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Poche Chiacchiere: Il Muro

Il Muro

Se guardiamo i conflitti in atto nel mondo, l’anno che è appena trascorso non sembra essere stato meno devastante di quelli passati. Storie, immagini e racconti, che sembrano ripetersi a dispetto delle sofferenze che generano, senza mai insegnare nulla. C’è un luogo sulla Terra, in particolare, dove la guerra e l’odio sembrano non finire mai.
“L’albero dei limoni” è un film di Eran Riklis che è ora nelle sale cinematografiche, che vale la pena di vedere e che parla proprio di quei luoghi. C’è un ministro della difesa Israeliano che va a vivere vicino al confine della Striscia di Gaza. La sua vicina è una vedova palestinese che coltiva un campo di limoni. La convivenza è impossibile in un Paese in costante guerra civile. E allora per motivi di sicurezza, si alzano fili spinati, si tagliano gli alberi, si innalzano muri.

David Grossman non ha bisogno di presentazioni. Il grande scrittore israeliano continua a battersi con le sue parole a favore della pace, anche dopo la perdita del figlio in guerra, avvenuta nell’agosto del 2006, durante il recente conflitto Israelo-Libanese. Nel suo libro “Con gli occhi del Nemico”( Mondadori, 2007), scrive: “Perché, quando riusciamo a leggere il testo della realtà con gli occhi del nemico, allora quella realtà in cui noi e il nostro nemico viviamo ed agiamo diventa improvvisamente più complessa, più realistica; possiamo riprenderci parti che avevamo espunto dal nostro quadro del mondo. Da questo momento, la realtà non è più soltanto il riflesso delle nostre paure e delle nostre recondite aspirazioni, delle nostre chimere e della nostra ragione inappellabile: ora diventiamo capaci di vedere anche la storia dell’altro, attraverso i suoi occhi; sperimentiamo un contatto più sano e incisivo con i fati. Aumentano così le nostre probabilità di evitare errori fatali, e diminuiscono quelle di incorrere in una visione egocentrica, chiusa e limitata. Così possiamo anche cogliere – in modi che prima non potevamo permetterci- il fatto che quello stesso nemico mitico, minaccioso e demoniaco non è altro che un insieme di persone spaventate, tormentate e disperate quanto noi. Questa scoperta, secondo me, è l’inizio necessario di un lungo processo di risveglio e di conciliazione”.
Sempre dallo stesso libro. E’ il 4 Novembre 2006, nell’occasione di un discorso pronunciato per la commemorazione di Rabin, che Grossman, tra le altre cose, dice: “La tragedia che ha colpito me e la mia famiglia non mi concede privilegi nel dibattito politico, ma ho l’impressione che il dover affrontare la morte e la perdita di una persona cara comporti una certa lucidità e chiarezza di vedute, perlomeno per quanto riguarda la distinzione tra ciò che è importante e ciò che è secondario, tra ciò che è possibile ottenere e ciò che è impossibile. Tra la realtà e il miraggio. […] Proprio come ci sono guerre combattute per mancanza di scelte, così c’è anche una pace che si rincorre per “mancanza di scelta”. Non abbiamo scelta, né noi né loro. E dobbiamo aspirare a questa pace forzosa con la stessa determinazione e creatività con cui partiamo per una guerra forzosa. Perché non abbiamo scelta, e chi ritiene che ci sia, che il tempo giochi a nostro favore, non capisce i processi pericolosi in cui siamo già coinvolti.”

Anch’io sono stato in quei luoghi. Era il 1998. Due anni prima della seconda Intifada. Un periodo di relativa tranquillità, ma la tensione era alta lo stesso. Lo intuivi dall’incredibile numero di militari, spesso poco più che ragazzi, che presidiavano la città. Lo capivi definitivamente quando prendevi l’aereo per tornartene a casa e l’aeroporto di Tel Aviv era blindato come una zona di guerra e addetti alla sicurezza ti trattengono per ore, prima di lasciarti andar via con il mitra spianato e fingendo continui allarmi di bomba.
Una mattina prendo un taxi. Il tassista è un arabo cristiano, da quelle parti, la minoranza delle minoranze. Lascio Gerusalemme e mi dirigo verso sud. Posti di blocco, polvere, bambini per strada, quartieri distrutti. Ci fermiamo. Una strada semisterrata. Vicino un piccolo bazar. E’ la frontiera. Israele da una parte, Palestina dall’altra.
“Non abbiate timore,ora arriva mio fratello” mi dice sereno il tassista. Arrivò un altro taxi. Ci portò dall’altra parte del confine e poco dopo arrivammo a Betlemme. Lì ci attendeva una splendida, bianca piazzetta, in fondo alla quale, sulla destra, c’era la madre di tutte le Chiese, la Basilica della Natività.
Adesso per andarci bisogna passare un muro alto tre volte quello di Berlino.

Sessanta anni fa, il 10 dicembre del 1948, veniva firmata alle Nazioni Unite, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Il primo articolo recita: Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Buon Natale a tutti.

Paolo Mattana, 22 Dicembre 2008

Inserito il 22/12/2008 da Paolo Mattana | ci sono 4 commenti

A voi la parola

Dire qualcosa, qualsiasi cosa su una tragedia come il conflitto arabo- palestinese è cosa da fare tremare le vene dei polsi. Ecco un popolo, gli Arabi, che vive in un certo senso fermo nel tempo, nelle sue terre aride. L’arrivo degli Ebrei trasforma quei campi, li rende fertili,dona loro una nuova vita.Gli Arabi hanno sempre avuto serie difficoltà a comunicare col mondo esterno alla loro cultura, alle loro tradizioni. L’odio non poteva che esplodere, per come sono andate le cose, con questi uomini legati a tradizini antiche che hanno visto il loro mondo andare in pezzi, che sono stati costretti ad indietreggiare, che hanno pensato che fossero la loro stessa cultura e sopravvivenza ad essere minacciate. E dall’altra un popolo laborioso, entusiasta, forte, anche capace di grandi durezze all’occorrenza, e come non comprenderlo, e questa terra bellissima e strana, così importante, così simbolica per tutti e così dilaniata. Io non so che dire. Mi viene in mente un servizio fotografico sui ragazzi di Israele, vittime degli attentati, ed erano stanze ridenti come quelle dei nostri fratelli e figli e come quelle che abbiamo occupato noi, e questi ragazzi perlopiù erano sdraiati sul letto, sorridenti, molti bellissimi, solo che al posto dei pattini o dello skate c’erano le protesi, perché avevano perso gambe, o braccia, ed alcune erano ridenti ragazze, ed era magnifico e terribile che sorridessero ancora. Allora ti veniva la ribellione, l’odio…e passavi alle stanze dei ragazzi che si erano fatti esplodere per tutto quel dolore, e ti si stringeva il cuore, perché a uno che ha zero, una specie di stalla, uno stuoino per terra, zero futuro e zero prospettive,quando gli vengono a dire che diventerà un eroe, che i suoi fratellini studieranno, sua madre mangerà e Allah in persona l’aspetta,è difficile dire di no.Cercate di vedere le cose da questo punto di vista, per gli Arabi i Cristiani sono colpevoli del genocidio, e si scaricano dalle responsabilità mandando gli ebrei in Palestina, così che chi paga sono gli Arabi.In effetti ne erano successe di cotte e di crude nel 46/47.Dopo la rimozione di Churchill il nuovo ministro Bevin boicottò gli ebrei, ordinando alla marina britannica un blocco alla Palestina, dove furono mandate migliaia di soldati inglesi: furono creati dei campi di concentramento, furono arrestati i menbri dellOrganizzazone ebraica etc,e per tutta risposta saltò il quartier generale inglese. Gli inglesi scelsero di negoziare: proposero una ripartizione in tre settori, arabo, ebraico e britannico,sotto il loro governo. Fu respinta quest’ipotesi, e la palla passò alle Nazioni unite.Nel 47 ci fu un’assemblea a Lake Success, per votare due stati separati, palestinese ed arabo.Ma questa non fu la fine dei problemi, semmai l’inizio.
Sono passati oltre sessant’anni, e appare chiarissimo che quel che dice Grossman è fin troppo vero. Non solo la pace è l’unica soluzione “per forza”, ma non c‘è più tempo. Ne è passato fin troppo. Troppo lutto, troppo sangue nei posti da cui è partito il messaggio della pace e dell’amore nel mondo.Ci vuole un futuro possibile perché i ragazzi arabi possano sperare in un futuro che non sia di morte e di violenza, e i ragazzi ebrei, tutti, possano giocare al pallone con le loro gambe, e andare a scuola senza timore di saltare in aria. Con la collaborazione di tutti, perché quella è la polveriera del mondo, e semmai qualcosa sarà Armageddon è da lì che partirà.

scritto da Leila Mascano · 28 dicembre 2008, 00:09 · #

Ciao Paolo,
gentilmente potresti dimi il nome di quel faro in cile contornato da rocce definibili anche con il termine di pepite?
ringraziandoti cmq
cordiali saluti
alessandro

scritto da alessandro · 17 marzo 2009, 16:31 · #

Gentile e molto speciale Leila Mascano, un bacio, una carezza ai suoi pensieri, e esco di qui in punta di piedi. Il tempo inesistente del passato, gli occhi inumiditi.

scritto da frank spada · 12 giugno 2009, 16:03 · #

Il cuculo si posa su un ramo e depone il suo uovo nel nido di un’ altra specie di uccelli, simile alla sua.
Ne depone uno solo.
Poi riparte verso un altro nido per deporre solo un uovo e così via, da Aprile in poi fino a deporre una ventina di uova.
Il cuculo neonato è precoce: vede la luce prima dei suoi compagni di nido.
Così, alla schiusa dell’ uovo, si sbarazza delle altre uova ancora chiuse con il dorso, gettandole fuori dal nido.
I genitori adottivi, sotto inganno, trattano il nascituro come un figlio proprio e lo nutrono per circa un mese, insegnandogli a volare ignari che domani esso andrà a deporre un uovo in altri venti nidi.
Un solo uovo per ogni nido.
——————
David Ben Gurion, nel 1937, disse:“Dobbiamo espellere Arabi e prendere i loro posti”.
David Ben Gurion, nel Maggio del 1948 affermò:“Dobbiamo usare il terrore, l’ assassinio, l’ intimidazione, la confisca dei terreni ed il taglio di tutti i servizi sociali per liberare la Galilea dalla sua popolazione araba”.
Ancora prima, altri già vivevano nell’ America Settentrionale dove, col tempo, divennero i padroni dell’ economia americana grazie alle banche ed all’ usura.
Nel 1948 poterono finalmente cambiare il proprio nome da “popolo ebraico” in “popolo d’ Israele”, giacchè solo alle ore 16:00 del 14 Maggio 1948 nel museo di Tel Aviv Ben Gurion proclamò ufficialmente la nascita dello Stato d’ Israele, peraltro mai riconosciuto dalle popolazioni native: quelle palestinesi.
Nei millenni il popolo ebraico, nonostante le diaspore a partire dagli Ottomani di Nabucodonosor per finire all’ Olocausto di Hitler, mai ha avuto una terra se non quella sempre promessa ad Abramo e mai donata.
Vero è che l’ hanno ottenuta come il cuculo ottiene il nido.
Oggi il massimo potere è in mano al popolo ebraico: è il potere del denaro, quel veicolo che compra i governi, gli armamenti, gli stessi poteri degli altri Stati.
Il popolo ebraico avrebbe ogni possibilità di conquistare il mondo così come Hitler ha provato a fare. Ma se ad Hitler mancava la formula per ottenere l’ acqua pesante (venduta agli americani da uno scenziato italiano fuggito dai servigi al “sein Fuehrer”), il popolo ebraico non ha bisogno di alcuna formula. E’ sufficiente il suo quoziente intellettivo notoriamente al di sopra della media unito al suo potere economico. Il popolo ebraico non ha interesse a conquistare il mondo perchè il mondo è già suo.
Almeno il mondo degli uomini.
Gli Arabi hanno tradizioni ed intelligenza radicate da sempre nella loro religione, mentre lo Stato d’ Israele nasce quale Stato laico (Ben Gurion era addirittura ateo).
Israele ha bisogno di espandersi ed i Palestinesi hanno bisogno che le loro tradizioni rimangano immutate nel tempo.
Dal 1993 al 2000 regnarono sette anni di pace.
Ricordo ancora la sera quando, nel settembre del 2000, al telegiornale annunciarono che un gruppo di israeliani aveva preso a sassate un gruppo di palestinesi in preghiera.
Da lì i Palestinesi reagirono con violenza nel rispetto del loro credo.
Il 28 Settembre 2000, sotto la guida di Sharon (allora non meno violento di Hitler ed oggi un vegetale), un migliaio di uomini armati entrarono sulla Sacra Spianata di Gerusalemme.
La storia vuole che Hitler ordinasse di uccidere dieci Ebrei per ogni Tedesco ucciso.
Ricordo che Sharon ordinò di uccidere cento Palestinesi per ogni Ebreo ucciso.
Nel 2006 i Palestinesi morti furono 5.250 contro i 1077 Ebrei.
La vita di un Israeliano è valsa la vita di quasi cinque Palestinesi.
Oggi come allora i Palestinesi si fanno saltare in aria e gli Israeliani si dichiarano vittime dell’ intifada.
Poi mandano l’ esercito a decimare un pò di Palestinesi, storicamente legittimati dall’ olocausto tedesco della seconda guerra che fa da ombra a questa nuova shoah sotto gli occhi increduli e sbigottiti del resto del mondo e di quella grande nazione che in nome della Pace attacca l’ Iraq, dove abbonda il petrolio, ma ignora Israele per paura di un golpe economico che la ridurrebbe immediatamente sul lastrico peggio di qualsiasi recessione.
Ora mi chiedo: Quanto vale ora, per gli Israeliani, la vita umana in confronto ai tempi di Hitler; ora che l’ equazione vuole che dieci Ebrei stanno ad un Tedesco come cento Palestinesi stanno ad un Ebreo?
Non siamo forse tutti uguali?
Mi chiedo: è mai possibile che una popolazione talmente potente da non aver bisogno di fare guerre per conquistare quel mondo del quale è già proprietaria, un popolo con un’ intelligenza così superiore si perda nell’ errore hitleriano di cadere in un odio così cruento?
—————-
Il cuculo si posa su un ramo e depone il suo uovo nel nido di un’ altra specie di uccelli, simile alla sua.
Ne depone uno solo.

scritto da Roberto Ziviani · 23 giugno 2009, 00:54 · #

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