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Poche Chiacchiere: Il vento grida Mary

Il vento grida Mary

Stavolta voglio provare a inserire un testo leggermente ermetico o evocativo, chiamiamolo come volete.
Intendo dire che non sono liriche totalmente suscettibili di spiegazione, e per questo motivo potrebbero essere avvicinabili maggiormente al tradizionale concetto di “poesia”, termine che cerco accuratamente di evitare quando si parla di canzoni.

Il brano è uno dei primi di Jimi Hendrix, “The wind cries Mary”, 1967 – che è anche ritenuta una delle sue opere maggiori dal punto di vista melodico o musicale in senso lato.
Ci sono autori che usano tale tipologia di testo in modo molto più spinto: Peter Brown, Pete Sinfileld, Keith Reid… essi inseriscono anche vocaboli ricercati o “colti” e riferimenti epici-letterari.
Ma, dal momento che vorrei sentire anche i vostri pareri (formulerò alcune domande specifiche), ho scelto questo testo di Hendrix perché raggiunge un ottimo equilibrio fra linguaggio comune, semplice, e immagini oniriche.

Dopo che tutti i pupazzi si sono rintanati nelle loro scatole
e i clown sono tutti andati a letto
Tu puoi sentie la felicità che incede barcollando giù per la strada
orme di piedi vestiti in rosso
e il vento sussurra Mary
————-
Una scopa spazza via mestamente
i pezzi rotti della vita di ieri
Da qualche parte una regina piange
Da qualche parte un Re è senza moglie
e il vento grida Mary
————-
Domani i semafori diverranno blu
e spanderanno la loro luce vuota sul mio letto
l’isola minuscola va alla deriva seguendo la corrente
perché la vita che essi hanno vissuto è morta
E il vento urla Mary
————-
Si ricorderà mai il vento
di tutti i nomi che ha soffiato nel passato?
con la sua stampella, la sua vecchiaia e la sua saggezza
sussurra “no, questo sarà l’ultimo”
E il vento grida Mary

Un paio di notazioni; è simpatica la genesi del brano: sembra che Jimi avesse avuto un diverbio con la sua ragazza, Kathy Mary Etchingham, relativo a… faccende di cucina! lei se ne andò sbattendo la porta e Jimi, per fare pace, le scrisse questa canzone bella ed evocativa. Alle volte lo stimolo artistico nasce da cose minute, prosastiche!

Non ho note specifiche da fare sul testo (anche perché non vorrei fornire interpretazioni, ma lasciarle a voi). Segnalo solo che la primissima immagine (“after all the Jacks are in their boxes”) si riferisce a quei pupazzi a molla che escono dalle scatole, per l’appunto chiamati Jack-in-the-box.
Ma, per un chitarrista elettrico, il jack è anche il cavo che collega lo strumento al “box”, ovvero all’amplificatore! (quindi la frase può anche essere letta in altro modo).
La frase con cui inizia la terza strofa “the traffic lights will turn blue tomorrow” va letta tenendo presente che per gli inglesi il blu è il colore della malinconia. Ha l’effetto di “spengere”, in un certo senso, quele orme rosse che stavano camminando dalla fine della prima strofa!
Hendrix ricorre spesso a riferimenti cromatici, il culmine del suo “colorismo” è in “Axis Bold as Love”, davvero un arcobaleno in musica.

E vengo alla questione.
Questo tipo di lirica è sfuggente, talora astrusa; obbliga il lettore a confrontarsi con i suoi riferimenti personali per interpretarla; molto più di un testo descrittivo (come ad esempio I’m a Boy, che abbiamo già visto).
Richiede uno sforzo maggiore, e in fin dei conti ti lascia sempre con un pugno di mosche, perché non si può avere la certezza che l’artista volesse dire proprio quello che noi abbiamo ricavato dalla lettura. Nella Letteratura e nella Poesia questo tipo di dibattito è alquanto vecchio, ma limitiamoci (vi prego) alle canzoni rock.

Ritenete che sia pretenzioso per un rocker giocare a fare il poeta, stuzzicare l’immaginazione?
Vi sentite in un certo senso oggetto di mistificazione, come se l’autore del testo avesse messo delle parole a caso, buone solo per la rima?
Sarebbe meglio che il rock parlasse di situazioni concrete e tangibili?
E, nel caso invece troviate interesssante questo “lirismo”, c‘è una linea di demarcazione oltre la quale ci si spinge troppo nell’assurdo, nell’opinabile, in fin dei conti si “esagera”?
Esiste un criterio personale per distinguere le parole sincere, che parlano all’ascoltatore, da quelle “buttate là” o inserite solo per fini commerciali?

Inserito il 17/05/2007 da Glauco Cartocci | ci sono 11 commenti

A voi la parola

Vedo che sai fare tesoro dei consigli…..

“Ritenete che sia pretenzioso per un rocker giocare a fare il poeta, stuzzicare l’immaginazione?”
No. Mi viene in mente Woody Allen “Per lei il sesso è una cosa sporca? Se fatto bene, sì”.
La lirica (nel senso di testo) come la musica (come la poesia – esagererei) deve farti scattare quel piccolo meccanismo che ti porta all’identificazione tramite metafora o “scarto di senso”. Perciò ogni gioco va bene – Se il rocker ne è capace ovviamente, altrimenti è meglio che suoni e basta.
“Vi sentite in un certo senso oggetto di mistificazione, come se l’autore del testo avesse messo delle parole a caso, buone solo per la rima?”
No, so riconoscere una cazzata quando la sento (si può dire cazzata in questo blog?). La rima, in quanto gioco linguistico, può essere, anche in estrema semplicità, stuzzicante, evocativa, sovversiva, provocatrice/trasgressiva. A volte anche insopportabilmente banale…(vedi risposta precedente).
“Sarebbe meglio che il rock parlasse di situazioni concrete e tangibili?”
A-Wop-bop-a-loo-lop a-lop-bam-boo
Tutti Frutti, all over rootie,.....
A-wop-bop-a-loo-lop a-lop bam boo.
“E, nel caso invece troviate interessante questo “lirismo”, c‘è una linea di demarcazione oltre la quale ci si spinge troppo nell’assurdo, nell’opinabile, in fin dei conti si “esagera”?”
Sì: Fin che la barca va, lasciala andare,
fin che la barca va, tu non remare,
fin che la barca va, stai a guardare,
quando l’amore viene il campanello suonerà.
“Esiste un criterio personale per distinguere le parole sincere, che parlano all’ascoltatore, da quelle “buttate là” o inserite solo per fini commerciali?”
Sì, il proprio criterio personale appunto: ciò che ti piace, che ti suona bene, quello che avresti una grandissima voglia di cantare anche non capendo le parole.
Well…..
I said I know it’s only rock ‘n roll but I like it
I said I know it’s only rock ‘n roll but I like it
I said I know it’s only rock ‘n roll but I like it, like it, yes, I do.

scritto da Carla · 17 maggio 2007, 12:44 · #

Beh… se non può essere libero chi fa musica… Personalmente il senso non è necessario da rintracciare, ed è vero soprattutto nelle canzoni, dove talvolta una semplice strofa, magari slegata dal contesto della lirica ma che per te, per associazione di idee personale, riveste una forza evocativa, diventa indimenticabile.
Credo il rock non debba costituire un’eccezione, è solo un sentiero musicale come altri, secondo i gusti o la complessità che l’orecchio esige per essere “attizzato” al piacere dell’ascolto.
Questa canzone che riporti mi fa pensare a una ciucca un po’ malinconica, dedicata a una donna che forse lo vuole lasciare.

scritto da Armando · 18 maggio 2007, 07:31 · #

Grandissimo Cartocci, lo so che non centra nulla il commento ma ho letto “il caso del doppio beatles”, sapevo già tutto, ma finalmente qualcuno che metta nero su bianco! Fantastico!

scritto da Jan · 22 maggio 2007, 20:13 · #

risposte in breve:
Carla… sei insostituibile. Conoscerti su questo blog è stato veramente significativo.
Armando: grazie dei tuoi commenti, come sempre centrati. A entrambi comunico che nel prossimo post tralascerò momentaneamente di parlare di uno specifico testo per riallacciarmi alle vostre osservazioni sul “senso” e sull’ispirazione.
A Jan dico che sono felice che gli sia piaciuto il mio libro, e lo invito a partecipare al forum di Leggende Metropolitane dedicato a PID, del quale faccio attivamente parte, e che è frequentato da gente davvero intelligente e simpatica.
Senza smettere di commentare qui, beninteso!
Please go on posting!
We are few but very very good….

scritto da glauco cartocci · 23 maggio 2007, 08:09 · #

Ciao Glauco! Anche io ho avuto il piacere di leggere il libro indicato da Jan, e devo proprio farti i miei complimenti! E’ veramente stupendo! Bravissimo!

scritto da Ste · 28 maggio 2007, 18:46 · #

Vuoi che giochiamo insieme?Allora ascolta…

La festa è finita e abbiamo
raccolto i giochi sparpagliati sul pavimento. I pupazzi sono rientrati nelle scatole e i clown andati via.Anche il tempo dei sogni è finito, e la felicità barcolla, ubriaca, perché ha perso la strada, e da noi si allontana.La principessa che ha indossato le scarpette rosse ballerà dannata per l’eternità, e il Re e la Regina non vivranno felici e contenti. Mary, dove sei? Il vento grida il tuo nome. Da quella festa che fu la nostra infanzia le promesse non sono mai sbocciate e della vita fin qui non restano che cocci da spazzare via. Domani la mia tristezza renderà azzurri semafori e lampioni, e nel loro riverbero come quando ero bambino al buio starò solo nel mio letto, isola minuscola alla deriva. Mary, dove sei? Il vento urla il tuo nome. Perfino lui stanotte ansima come un vecchio stanco che trascina le stampelle. Nomi e volti ha cancellato dal mio cuore, ma non il tuo, mio amore intatto,mio amore dell’infanzia, solo il tuo nome è rimasto. Vorrei avere dieci anni, e che fosse il mio compleanno,i tuoi occhi di sogno e la tua bocca bambina che mi dice domani. Voglio il bacio che non mi desti. Mary, dove sei? Il vento grida il tuo nome.

scritto da leilamascano · 24 novembre 2007, 23:05 · #

Beh, certo che possiamo giocare!
Il nome del gioco?
Non è facile sintetizzare in una parola o due questo “prendere ispirazione dagli artisti per rimasticare ed elaborare” che stai facendo tu.
Ma se vediamo bene è proprio questo il fine ultimo di qualsiasi espressione artistica. Dare spunti. Non risposte o soluzioni, non linee di arrivo.

Continua così, leila. E grazie.

scritto da glauco cartocci · 26 novembre 2007, 10:03 · #

Sono contenta che ti sia piaciuta.Se ce ne sarà occasione, ti mannderò qualche altro esperimento. Neppure io so da dove pesco queste rielaborazioni, che mi arrivano come le immagini di un film…probabilmente la principessa viene dalla bambina della fiaba di Andersen, punita per la sua voglia di libertà e di ribellione alle convenzioni…grazie per aver dato spazio alle mie fantasticherie.

scritto da leilamascano · 26 novembre 2007, 15:30 · #

Pescata anche una traduzione mia di The Chrystal Ship, poi davvero per un po’ torno nei fondali bui…eh eh, mica mi voglio inflazionare! , grande Morrison,1967.

Prima di sprofondare nel mio smarrito nulla
vorrei un tuo bacio ancora che renda all’improvviso possibile
la felicità
solo un bacio ancora, solo uno.

Questi giorni splendenti sono pieni di dolore.
Fammi stare al sicuro nella tua pioggia leggera
La volta che fuggisti fu pura follia
Certo ci rincontreremo ancora

Dimmi dov‘è che la tua libertà si nasconde,
le strade sono campi che non morranno mai
Mi devi solo spiegare
perché vuoi piangere, ed io volare.

La nave di cristallo è quasi carica ormai
Mille ragazze, mille fremiti
Un milione di modi per passare il tempo
Ma sai che al ritorno ti scriverò due parole.

scritto da leilamascano · 28 novembre 2007, 08:57 · #

Leila, ho tolto dal tuo messaggio il testo originale perché superfluo (chi vuole lo può cercare in Rete).
Per il resto ti dico che questa è una delle mie canzoni favorite dei Doors, e che forse la tua bella traduzione meritava di essere postata insieme alla mia di Riders on The Storm. (ma non mi sembrava giusto spostarti, se vuoi ripostala lì).
Se ci legge ancora SaraS (grande Morrisoniana) ne sarà felice.

Thks again!

scritto da glauco cartocci · 28 novembre 2007, 12:47 · #

Ieri ho risentito The crystal ship. Pensavo alla pioggia leggera, quella che sorprende giardini polverosi, aridi cortili, e lieve, con dita di rugiada, disseta le piante agonizzanti, l’erba secca ridotta a sterpaglia, e tutto rinnova, pulendo l’aria, rendendole il suo terso splendore…sì, fossi un uomo è in questa pioggia leggera che vorrei in cui rifugiarmi.In una sua poesia B.Brecht parla d’un bacio e d’una nuvola.
Un dì nel mese azzurro di settembre
quieto all’ombra di un giovane susino
tenevo all’ombra il quieto e pallido amor mio
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era, e a lungo la guardai, una nuvola.
Era assai bianca e alta da non credere
e quando la cercai non c’era più.
................
Era assai bianca e mi veniva incontro
Sono forse i susini ancora in fiore
forse il settimo figlio quella donna avrà
ma pochi istanti fiorì quella nuvola
e quando la cercai era già vento.
E dunque qui la nuvola apportatrice di pioggia lieve e leggera che rinnova e disseta sembra essere la giovinezza, l’amore…e non sempre si trasforma nella pioggia agognata, ma talvolta in vento. Ed è nostagia, e sono le occasioni perdute, ed è la felice stagione in cui la vita ti si schiude con le promesse d’un bacio dato da labbra infantili come le tue…è quel vento che grida Mary.

scritto da Leila Mascano · 6 aprile 2008, 07:18 · #

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