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Poche Chiacchiere: Feliz Cumpleanos Gabo!

Feliz Cumpleanos Gabo!

Oggi al “Violeta Parra” abbiamo festeggiato Gabriel Garcia Marquez.

Come molti sapranno infatti, il 2007 è un anno particolare per il grande “Gabo”. Il 6 marzo ha compiuto 80 anni e nei prossimi mesi se ne festeggeranno 40 dalla prima edizione di “Cien anos de Soledad” (1967) e 25 da che ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura (1982).
Ad Aracataca, (il suo paese di origine che in suo onore l’anno scorso stava quasi per cambiare nome in Macondo), così come nel resto della Colombia e in tutta l’America Latina sarà un anno pieno di incontri, iniziative e festeggiamenti in suo onore.

Di Garcia Marquez si sa praticamente tutto, a partire dal fatto che come lui stesso ha dichiarato più volte la principale fonte di ispirazione per i suoi romanzi sono stati i suoi ricordi d’infanzia.
In decenni di attività di scrittore e giornalista, mi ha fatto contemporaneamente riflettere, indignare e sognare, attraverso i suoi molteplici testi, tramite i quali abbiamo conosciuto la “vitale bellezza” e la “Solitudine dell’America Latina”. Lo ha fatto raccontandoci storie e personaggi memorabili. Come la famiglia Buendía o Florentino Ariza, o come la stregua di grotteschi e ridicoli alcaldi, generali e colonnelli, che hanno popolato le sue pagine. Marquez l’eclettico, ci ha descritto i sequestri di narcotrafficanti colombiani e allo stesso tempo ci ha fatto cavalcare a fianco di Simon Bolivar o “semplicemente” viaggiare con Miguel Littin come clandestino in Cile.

Su di lui si sono già scritti fiumi di inchiostro e per questo motivo non aggiungerò ulteriori parole, (non fosse altro per il rischio concreto di scadere in una facile retorica celebrativa e di dubbio gusto), ma per “festeggiarlo”, visto che anch’io faccio parte da tempo di quella lunga schiera di lettori che lo ammira da tempo (non so se si era capito…), lascerò direttamente a lui la parola….

Perciò .. buona lettura!

Paolo Mattana 16 Marzo 2007

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Un colloquio/ intervista che Marquez rilasciò vent’anni fa ad Osvaldo Soriano Da “Ribelli, sognatori e fuggitivi”(Osvaldo Soriano – Einaudi ed 2001)

Fino a che punto bisogna combattere con un romanzo che non viene come si vorrebbe?
Per Garcia Marquez, “passato un certo tempo, bisogna avere abbastanza palle per abbandonarlo. Io ho buttato via due romanzi finiti perché non mi convincevano, e credo che debba essere così. Non bisogna insistere alla cieca se non viene come si vorrebbe, ma ci vuole coraggio per lasciarlo perdere”
Come lavora? Come ha scritto i suoi libri? “Niente tabacco, niente alcol, solamente il condizionatore della stanza regolato sempre alla stessa temperatura. E una tuta, la cosa più comoda che sia mai stata inventata”….
”I miei romanzi prendono il via, si strutturano partendo da immagini. Per “Cent’anni di solitudine” durante moltissimi anni ho avuto in mente l’immagine del bambino (il futuro Colonnello Aureliano Buendia) che suo padre (mio padre) portava a conoscere il ghiaccio. “Cronaca di una morte annunciata” parte dall’immagine di Santiago Nasar accoltellato e tenuto in piedi dai pugnali dei suoi assassini. L’autopsia sarà la chiave della struttura del romanzo: il referto medico coincide esattamente con il racconto dell’agguato mortale”….
“Comincio alle nove, al massimo alle dieci, e non smetto fino a quando non ho una pagina pronta, una sola, che deve essere perfetta secondo il mio giudizio”…
“Non esaurire mai un idea in una sola giornata; lasciare la pagina sapendo come continuerà il racconto, in modo da facilitare il lavoro del giorno dopo”…
“La prima frase è decisiva. Ogni libro dipende dalla prima frase. Ho impiegato anni a trovare le parole giuste per cominciare “Cent’anni di Solitudine”…

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Alcuni dei suoi incipit ( a mio giudizio più belli.) (tutti i libri citati, sono editi in Italia da Mondadori)

Cent’anni di solitudine (1967)
Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era cosí recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

L’autunno del patriarca (1975)
Durante il fine settimana gli avvoltoi s’introdussero attraverso i balconi della casa presidenziale, fiaccarono a beccate le maglie di filo di ferro delle finestre e smossero con le ali il tempo stagnato nell’interno, e all’alba di lunedí la città si svegliò dal suo letargo di secoli con una tiepida e tenera brezza di morto grande e di putrefatta grandezza. Solo allora ci azzardammo ad entrare senza prendere d’assalto i muri corrosi di pietra fortificata, come volevano i più risoluti, o sbandellare con coppie di buoi l’entrata principale, come altri proponevano, poiché bastò che qualcuno li spingesse per far cedere nei loro gangheri i portoni blindati che nei tempi eroici della casa avevano resistito alle bombarde di William Dampier.

Cronaca di una morte annunciata (1981)
Il giorno che l’avrebbero ucciso, Santiago Nasar si alzò alle 5,30 del mattino per andare ad aspettare il bastimento con cui arrivava il vescovo. Aveva sognato di attraversare un bosco di higuerones sotto una pioggerella tenera, e per un istante fu felice dentro il sogno, ma nel ridestarsi si sentì inzaccherato da capo a piedi di cacca d’uccelli. “Sognava sempre di alberi” mi disse sua madre 27 anni dopo, nel rievocare i particolari di quel lunedì ingrato. “La settimana prima aveva sognato di andare solo soletto in un aereo di carta stagnola che volava senza mai trovare ostacoli in mezzo ai mandorli” mi disse.

L’amore ai tempi del colera (1985)
Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati. Il dottor Juvenal Urbino lo sentì appena entrato nella casa in penombra, dove era accorso d’urgenza per occuparsi di un caso che per lui aveva cessato di essere urgente da molti anni

Le avventure di Miguel Littin, clandestino in Cile (1986).
Il volo Ladeco 115, proveniente da Asunción (Paraguay), stava per atterrare, con più di un’ora di ritardo, all’aeroporto di Santiago del Cile. Sulla sinistra, a quasi 7.000 metri d’altezza, l’Aconcanagua sembrava un promontorio di acciaio sotto lo splendore della luna. L’aereo si inclinò sull’ala sinistra con una grazia de metter paura, poi si raddrizzò con uno scricchiolo di metalli lugubri, e toccò terra prima del tempo con tre salti da canguro. Io Miguel Littin, figlio di Hernan e Cristina, regista cinematografico e uno dei 5.000 cileni con proibizione assoluta di ritornare, ero di nuovo nel mio paese dopo 12 anni di esilio, anche se ancora esiliato dentro me stesso: portavo con me una identità falsa, un passaporto falso, e perfino una moglie falsa. La ma faccia e il mio aspetto erano così cambiati dagli abiti e dal trucco che neanche mia madre mi avrebbe riconosciuto in piena luce qualche giorno dopo.

Il generale nel suo labirinto (1989)
José Palacios, il suo domestico più antico, lo trovò che galleggiava sulle acque depurative della vasca da bagno, nudo e con gli occhi aperti, e credette che fosse annegato. Sapeva che era uno dei suoi molti metodi per meditare, ma lo stato di estasi in cui giaceva alla deriva sembrava quello di chi non appartiene più a questo mondo. Non si azzardò ad avvicinarsi, ma lo chiamò con voce sorda secondo l’ordine di svegliarlo quando non fossero ancora le cinque per mettersi in marcia alle prime luci.

Memoria delle mie puttane tristi (2004)
L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine. Mi ricordai di Rosa Cabarcas, la proprietaria di una casa clandestina che era solita avvertire i suoi buoni clienti quando aveva una novità disponibile. Non avevo mai ceduto a questa né ad altre delle sue molte tentazioni oscene, ma lei non credeva nella purezza dei miei principi. Anche la morale è una questione di tempo, diceva, con un sorriso maligno, te ne accorgerai.

Inserito il 16/03/2007 da Paolo Mattana | ci sono 2 commenti

A voi la parola

Ognuno di noi porta in sé un pezzo di solitudine
come porta con sé un pezzo di quell'immenso mare che è “Soledad”.
E credo che Remedios stia lì, dentro di me, in un angolino nascosto, tra la memoria e il cuore…
(Paolo, tu che hai le entrature giuste, iscrivimi pure al Gabo Fans Club!)

scritto da Davide Tessari · 26 marzo 2007, 15:12 · #

Credo che i libri di Gabriel Garcìa Marquez siano una noia mortale. E che la Vita la vera vita tra natura e cultura in Latinoamerica sia molto ma molto più sensuale ed avventurosa e piena di Labirinti per la mente e per il cuore che qualsiasi libro già scritto. Tra leggere un libro di Garcìa Marquez e sognarmi attraversando quei luoghi quelle distese immense dove la stratificazione geologica e culturale ha la meglio su qualsiasi tipo di immaginario, e sentire a pelle gli inframondi che ogniuno di noi si porta dentro in modo ancestrale senza sentire il bisogno di trascrivere questa esperienza ma sentendo il bisogno di viverla come tale. Beh!
Preferisco i miei sogni non c‘è realismo magico più bello del sapersi sognati da un albero di 50 mt di diametro sotto una pioggia patagonica ai confini del propio Io e del Mondo.

scritto da Maria Fernanda Morosini · 11 maggio 2008, 07:31 · #

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