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Poche Chiacchiere: Cavalieri sulla Tempesta

Cavalieri sulla Tempesta

A gentile richiesta: Riders on the Storm

Premetto che a parer mio questa lirica non è una delle migliori dei Doors. Sconta un’eccessiva obbligatorietà di rima; inoltre la notevole frammentarietà può disorientare (le tre sezioni in cui è divisa sembrano totalmente indipendenti). Infine, rispetto al grosso della produzione di Jim Morrison, questo testo risulta un po’ anomalo: meno immaginifico, più descrittivo.
Tuttavia Riders on the storm acquista enorme significatività in quanto ultima canzone dell’ultimo LP dei Doors.
In pratica un “canto del cigno” di un Morrison ingrassato, alcolizzato, deluso; turbato dalle vicende processuali relative ai fatti di Miami (purtroppo non è questa la sede per riasssumerle: chi non le conoscesse sarà costretto a Googleare o Wikipediare!).
Di più: Morrison in questo momento è incerto sul suo futuro come performer, di lì a poco intraprenderà un viaggio in Francia quasi nell’intento di frapporre chilometri fra sè e il teatro del suo successo. Sperando, forse, di rinascere come poeta, libero dal cliché della rockstar.
A Parigi, lo sappiamo, incontrerà invece quella Fine che (paradossalmente) aveva invocato fin dal principio.
Vedere la canzone in questa chiave, dal punto di vista umano, risulta estremamente emozionante e quelli che all’inizio ho evidenziato come “difetti” finiscono per costituire un elemento di indubbio fascino.
Se ci pensate, l’ultima riflessione di Morrison è un po’ (passatemi il paragone) come l’epico, conclusivo monologo del replicante Roy, di Blade Runner, sul tetto, sotto la pioggia; e anche qui la pioggia scroscia, implacabile.
Questa lettura è senza dubbio non voluta dall’autore, ma è possibile a posteriori, per chi crede che nell’arte possano esserci anche premonizioni, sovrapposizioni all’esistenza reale.

Cavalieri sulla Tempesta

Cavalieri sulla Tempesta
Cavalieri sulla Tempesta
Siamo nati in questa casa, siamo stati sbattuti dentro questo mondo
come un cane senz’osso, un attore con un ingaggio temporaneo
Cavalieri sulla Tempesta

C‘è un assassino sulla strada
il suo cervello si contorce come un rospo
Prenditi una lunga vacanza, porta i bambini a divertirsi
se darai un passaggio a quest’uomo la tua dolce famiglia sarà sterminata
C‘è un assassino sulla strada

Ragazza, devi amare il tuo uomo
Ragazza, devi amare il tuo uomo
tienilo per mano, fai sì che lui capisca
Il mondo dipende da te
la nostra vita non finirà mai
Devi amare il tuo uomo

Cavalieri sulla Tempesta
Cavalieri sulla Tempesta
Siamo nati in questa casa, siamo stati sbattuti dentro questo mondo
come un cane senz’osso, un attore con un ingaggio temporaneo
Cavalieri sulla Tempesta

prima strofa
I Cavalieri sono certamente ispirati ai Riders on the Sky della tradizione western, gli spiriti dei pionieri defunti che accompagnavano un eroe morente verso i Pascoli del Cielo.
Allorché un cowboy scorgeva i loro spettrali cavalli comparire sopra le nuvole, sapeva che la sua ora era prossima.
Morrison sembra chiedere un rendiconto, quale sia il senso dell’esistenza, visto che tutto è dovuto a un tiro di dadi che ci fa nascere da due determinate persone, in un preciso tempo, in questo mondo e non in un altro. Siamo come attori, non necessariamente protagonisti, ingaggiati per un ruolo da poco conto, unicamente allo scopo di sbarcare il lunario.

seconda strofa
Il quadro cambia repentinamente.
L’immagine del killer, straordinariamente efficace nella sua crudezza, tornerà dopo un po’ di anni nel film The Hitcher (in cui il protagonista si chiama Jim e l’omicida “Ryder”...)
Risulta impossibile contemplare la scena dell’autostoppista assassino, sul sedile posteriore insieme ai bimbi, senza sentire nella propria testa la musica dei Doors.
L’unico elemento che lega questo secondo quadro al precedente sembra essere la precarietà della vita, la possiblità costante che un evento naturale, o la crudeltà umana, schianti le nostre piccole borghesi esistenze.
(Lo stesso tema, per inciso, lo si ritrova nel recente, magnifico romanzo “Sabato” di Ian McEwan, ambientato in una Londra post-undici settembre)

terza strofa
Morrison sembra farsi beffe di noi con cinque versi apparentemente banali, quasi da canzonetta romantica. Il mondo dipende dall’amore? davvero scontato, quasi stucchevole!
Ma a me risulta naturale leggervi un improvviso, struggente desiderio di normalità.
La rockstar maledetta, trasgressiva, colui che ha cantato scenari edipici, lucertole onnipotenti, sciamani e fucilazioni, che ha vissuto i suoi anni al limite, conclude la propria carriera con l’immagine di due fidanzatini che si tengono la mano.
Quasi fosse “L’ultima tentazione di Morrison” prima della crocifissione in un oscuro loft parigino; un’estrema promessa di serenità e immortalità.
Our life will never end... i primi due LP dei Doors si chiudevano con la parola FINE ( “questa è la fine” / “fino alla fine” ), l’ultimo, assurdamente, termina con una speranza.

Che questa speranza sia illusoria risulta evidente nella riproposizione del primo verso: dopo un liquido, sospeso, sognante intermezzo di piano elettrico, la canzone chiude (nella tradizione blues e rock’n roll) con la ripresa a piè pari della strofa iniziale.
I Cavalieri della Tempesta sono arrivati.
Sono arrivati per Jim.

Inserito il 02/04/2007 da Glauco Cartocci | ci sono 5 commenti

A voi la parola

Come ogni profondo trasgressore, l’ultima tentazione era l’impossibile: la normalità. Senza “dallismi” di facile effetto (“ma l’impresa eccezionale dammi retta è essere normale”) l’ultima strofa mi è sempre sembrata l’estrema semplice piccola visione prima della fine. Avrei tradotto più liberamente “Cavalieri della Tempesta” (ma forse fa troppo Signore degli Anelli, va meglio come hai fatto tu…) boh…
Spero che tu sia riuscito in qualche modo a leggere il mio blog, avevo scritto un pezzo su McEwan che, manco a dirlo, fra i miei preferiti.

scritto da Carla · 4 aprile 2007, 09:54 · #

Ciao Carla, grazie per l’atttenzione. Vedo che anche tu condividi la mia visione dell’ultima strofa! Il tuo blog ahimé lo leggo male, dovrei copiare e incollare i testi in un altro file… ci proverò.

scritto da glauco cartocci · 4 aprile 2007, 11:49 · #

Sui Doors sono un filo più preparato, e Raiders, come effetto musicale, è sempre stata uno dei miei pezzi preferiti. Sul senso non mi ero mai soffermato.
Sulla seconda strofa: d’accordo che il senso è la precarietà, cioè che potremmo incontrare in qualsiasi momento quell’autostoppista. Ma forse ancora più inquietante è pensare che potremmo essere noi (o diventare) quell’autostoppista.
Poiché The hitcher io lo vidi prima di ascoltare i Doors ho un effetto opposto: sento la canzone immaginando il film.
Su McEwan sono dubbioso. Da suo estimatore ho invece trovato Sabato un libro troppo pensato, troppo “borghese” anche, di uno scrittore che faccia un tema. Improbabili alcune scene, e se non improbabili troppo levigate, anche lì cerebrali (penso alla scena di violenza quando i delinquenti irrompono in casa e creano quella tensione; ma forse soprattutto alla scena dell’incidente col guappo, a come poi lui si disfa dei gorilla). Forse l’argomento era troppo difficile, e nemmeno McEwan è riuscito a “scioglierlo” nella forma romanzo. E’ rimasto un ibrido tra letteratura e qualcos’altro, qualcosa di minore. E poi il finale: no, troppa istituzione, i grandi libri riescono a dirci qualcosa che non sapevamo.

scritto da Armando · 5 aprile 2007, 07:43 · #

Armando, grazie dei commenti. Beato te (anagraficamente) se hai visto prima il film di aver ascoltato i Doors! (ma almeno io posso consolarmi dicendo di aver “seguito in diretta” Morrison e i suoi – troppo spesso sottovalutati – magnifici compagni di avventura.)

Su McEwan non vorrei davvero aprire un dibattito, mi limito a ribadire la soggettività delle sensazioni. A me il libro è piaciuto proprio perché “borghese”, e trovo ad esempio le riflessioni neurochirurgiche, o quelle sulla guerra in Iraq, quanto mai interessanti. Mi piace anche il fatto che si svolga tutto in “...un giorno nella vita”.
Per quanto riguarda l’“improbabilità” delle scene, beh quello è un parametro di giudizio che mi è abbastanza alieno. Anzi, proprio nella situazione “estrema”, poco probabile, sento forte il gusto dell’invenzione: anche “Face Off” è molto poco realistico, anche “Il fu Mattia Pascal”, “Il Silenzio degli Innocenti”, se vogliamo, anche Shakespeare… bisogna stare al gioco, altrimenti, se in ogni situazione romanzesca ci dovessimo chiedere “ma nella realtà succederebbe proprio così?” non si scriverebbe più una riga, non credi? Ovviamente ci sono anche fiction, film e romanzi in cui il “difetto” della scarsa verisimiglianza è davvero pesante, ma non mi sembra questo il caso.
Il finale, poi, non l’ho letto nemmeno così (“i grandi libri” etc) innanzitutto perché il protagonista non ricorda o non conosce neanche il nome del poeta di cui la figlia recita la poesia spacciandola per sua (diverso sarebbe stato se avesse recitato Milton), e per giunta non mi sembra che ne rimanga particolarmente affascinato, ne riceve sensazioni erratiche (“mi sembrava che non fosse una delle tue migliori”)... a conti fatti è molto più interessato all’effetto che la lettura ha sul “guappo”... e quest’ultimo, poi, agisce in una condizione psicologica alterata, per cui quella lettura ha (sempre secondo me) solo la funzione di sbloccare la situazione, è un caso fortuito, un’assurdità della vita, come se fosse entrato un pavone dalla finestra, impegnando l’uomo col coltello…
(ma non voglio convincerti, per carità... sono sensazioni personali)

scritto da glauco cartocci · 5 aprile 2007, 09:53 · #

E’ un po’ che manco dalla rete, e ho visto solo adesso il tuo post su Riders. Sono sicuramente fuori tempo massimo per commentare, ma volevo dirti che quella frase “Quasi fosse “L’ultima tentazione di Morrison” prima della crocifissione in un oscuro loft parigino” mi ha fatto venire i brividi.
Io Riders l’ho sempre interpretata come una specie di flusso di coscienza, qualcuno che cammina per strada in un giorno di burrasca e lascia liberi i pensieri di vagare, sfiorando appena, con immagini suggestive e passibili di mille interpretazioni, il senso dell’essere qui.
Jim Morrison sarebbe stato perfetto, per camminare in una burrasca.

scritto da SaraS · 27 aprile 2007, 09:37 · #

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