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Poche Chiacchiere: "I'm A Boy"

"I'm A Boy"

Secondo appuntamento con un testo rock.
Stavolta voglio proporre qualcosa di semplice, talmente chiaro che non ha bisogno di interpretazioni. E’ “solo” un quadretto, una storiella, ma secondo me è terribile nella sua lucidità.

Il brano è I’m A Boy, degli Who, 1966.
L’autore, Pete Townshend, spesso ha scavato nei ricordi di infanzia (sembra che da piccolo abbia anche subito violenza da un familiare) traendone descrizioni ora divertite ( Tattoo, Pictures of Lily, Mary Jane with the shaky hand ) ora drammatiche e inquiete ( Tommy, Quadrophenia ).
Per lui l’infanzia (e l’adolescenza) è forse la chiave di tutto, ed è comunque il pozzo da cui tutti traiamo grandi insegnamenti positivi o negativi (vedi My Generation, The kids are allright, Baba O’Riley, Stop Hurting People )

SONO UN RAGAZZO
(il titolo, pensando all’epoca in cui fu scritto, farebbe presagire una canzonetta d’amore, tutt’al più un canto di fiera appartenenza a un gruppo di adolescenti… niente di tutto questo!)

Una delle ragazze si chiamava Jean Marie
Un’altra ragazzina era Felicity
Un’altra ragazzina era Sally Joy
La quarta ero io, e io sono un ragazzo

Mi chiamo Bill, e sono un caso disperato
Quelle si esercitano al trucco usando la mia faccia
Mi devo ritenere fortunato se trovo un paio di pantaloni da indossare
Passo la sera togliendo forcine dai miei capelli

Sono un maschio, sono un maschio,
Ma mia madre non vuole ammetterlo
Sono un ragazzo, sono un ragazzo,
Ma non posso neanche dirlo, sennò le busco…

Mettiti il vestito lungo, Jean Marie
Fatti le trecce, Felicity
Dipingiti le unghie, piccola Sally Joy
Infilati la parrucca, ragazzo!

Sono un maschio, sono un maschio,
Ma mia madre non vuole ammetterlo
Sono un ragazzo, sono un ragazzo,
Ma non posso neanche dirlo, sennò le busco…

Voglio giocare a cricket sull’erba
Correre in bici in mezzo alla strada
Voglio tagliarmi e vedere il mio sangue
Voglio ritornare a casa tutto sporco di fango

*****************************
Credo che il testo parli da solo.
Personalmente, ogni qualvolta lo leggo, mi stupisce la lineare spietatezza con cui viene affrontato un tema talmente delicato. Chissà, lo stesso argomento, in mano a un letterato, avrebbe richiesto pagine complesse, per ottenere magari un effetto emozionalmente inferiore.

La costruzione, dopo i primi tre versi innocui – e il “colpo di scena” nel quarto – vede l’impennarsi sempre più brusco del dramma, fino all’accorato ritornello in cui si svela il “perché” del problema.

Poche immagini essenziali, che descrivono tutto un mondo di umiliazioni, ma senza mai scadere nel patetico: sembra sempre che su tutto aleggi un sorriso di comprensione.

Riuscitissimo, poi, il cambio di registro con cui, nell’ultima strofa, il protagonista passa dall’autocommiserazione a una fiera affermazione di identità, quasi a dire “basta” ai piagnistei e alla sottomissione. Che lasci intendere l’inizio di una riscossa, una rivolta (anche cruenta!) contro colei che gli ha rovinato la vita?

Inserito il 14/03/2007 da Glauco Cartocci | ci sono 5 commenti

A voi la parola

“Passo la sera togliendo forcine dai miei capelli” è in effetti un verso pieno di buffa ironia e disperazione insieme.
MI colpisce l’assenza della figura paterna da questo racconto. Mancava nella sua vita? E’ secondo te (posso darti del tu?) un’omissione? Una censura? Una rimozione? Forse invece la “madre” nominata è piuttosto il “padre”, forse sono le sue attenzioni e violenze ad averlo fatto sentire, snaturandolo, una “femmina”?
Ipotizzo e chiedo, perché non so.

scritto da Armando · 16 marzo 2007, 08:09 · #

Certo Armando che puoi darmi del tu, anzi DEVI! :-)))
Beh, la tua ipotesi sulla trasposizione della figura paterna è suggestiva, ma mi sembrerebbe improbabile che un padre violentatore possa essere etichettato come “femminile”.
Io (non stando nella testa di Pete Townshend) mi immagino una di quelle madri terribili che voleva a tutti i costi una femminuccia e ha “rimediato” in questo modo, trasformando il povero Bill.
Il padre lo vedo relegato in un sottoscala, terrorizzato da questa virago castratrice che ha plasmato tutta la famiglia secondo i suoi desideri.
Non sono rare, purtroppo, situazioni del genere (un analogo contesto, che presenta una nonna tremenda, è adombrato nel film “Red Dragon”).
Volendo immaginare un quadro ancora più drammatico, il povero Bill “femminilizzato” potrebbe anche essere stato violentato (dal padre? da uno zio?) ma fortunatamente questo aspetto non si evince dalla canzone.

Nella famosa opera rock “Tommy” ci sono due brani (ad opera di John Entwistle, il bassista), che trattano questo tema. Il protagonista, muto cieco e sordo in seguito a uno shock infantile, viene lasciato solo con lo zio Ernie che fa con lui strani giochetti, e un’altra volta col cugino Kevin, un bulletto, che si “limita” a spegnergli le sigarette sul braccio e a buttarlo giù per le scale…
Entwistle scriveva poco, ma il suo “humour” nero completava perfettamente il quadro generale tracciato da Townshend.

Ti ringrazio dell’intervento; mi piacerebbe sapere se avevi mai sentito nominare la canzone in precedenza, anche per capire se questo tipo di approccio che ho iniziato può essere significaativo.

scritto da glauco cartocci · 16 marzo 2007, 08:52 · #

La canzone non la conoscevo. Mi sto incuriosendo dei tuoi post proprio perché sono digiuno nel campo che tu così bene proponi e offri alla riflessione. Mi fa piacere constatare come dai testi di canzoni forse più famose per la musica che le accompagna (almeno per noi “stranieri” che di certo non riusciamo in quel modo a afferrarne il senso) si possano aprire varchi per ragionamenti “poetici”. Trasformare la musica in letteratura mi sembra un’ottima idea. Forse in effetti è generalmente sottovalutato l’aspetto letterario di chi scrive nell’ambito musicale.

scritto da Armando · 16 marzo 2007, 21:22 · #

Armando, grazie della precisazione e dell’incoraggiamento (lo prendo come tale).
Quello che mi premeva far notare è come l’impatto di questi testi rock sia ottenuto con un linguaggio anche asciutto, privo di vocaboli ricercati o aulici.
Non dico che sia l’unica modalità di scrittura (altri liricisti come Sinfield o Reid usano termini più “letterari” e immaginifici), ma in linea di massima è caratteristico del rock esprimersi tramite uno stile molto vicino al parlare di tutti i giorni.
Ho intenzione, per i prossimi post, di insistere su questa tipologia di lirica, poi più in là magari possiamo esaminare anche un esempio che si avvicina maggiormente alla “poesia” comunemente intesa.

scritto da glauco cartocci · 19 marzo 2007, 09:50 · #

per maggiori informazioni basta vedere il film di tommy

scritto da keith · 31 maggio 2007, 16:03 · #

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