato Bowser Egan perché le sarebbe venuta la malinconia, a star sola nella fattoria.”

Alla fine degli anni ottanta, prima della risalita economica, i giovani d’Irlanda cercano di resistere, combattuti tra la voglia di andarsene o quella di restare in una terra che contemporaneamente amano e odiano, teneri e fragili, persi tra la ricerca di una occupazione e le bevute di birra, magari al suono di una canzone rock. Così ce li descrive Joseph O’Connor al contempo duro e compassionevole, nei suoi racconti del suo celeberrimo libro d’esordio “I veri Credenti” (True Believers, 1991, Guanda) , da cui il seguente passo, tratto dal primo racconto della raccolta, “L’ultimo dei mohicani”:
“Eddie si ritirò pochi mesi prima dagli esami finali. Lasciò un messaggio sul mio armadietto dicendo di averne abbastanza. Andava a Londra per entrare nel mondo del cinema. All’inizio avrebbe scritto, ma poi sperava di poter dirigere qualche film. Londra era il centro di tutto. D’altra parte era disgustato e stanco di questo posto. Era il nulla. Un sopravvalutato paradiso fiscale per popstar e turisti coi soldi. Una palude culturale dimenticata dal tempo. Diceva che nessuno aveva mai combinato qualcosa restando in Irlanda. Bisognava andarsene per essere presi in considerazione”

Non ero mai stato in Irlanda e quest’estate ho colmato la lacuna. E con l’occasione ho anche riletto alcune pagine di alcuni autori irlandesi, perché si sa, l’Irlanda è bella da vedere, ascoltare, ma anche da leggere.

Paolo Mattana 5 settembre 2007

Inserito il 06/09/2007 da Paolo Mattana | ci sono 8 commenti

A voi la parola

Grazie per questo bel compendio sull’Irlanda, Isola che mi è entrata nel cuore da quando ho scoperto gli U2. A tale proposito mi sono cimentata in un divertissement scrivendo un incontro virtuale fra James Joyce e Bono; il primo l’ho fatto parlare con le sue stesse parole, tratte dall’Ulisse, il secondo beh, non è stato difficile visto che chiacchiera anche troppo.
Nel 2004, nell’ambito di un viaggio di studio, sono andata, finalmente, a Dublino, ma mi manca di vedere il resto dell’isola, quello più magico, lacuna che vorrei colmare prima possibile.
A Dublino sono entrata in contatto col mondo della scuola, molto interessante e molto diverso dal nostro.
La prima che ho visitato era un una scuola elementare, dove bambine e bambini “stupendi” (mi si perdoni il luogo comune ma erano veramente belli e simpatici) hanno ballato per noi sulle note di Riverdance.
Nei vari incontri con gli addetti ai lavori ho avuto l’impressione che gli insegnanti amino ancora il loro lavoro, anche se un dirigente di circa sessant’anni mi ha rivelato che le nuove generazioni sono motivate più dai soldi che dalla passione per l’insegnamento.
Con questa persona ho fatto anche una gaffe chiedendogli dove fosse Barrytown, il quartiere descritto nei libri di Roddie Doyle. Non conoscendo la città pensavo fosse un luogo reale e non fiction, come mi ha spiegato lui.
In ogni caso sono stata alle Seven Towers, quartiere degradato della città dove un gruppo di insegnanti davvero in gamba cerca di recuperare ragazzi difficili. Questo complesso, costruito negli anni ’70 su modello francese, si è rivelato inadatto e alienante per i dublinesi, abituati alla vita in comunità e a vivere in case vere(anche se piccole e modeste) con orto o giardino. Tanto che il Comune sta progettando di abbattere le torri e costruire delle case adeguate.
Un aneddoto: in una scuola superiore ho conversato in friulano con una ragazza che conosceva solo l’inglese e, appunto, il friulano essendo suo padre originario del Friuli.
Pur avendo pochissimo tempo sono riuscita a vedere abbastanza, ma non tutto quello che volevo e il rimpianto e il desiderio di tornarci è sempre vivo e presente.
Ps: Lo scrittore che citi è William Trevor?

scritto da Laura · 19 settembre 2007, 11:52 · #

Cara Laura,
la tua impressione conferma la mia. Quella di una nazione accogliente e per larga parte ancora legata alle sue tradizioni, ma in completa trasformazione. Del resto l’osservatorio scolastico che ci descrivi, rimane sempre uno dei luoghi privilegiati per fotografare la società attuale e comprendere in che direzione si sta muovendo.
Grazie del tuo contributo e ..buon viaggio!
ps. ovviamente lo scrittore è William Trevor (e non Trevis come avevo scritto), ma come sai quando si scrive di getto e non si ricontrolla, gli errori sono li a portata di penna….

scritto da Paolo Mattana · 19 settembre 2007, 12:38 · #

Complimenti Paolo!!

scritto da domenico · 21 settembre 2007, 21:48 · #

Ho apprezzato il bell’articolo sull’Irlanda, terra alla quale sono legata da motivi personali. Non ricordavo L’ultimo dei mohicani che come romanzo di J.F. Cooper. Rileggerò The true belivers, e per questo gioco di specchi e di rimandi, ti suggerisco, se non l’hai fatto, per associazione di idee con La metà di niente, Il resto di niente, di Enzo Striano, che parla di Napoli. Che c’entra Napoli? Io un fil rouge ce lo vedo…

scritto da leilamascano · 23 novembre 2007, 08:54 · #

Grazie Paolo,
mi hai convinta, le prossime vacanze in Irlanda

scritto da Elsa · 2 gennaio 2008, 16:51 · #

Ciao :) ho letto il tuo post e mi ha colpito tanto. Studio biologia e sono un’“aspirante ricercatrice” :-)
Adoro l’Irlanda, tante volte ho fantasticato di andare a vivere lì, magari trovare lavoro in quella magica terra che mi è rimasta nel cuore.
Complimenti per le tue parole, le citazioni e i commenti. E grazie per avermi suggerito qualche autore da conoscere ;) tornerò a leggerti, ti auguro una buona giornata.^^

scritto da Vale · 14 giugno 2008, 14:10 · #

Cara Vale,
intanto grazie per i tuoi complimenti…
Se la tua passione è la ricerca nell’area biomedica, e soprattutto in campo farmaceutico e/o biotecnologico, ti confermo che l’Irlanda fa per te.
Da qualche anno a questa parte è diventata infatti dal punto di vista scientifico sempre più terra di opportunità sia nelle università, che nelle aziende. A partire da Galway e Dublino, Cork o Limerick, sono certo che troverai ciò che fa per te.
Nel frattempo buona lettura, buono studio e soprattutto in bocca a lupo!

scritto da paolo mattana · 16 giugno 2008, 11:26 · #

Grazie Paolo :)
le tue parole mi incoraggiano molto. Saprai bene quanto sia poco onorata la ricerca in Italia. L’Irlanda è sempre nei miei sogni. A settembre molto probabilmente tornerò a visitarla, magari lascerò qui un commentino post viaggio. Nel frattempo, crepi! :)
Vorrei lasciarti con il testo di una canzone meravigliosa, una vera e propria poesia dedicata alla signora Irlanda.

In un giorno di pioggia

Addio, addio e un bicchiere levato al cielo d’Irlanda e alle nuvole gonfie.
Un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Anna Liffey e alle strade del porto.
Un sorso di birra per le verdi brughiere e un altro ai mocciosi coperti di fango,
e un brindisi anche agli gnomi a alle fate, ai folletti che corrono sulle tue strade.

Hai i fianchi robusti di una vecchia signora e i modi un po’ rudi della gente di mare,
ti trascini tra fango, sudore e risate e la puzza di alcool nelle notti d’estate.
Un vecchio compagno ti segue paziente, il mare si sdraia fedele ai tuoi piedi,
ti culla leggero nelle sere d’inverno, ti riporta le voci degli amanti di ieri.

E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell’ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.

Hai occhi di ghiaccio ed un cuore di terra, hai il passo pesante di un vecchio ubriacone,
ti chiudi a sognare nelle notti d’inverno e ti copri di rosso e fiorisci d’estate.
I tuoi esuli parlano lingue straniere, si addormentano soli sognando i tuoi cieli,
si ritrovano persi in paesi lontani a cantare una terra di profughi e santi.

E’ in un giorno di pioggia che ti ho conosciuta,
il vento dell’ovest rideva gentile
e in un giorno di pioggia ho imparato ad amarti
mi hai preso per mano portandomi via.

E in un giorno di pioggia ti rivedrò ancora
e potrò consolare i tuoi occhi bagnati.
In un giorno di pioggia saremo vicini,
balleremo leggeri sull’aria di un Reel.

scritto da Vale · 18 giugno 2008, 20:15 · #

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