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Poche Chiacchiere: American dreams

American dreams

Ora è ufficiale. Siamo in piena recessione. Lo dicono i giornali, gli indici negativi delle borse, il Fondo Monetario Internazionale. Le banche e le Compagnie assicurative sono in crisi o falliscono. Per la verità, che le cose non stessero andando per il verso giusto e che si faceva fatica a tirare la fine mese, noi poveri mortali ce ne eravamo accorti già da un pezzo. Ma ora è ufficiale. La spazzatura che hanno cercato di venderci in tutti questi anni, sottoforma di false notizie e speculazioni finanziarie, non si può più nascondere.
Eppure i giornali ed i governi ripetono la stessa solfa da giorni. Niente panico e state tranquilli. Stiamo intervenendo e vedrete che tutto si aggiusterà. Ma contemporaneamente ci dicono anche che quella che stiamo attraversando da qualche settimana è certamente la più grande crisi finanziaria dopo quella del famoso crollo di Wall Street del 1929. Crollo, che come tutti sanno, generò la crisi economica mondiale dei primi Anni Trenta, nota come Grande Depressione. Nella quale si assistette come in una reazione a catena, alla chiusura delle banche, al crollo dei consumi e conseguentemente a quello delle produzioni. Perciò chiusero le fabbriche e le strade furono presto piene di un esercito di milioni di disoccupati. Insomma fu una crisi che determinò un impoverimento improvviso e mai visto prima nel mondo occidentale contemporaneo.
Certo, non siamo a quei livelli e speriamo proprio di non arrivarci mai più. Non siamo ai quei livelli, ma sembra anche che nessuno onestamente sappia ancora bene quale sia l’entità della crisi in atto. E perciò non sappiamo neanche quali le conseguenze sul piano economico e che tipo di recessione ci aspetta nei mesi futuri. Come sempre, abbiamo una sola certezza, che se qualcuno pagherà, questi saremo sempre noi (vedi l’intervento degli Stati centrali che stanno cercando di ricapitalizzare con i soldi pubblici, banche ed aziende). I grandi manager se ne vanno con le tasche piene e noi a pagare per i loro errori, il più delle volte impuniti.

Tutto, come spesso accade, è partito ancora una volta dagli Stati Uniti. La patria del capitalismo, la terra delle regole e delle opportunità. Ma il grande Sogno Americano si è dimostrato ancora una volta una chimera che miete più vittime di quante ne riesce a portare in gloria. Questa volta sembra siano stati crediti e mutui impossibili da restituire l’inizio della lunga discesa. Ma anche imprenditori che a un certo punto, invece di reinvestire gli utili ottenuti dal core business delle loro attività, hanno pensato di fare soldi facili, speculando in borsa, fidandosi delle banche che intanto si arricchivano e loro si indebitavano fino al collo. Fino a quando l’economia reale si è presa la rivincita su quella virtuale. E l’Aquila ha smesso di volare. E’ stato insomma come giocare alla roulette del casinò, con le regole truccate. Tanto valeva buttare i soldi direttamente nella pattumiera.

Ma torniamo agli Anni Trenta. Per ricordare e comprendere la Storia, come spesso accade è la grande letteratura (o meglio i grandi scrittori) che ci viene in soccorso. E non c’è scrittore migliore del grande premio Nobel John Steinbeck che ci può raccontare quegli anni. L’autore di Uomini e topi e Furore, li visse infatti in prima persona. Ed ecco come ce li descrive in un passo che ho tratto dal capitolo “Bigino degli Anni Trenta” (da John Steinbeck “L’America e gli americani. E altri scritti” , Alet Edizioni, 2008):

“…. Ricordo molto bene il ’29. Ce l’ avevamo fatta (io no, ma la maggior parte della gente sì). Ricordo le facce inebetite e felici della gente che costruiva fortune di carta sulle azioni. «Oggi ho guadagnato diecimila dollari in dieci minuti. In totale questa settimana fanno ottantamila». Nella nostra piccola città i direttori di banca e gli stradini correvano ai telefoni a gettone a chiamare gli agenti. Erano tutti agenti di borsa, più o meno. Nella pausa pranzo, commesse e stenografe guardavano i listini di borsa masticando sandwich e calcolavano le fortune accumulate. Gli occhi avevano la stessa espressione che si vede al tavolo della roulette. Ne avevo una visione nitida perché ne stavo fuori, a scrivere libri che nessuno avrebbe comprato. Non avevo nemmeno il minimo necessario per dare inizio a una fortuna mia. Dalle vetrine vedevo le spese pazze, il caviale e lo champagne, sentivo il profumo inebriante delle signore impellicciate che uscivano raggianti da teatro. Poi la gente smise di fare investimenti, e anche questo lo vidi con chiarezza, perché alla Depressione mi esercitavo da tempo. Non fui travolto nel crollo. Ricordo che venivano intervistati e reintervistati i Big Boys, quelli che sapevano. Alcuni acquistarono spazi per rassicurare i milionari in rovina: «è solo un ribasso fisiologico» «Non temete: comprate, continuate a comprare». Intanto i Big Boys vendevano, e il mercato implose. Poi venne il panico, e il panico si trasformò in shock apatico. Quando la borsa crollò, chiusero le fabbriche, le miniere e le acciaierie, e allora nessuno poté più comprarsi niente, nemmeno da mangiare. La gente se ne andava in giro con l’ aria di chi è stato pestato. I giornali parlavano di uomini in rovina che si erano buttati dalla finestra. Una volta finiti sul marciapiede, erano rovinati sul serio. Un amico aveva uno zio milionario ricchissimo. In poche settimane, passò da sette milioni a due milioni, ma due milioni in contanti. Diceva di non sapere come avrebbe fatto a mangiare, per colazione si concedeva solo un uovo. Gli s’ infossarono le guance e gli occhi si fecero febbricitanti. Finì per spararsi. Con due milioni di dollari, pensava di morire di fame. Questi erano i valori. Poi la gente si ricordò del piccolo conto in banca, unica certezza in un mondo infido. Corse a ritirare i soldi. Ci furono lotte e rivolte e schiere di poliziotti. Alcune banche fallirono: le voci cominciavano a circolare. Poi, spaventata e furibonda, la gente le banche finì per assalirle, e le porte si chiusero per sempre.”

Certo, dopo ci fu il New Deal, Franklin Roosevelt, gli anni cinquanta, e via discorrendo, ma non è che poi il sogno americano abbia smesso di fare vittime. Basta leggersi le poesie e i racconti di Raymond Carver o quelli di Richard Yates (bellissimo il suo “Undici solitudini”, da poco ripubblicato da Minimum Fax), dove i personaggi descritti (assolutamente realistici) non se la passano proprio bene.

O basta ascoltare qualche vecchio brano di Bruce Springsteen, come la mitica “Darkness On The Edge Of Town”, del 78, in cui i suoi “perdenti” sono al limite del precipizio:
“Qualcuno è nato sotto una buona stella/ qualcun altro se la procura in qualche modo, comunque/ ho perso il mio denaro, ho perso mia moglie/ queste cose ora non sembrano aver troppo peso per me/ stanotte sarò su quella collina, perché non mi posso fermare/ sarò su quella collina con tutto ciò che è mio/ Vite sul confine dove i sogni sono persi e trovati/ sarò lì in tempo e pagherò il prezzo/ per volere le cose che possono essere trovate soltanto/ nell’oscurità alla periferia della città”.

Ma bisogna essere ottimisti.
E allora lasciamoci con le parole di John Fante, anzi del suo alter ego letterario, il grande Arturo Bandini, figlio di emigranti italiani, senza un soldo in tasca, appena giunto a Los Angeles dalla provincia e determinato a raggiungere il suo sogno americano di diventare un grande scrittore:

“Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce a andandomene a letto. Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po’ di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè” (John Fante, “Chiedi alla polvere” Marcos y Marcos).

Paolo Mattana, 11 ottobre 2008

Inserito il 11/10/2008 da Paolo Mattana | ci sono 9 commenti

A voi la parola

Molte grazie, Paolo, di queste tue connessioni storiche e letterarie. Interessantissima quella di Steinbeck in veste di reporter.

scritto da glauco cartocci · 13 ottobre 2008, 08:06 · #

Stasera sono stata invitata a cena da un amico attore.Rievocava gli anni del suo arrivo a Roma, in rotta con la famiglia, soldi pochissimi. La situazione era quella descritta da John Fante, con l’affittacamere che ti sbatte fuori se non paghi. Mi parla amabilmente del suo spavento, anzi terrore per la situazione…” Ma negli ultimi cinque secondi, qualcosa accade, però bisogna crederci.Tu ci credi?” mi chiede severamente. Bruscamente interpellata, ho l’impressione d’essermi persa un pezzo. Azzardo un timido: “A che cosa?”
“Alla Divina Provvidenza”, mi dice lui severo.
“Non lo so se ci credo, gli rispondo, ma a questo punto ci spero.”

scritto da Leila Mascano · 13 ottobre 2008, 21:04 · #

Anch’io credo nella D.P., cara Leila, senza scordare il vecchio detto “aiutati, che Dio t’aiuta”. Infatti credo fermamente che noi siamo parte di Dio…
Oggi notavo con disappunto come giocano sulla nostra pelle questi maneggiatori di denaro che hanno in mano buona parte del nostro destino, come creano artificialmente situazioni che ti fanno venire il batticuore per poi farti tirare un illusorio respiro di sollievo. Sicché oggi la Borsa di Milano era in rialzo dell’11%. E noi inebetiti a stare dietro a questi giochini, costretti a temere (non a torto) per la nostra futura pensione, per la casa, per la vecchiaia…

scritto da maurizio · 13 ottobre 2008, 21:51 · #

Mi vengono in mente due versi di un poeta americano, Robert Penn Warren, e la poesia si chiama Inseguimento:
La soluzione, forse, è pubblica, la disperazione personale, ma la storia posta innanzi al tuo fiato s’appanna come uno specchio.

scritto da Leila Mascano · 16 ottobre 2008, 20:09 · #

Credo che proprio in seguito a questo argomento mi sia venuta la voglia di rileggere Il grande Gatsby, con la sua splendida ambientazione in un sogno americano che stava per infrangersi. Splendido libro, che consiglio di leggere, o di rileggere, a tutti.

scritto da Leila Mascano · 23 ottobre 2008, 17:41 · #

CIAO PAOLE’ SEI NEI LINK DEL MIO BLOG !!!
UN BESITO TUO FRATELLO HOLA’!!!

scritto da SANDRO · 5 novembre 2008, 18:49 · #

So che sembrerò il solito imbecille che parla per luoghi comuni e per stereotipi, ma dopo la devastante esperienza (sia morale che fattiva) che mi ha visto protagonista dall’ inverno scorso ad un paio di mesi fa posso dirmi convinto nell’ asserire che se nessun italiano e nessun avente diritto al voto esprimesse con il suo voto una preferenza, se insomma nessuno votasse, godremmo di maggiori probabilità nell’ uscire dalla recessione.

scritto da Roberto Ziviani · 17 giugno 2009, 02:31 · #

Appunto! Giusto in tempo dopo il voto.

scritto da frank spada · 17 giugno 2009, 15:20 · #

Grazie Mr. Spada. In effetti è da imbecilli dire questo dopo il voto. Ma come mi sono ben guardato dal votare chiunque, anche se in ritardo, ciò che ho detto vale per eventuali futuri voti, referendum e quant’ altro. Tanto la ruota gira e ci si troverà ancora daccapo ad una nuova richiesta di voto, unico momento in cui i politici riempiono di miele il popolo. Probabilmente ancora con le vecchie “Same Old Stories”.

scritto da Roberto Ziviani · 17 giugno 2009, 22:49 · #

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